martedì 29 settembre 2015

Tutte le strategie per frenare il Parkinson


A Torino il primo congresso nazionale sulla malattia. Ecco le quattro vie terapeutiche più efficaci. Un nuovo farmaco (Safinamide) agisce efficacemente su complicanze motorie

240 MILA MALATI IN ITALIA: IL 15% HA MENO DI 50 ANNI  
La malattia di Parkinson affligge oltre 240mila italiani e sono quasi 20mila le persone colpite da parkinsonismi atipici ossia disordini del movimento solo in parte simili al Parkinson. Circa il 15% dei pazienti ha meno di 50 anni e 1 su 10 meno di 40.  

UN CONGRESSO A TORINO ILLUSTRA LE TERAPIE PIÚ EFFICACI  
Sono queste le cifre emerse nel corso del primo congresso nazionaledell’Accademia LIMPE-DISMOV per lo Studio della Malattia di Parkinson e dei Disordini del Movimento in corso a Torino fino a domani. L’Accademia è nata nel 2014 per fusione delle due principali associazioni scientifiche italiane dedicate a queste patologie. Uno dei suoi progetti già avviati riguarda la conta dei pazienti sul territorio nazionale al fine di accertare, con l’aiuto delle 180 Asl, l’esatta frequenza della malattia. I dati definitivi verranno presentati al prossimo congresso LIMPE-DISMOV a Bari nella primavera del 2016. 

IL RAPIDO DECORSO DELLA MALATTIA NEI PAZIENTI PIÚ GIOVANI  
«Oltre ai più noti disturbi del movimento, come tremori, rigidità e distonie, ipercinesia, la malattia è caratterizzata da un insieme di sintomi non motori che coinvolgono il sistema percettivo, sensoriale e cognitivo. Nei giovani, la malattia ha decorso più veloce e aggressività maggiore. Solo un 10% dei casi è costituito da forme geneticamente determinate», ha spiegato Alfredo Berardelli, Presidente dell’Accademia e Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università La Sapienza di Roma.  
Uno dei principali problemi è ancora oggi la mancanza di trattamenti efficaci che non agiscano soltanto sui sintomi, ma siano in grado di impedire la comparsa della malattia o di arrestarne la progressione. 

I QUATTRO TIPI DI INTERVENTO TERAPEUTICO  

1) LA STIMOLAZIONE CEREBRALE PROFONDA (DBS)  
La stimolazione cerebrale profonda prevede l’impianto di due elettrodi nei gangli della basi, aree profonde del cervello la cui stimolazione permette una riduzione dei sintomi. A fronte di tutta una serie di effetti collaterali di natura non motoria, la metodica restituisce al paziente il controllo dei movimenti e l’autonomia. «Da un impianto precoce dello stimolatore, alla prima comparsa dei sintomi e non nelle fase avanzata, i pazienti sembrano ottenere anche dei vantaggi relativi alla progressione della malattia» ha spiegato il professor Leonardo Lopiano dell’Università di Torino e presidente del congresso il quale ha citato uno studio apparso due anni fa sul New England Journal of Medicine.  

Il tempismo nell’impianto blocca in parte i sintomi  
Uno studio retrospettivo, appena apparso su Parkinsonisms and Related Disorders e condotto dal gruppo torinese di Lopiano, mostra come i pazienti impiantati precocemente possano non raggiungere mai i livelli di severità osservati in coloro che vanno incontro alla neurostimolazione nelle fasi avanzate della malattia. 

FONTE: Nicla Panciera (lastampa.it)

domenica 27 settembre 2015

Esplora il significato del termine: Saturno: c’è un oceano d’acqua sotto la crosta ghiacciata di un satelliteSaturno: c’è un oceano d’acqua sotto la crosta ghiacciata di un satellite

Particolare delle fessure al polo Sud di Encelado (Nasa)

Scoperto su Encelado grazie alle rilevazioni della sonda Cassini che il 28 ottobre effettuerà un sorvolo a soli 50 km di altezza

C’è un immenso mare, anzi un oceano smisurato, a oltre 1,3 miliardi di chilometri dalla Terra. Si trova sotto la superficie ghiacciata di Encelado, sesto satellite in ordine di grandezza (500 chilometri di diametro) di Saturno. È stato scoperto grazie a osservazioni effettuate dalla sonda spaziale Cassini che da luglio del 2004 sta esplorando il sistema del «Signore degli anelli» e le sue lune. Infatti, tramite l’analisi di centinaia di immagini riprese dalla sonda, gli scienziati hanno individuato piccole oscillazioni nell’orbita di Encelado attorno a Saturno, che possono essere spiegate solamente se la composizione del satellite è tale che la crosta ghiacciata che lo avvolge fluttua liberamente sul nucleo interno. In altre parole, significa che sotto la superficie di ghiaccio di Encelado c’è un oceano vasto quanto tutto il corpo celeste.

Getti d’acqua

«Per arrivare alla scoperta abbiamo misurato gli effetti della gravità della luna sull’orbita della sonda Cassini della Nasa, per due volte transitata nelle sue vicinanze», spiega Iess. L’Italia partecipa alla missione attraverso l’Agenzia spaziale italiana (Asi). Encelado è un satellite naturale di Saturno completamente ricoperto di ghiaccio con un diametro di 500 chilometri (sette volte più piccolo della nostra Luna) e che da tempo suscita interesse perché i robot spaziali hanno fotografato imponenti getti d’acqua che si sollevano nel cielo. Ma quale fosse l’origine nessuno lo aveva finora capito.

Riserva d’acqua

Nei sui incontri ravvicinati le telecamere di Cassini fotografavano nel polo Sud una depressione di circa un chilometro che denotava un sottosuolo diverso. Così effettuando precise misure gravitazionali sono arrivati a stabilire che intorno al nucleo roccioso c’è una riserva d’acqua, un mare, dello spessore di circa dieci chilometri a sua volta ricoperto fino in superficie da uno strato di 40 chilometri di ghiaccio. «La grande massa d’acqua si estende sino a una latitudine di 50 gradi», nota lo studioso, «e se esiste qualcosa del genere anche nell’emisfero nord lo spessore dovrebbe essere inferiore. Ma per il momento non lo possiamo sapere».

Condizioni «vitali»?

Il mare sotterraneo contiene 12 mila chilometri cubi d’acqua, vale a dire una massa 245 volte quella del lago di Garda. Ma l’aspetto intrigante che ora mobilita i cacciatori della vita extraterrestre è un altro. «La riserva di liquido è a contatto del nucleo solido roccioso», precisa Iess, «e quindi vuol dire che si creano le condizioni perché possano avvenire reazioni chimiche complesse che potrebbero portare verso la biologia».

Come Europa

Quindi escludendo il misterioso Marte, Encelado ed Europa (un satellite di Giove) diventano i due luoghi più interessanti nel nostro sistema per le indagini sulla vita. Su Europa le ricerche sono di natura differente valutando il campo magnetico e, sembra ma ancora non c’è certezza, che l’analogo mare sotterraneo esistente sia a contatto con la roccia. Su Encelado invece si è sicuri e per questo le prospettive diventano ancora più stimolanti. Su entrambe le lune si ipotizzano condizioni di vita pre-biotica alimentata da un’energia interna e che costituisce il primo, prezioso passo per procedere verso l’ambita meta che oggi sorregge la maggior parte delle ricerche interplanetarie.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)

giovedì 24 settembre 2015

Tumori, scende la mortalità: Italia spesso meglio del resto d’Europa

(Getty Images)

A Roma presentato il volume che fotografa la situazione nel nostro Paese: 363mila nuovi casi attesi nel 2015, cala il numero di nuove diagnosi fra i maschi

Per una volta, a conti fatti, le notizie positive superano quelle negative. In Italia si muore sempre meno di cancro e, se si fa un confronto con l’Europa, appare chiaro che la sopravvivenza per i vari tipi di tumore nel nostro Paese è come minimo uguale, ma spesso superiore, a quella dei più avanzati Paesi dell’Ue. E’ questo quello che emerge dal quinto censimento ufficiale (I numeri del cancro in Italia 2015) che fotografa l’universo-cancro in tempo reale nel nostro Paese, grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM). «Nonostante la mortalità sia in riduzione e la sopravvivenza in aumento - dice Carmine Pinto, presidente Aiom -, le malattie oncologiche si confermano un fenomeno estremamente rilevante, con una domanda di assistenza per il nostro Sistema Sanitario che arriva dai 363mila concittadini che avranno nel 2015 una diagnosi tumorale, ma anche dai circa 3milioni di italiani che hanno avuto questa esperienza nella loro vita e che per questo si sottopongono a visite periodiche di controllo ed esprimono nuovi e differenti bisogni socio-sanitari».

Scende il numero di nuove diagnosi fra gli uomini

Le stime del volume presentate oggi a Roma, in un convegno nazionale con l’intervento del Ministero della Salute Beatrice Lorenzin, indicano che nel 2015, in Italia, verranno diagnosticati 194.400 nuovi casi di tumore negli uomini (54 per cento del totale) e 168.900 (46 per cento) nelle donne. «L’invecchiamento della popolazione italiana contribuisce a rendere più consistente il carico di malattia tumorale - continua Emanuele Crocetti, segretario nazionale Airtum -. Anche se per la prima volta in Italia diminuisce il numero di uomini colpiti dal tumore per l’effetto combinato della riduzione delle diagnosi delle neoplasie del polmone e della prostata, e le donne presentano un andamento stabile dell’incidenza (ma sale da anni la quota di neoplasia polmonari legate al numero crescente di donne fumatrici), l’invecchiamento costante della popolazione agisce da amplificatore del carico di assistenza oncologica. Invecchiare significa morire più tardi, ed è quindi un segno positivo di efficacia del nostro sistema socio-sanitario, ma una popolazione più anziana manifesta maggiormente le patologie, anche tumorali, legate all’età avanzata».

FONTE: corriere.it

mercoledì 23 settembre 2015

Irisina l’ormone che brucia i grassi e protegge le ossa


Scoperta dei ricercatori italiani del centro sull’Obesità dell’università di Ancona e dell’Università di Bari.

L’ormone prodotto dai muscoli in risposta all’attività fisica, l’irisina, noto per essere una molecola che brucia i grassi, rafforzerebbe anche le ossa. Questa ulteriore funzione dell’irisina, quella di promuovere la formazione di nuovo tessuto osseo, è stata scoperta da un gruppo di ricercatori guidati da due italiani, Saverio Cinti che dirige il centro sull’Obesità dell’università di Ancona e Maria Grano anatomista e istologa dell’Università di Bari.  

L’ANALISI SUI TOPI  
Gli scienziati hanno visto che nei topi questa molecola, anche a basse dosi, ha degli effetti profondi sull’osso “corticale”, la parte esterna, liscia e dura responsabile dell’integrità dell’osso, in termini di un aumento di massa ossea (in foto, qui sotto, sezioni di osso corticale di tibie di animali trattati e non trattati con irisina. Credits: Maria Grano, Università di Bari) e di un miglioramento della struttura, della resistenza e della forza. I risultati, apparsi sulla rivista PNAS, sono così promettenti che è stata depositata la richiesta di brevetto. 

LA STORIA DELLA MOLECOLA EFFICACE COME LA PALESTRA  
La scoperta nei topi dell’ormone brucia grassi che ci aiuta a dimagrire, l’irisina, è stata annunciata su Nature nel 2012. Da allora, numerosi laboratori hanno iniziato ad occuparsene, ma sulle reali funzioni di quest’ormone non c’è stata unanimità tra gli scienziati, tanto che un articolo apparso lo scorso marzo su Scientific Reports, dove il professor Harold Erickson della Duke University e colleghi contestavano i risultati ottenuti con il kit commerciale ELISA, l’ormone venne definito “un mito”. 

Se ne è tornati a parlare quest’estate, quando gli scienziati di Harvard – tra cui lo stesso Bruce Spiegelman che l’aveva scoperta - hanno annunciato di averne definitivamente confermato la presenza anche nell’uomo attraverso la tecnica della spettrometria di massa. Lo studio, cui ha contribuito anche il professor Cinti, ha mostrato anche che i livelli ematici di Fndc5 (questo il nome dell’ormone) aumentano con l’attività fisica e che l’irisina giocherebbe un ruolo fondamentale nella conversione del grasso bianco, sede di accumulo delle risorse energetiche dell’organismo, in grasso scuro, metabolicamente più attivo. 

L E INFLUENZE CLINICHE SU OBESITÀ E OSTEOPOROSI  
L’obiettivo delle ricerche sul legame tra irisina e grassi non è certamente fornire una scorciatoia per il dimagrimento alle persone pigre, quanto piuttosto una soluzione all’obesità e ai disturbi metabolici che migliorano con l’attività fisica per tutti coloro che, come gli anziani o chi ha problemi fisici, non può muoversi a sufficienza.  

Analogamente, la nuova scoperta barese sull’importanza dell’irisina per la produzione di nuovo tessuto osseo può indicare la strada per la produzione di un farmaco che simuli l’attività fisica per il trattamento dell’osteoporosi. 

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

lunedì 21 settembre 2015

Leucemia mieloide cronica, un test per scegliere la cura «giusta»

Una sofisticata analisi del sangue scopre le mutazioni genetiche che rendono il tumore resistente alla terapia. Creata una rete di 5 laboratori in Italia

Un test del sangue disponibile in cinque centri di riferimento in Italia aiuterà a scegliere la terapia migliore nei pazienti con una leucemia mieloide cronica che non risponde più alla prima linea di trattamento. Si tratta di un tipo di analisi sofisticata, in grado di capire quali mutazioni genetiche sono presenti o meno nel Dna di ciascun malato e se sono responsabili della resistenza che, a un certo punto, la malattia oppone a un farmaco che fino a quel punto si era rivelato efficace.

Controlli per capire quando il tumore diventa resistente alla cura

Se fino agli anni 90 la leucemia mieloide cronica risultava spesso mortale, ora può essere controllata grazie a vari tipi di «farmaci intelligenti» che consentono di tenere a bada la patologia anche per anni e far sperare nella guarigione. «Accade però che anche i farmaci più innovativi ad un certo punto possano andare incontro a una farmaco-resistenza dovuta allo sviluppo, da parte del tumore, di mutazioni genetiche - spiega Giovanni Martinelli, Responsabile del Laboratorio di Terapia Molecolare delle Leucemie del Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale all’Università di Bologna -. È quindi importante che i pazienti eseguano correttamente il monitoraggio previsto dalle linee guida, in modo da poter riconoscere tempestivamente i primi segnali che qualcosa non funziona, che la cura perde di efficacia. E in modo da poter passare in tempi rapidi a un nuovo trattamento efficace». Per scegliere la cura più adeguata, fra i diversi medicinali disponibili, è fondamentale poter conoscere quali mutazioni genetiche siano coinvolte ed è in quest’ottica che vengono eseguiti i test mutazionali.

Un test sofisticato aiuta a scegliere il farmaco giusto

In particolare, per i malati con un tipo particolare di leucemia mieloide cronica, quella Philadelphia positiva, è stata messa a punto un’analisi sofisticata in grado di identificare le mutazioni del Dna coinvolte e rilevare la farmacoresistenza in ciascun paziente. Il tutto avviene attraverso un semplice prelievo del sangue, che viene però analizzato con una metodica complessa, detta di «deep sequencing». «Il deep sequencing consente ai clinico di tenere sempre meglio sotto controllo l’evolversi della patologia e modificare la terapia al bisogno, con un conseguente innalzamento della qualità e aspettativa di vita dei pazienti - conclude Simona Soverini, ricercatrice bolognese coordinatrice del progetto -. Grazie al network tutti i pazienti italiani affetti da leucemie Philadelphia positive potranno accedere ad una diagnosi certa e predittiva dell’evoluzione della propria malattia inviando il campione di sangue al laboratorio di riferimento geograficamente più vicino e ricevendo risposte in pochi giorni». Coordinata dal al Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Bologna, la rete vede la partecipazione dell’Azienda Ospedaliera- Universitaria di Orbassano (con Ematologia diretta da Giuseppe Saglio), dell’Università di Catania Ematologia diretta da Francesco Di Raimondo), dell’Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza (Clinica Pediatrica diretta da Andrea Biondi) e dell’Università Federico II di Napoli (Ematologia diretta da Fabrizio Pane).

Circa mille nuovi casi in Italia ogni anno

«La leucemia mieloide cronica è una patologia rara, di cui si ammalano circa mille italiani ogni anno - dice Fabrizio Pane, direttore dell’Ematologia all’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e Presidente della Società Italiana di Ematologia -. È quindi ancora più fondamentale creare una rete, coordinata da specialisti, a cui tutti i malati possano avere accesso. Ora tutti gli ospedali italiani potranno richiedere ai cinque centri il test mutazionale con deep sequencing, indispensabile all’adeguamento del trattamento farmacologico dei propri pazienti». Quella mieloide cronica è una forma di leucemia caratterizzata da una produzione eccessiva e non regolata di globuli bianchi da parte del midollo osseo a causa di un’anomalia genetica che produce la proteina BCR-ABL. Questa neoplasia colpisce per lo più in età adulta, ma il numero dei malati giovani (dai 30 anni in su) è in crescita. Oggi anche la sopravvivenza è in notevole aumento e i risultati in molte occasioni sono così buoni da porre la questione se sia il caso o meno di sospendere la terapia e valutare il fatto di dichiarare la tanto sospirata «guarigione».

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

martedì 15 settembre 2015

Se l’eccesso di colesterolo è genetico adesso arriva l’anticorpo mirato


Il farmaco è efficace anche per chi è ad alto rischio cardiovascolare e non risponde alle tradizionali terapie con le statine

Le statine hanno rivoluzionato il mondo della cardiologia contribuendo - attraverso la riduzione dei livelli di colesterolo - a prevenire infarti e ictus. Oggi siamo però ad un punto di svolta: dopo anni senza sostanziali novità terapeutiche stanno sbarcando sul mercato nuovi farmaci in grado di abbassare drasticamente il colesterolo - molto più che con le sole statine - anche nei casi più gravi come l’ipercolesterolemia familiare. È questo uno dei messaggi emersi nel corso del congresso «Esc» («European Society of Cardiology»), uno degli appuntamenti mondiali più importanti del settore, che si è svolto la scorsa settimana a Londra. 

Spiega Alberto Zambon, lipidologo dell’Università di Padova: «Mentre nella popolazione generale il colesterolo alto è considerato - insieme con l’ipertensione - un fattore di rischio cardiovascolare, in chi soffre di questa condizione l’ipercolesterolemia è la malattia vera e propria. Si tratta di una patologia di origine genetica che nella sua forma meno grave - la mutazione eterozigote - affligge una persona su 200. In questi casi dieta, attività fisica e farmaci spesso non riescono a riportare il valore nella norma». Ad oggi oltre l’80% di queste persone non ha una cura efficace. E ancora peggiore è la situazione di chi soffre della forma omozigote: nelle forme più gravi gli eventi cardiovascolari si manifestano già a partire dall’infanzia. 

Nella malattia ad essere alterato è un gene che produce un recettore capace di «catturare» il colesterolo circolante a livello sanguigno e trasportarlo all’interno della cellula. Quando è mutato, la funzione del recettore risulta ridotta e per questa ragione i livelli di colesterolo si innalzano. Nel 2003 si era scoperto che la proteina Pcsk9 è implicata nel trasporto e nella distruzione di questi recettori: ora, partendo da questa evidenza, gli scienziati hanno sviluppato delle molecole capaci di contrastarne la funzione con l’obbiettivo di aumentare la disponibilità di queste «antenne» capaci di catturare il colesterolo. 

Una di esse è alirocumab (sviluppata da Sanofi Regeneron), un anticorpo diretto proprio contro Pcsk9. Al congresso londinese sono stati presentati i dati relativi ad uno studio che ha visto la partecipazione di oltre 1200 persone affette dalla malattia nella forma eterozigote. I risultati hanno confermato i successi precedenti: oltre il 75% dei pazienti ha raggiunto l’obbiettivo di rientrare nei valori. Non solo. La diminuzione media dei livelli di colesterolo si è attestata intorno al 56% in meno rispetto alla terapia standard con le statine. « Se prima, nella maggior parte dei casi, le terapie non erano efficaci, ora la situazione si è capovolta. Finalmente anche in queste persone è possibile rientrare nei valori ottimali», spiega Zambon. 

Ma le novità non finiscono qui. «Oltre agli individui affetti dalla malattia - spiega Maddalena Lettino, responsabile dell’Unità operativa di scompenso cardiaco all’Istituto Clinico Humanitas di Milano - ci sono altre categorie di persone su cui il farmaco funziona ottimamente. È il caso degli individui ad alto rischio cardiovascolare che non rispondono alle statine e di chi è intollerante a questa categoria di farmaci». I dati presentati a Londra rientrano in un più ampio studio che ha visto il coinvolgimento di 24 mila persone: anche nei casi non legati alla malattia di origine genetica il farmaco si è dimostrato sicuro ed efficace, arrivando in alcuni casi ad abbattere il livello di colesterolo di oltre il 70%. 

La strada dunque sembra tracciata. Questa nuova categoria di farmaci promette di rivoluzionare il trattamento dell’ipercolesterolemia là dove le statine non arrivano. Il prossimo passo sarà quello di valutare sul lungo periodo la capacità di queste molecole di ridurre le morti per «eventi cardiovascolari». I risultati sono previsti per il 2017, ma le premesse - come fu per le statine - sembrano esserci tutte. Non è un caso che Fda ed Ema - gli enti regolatori per l’immissione sul mercato dei farmaci - abbiano negli ultimi mesi dato il via libera all’utilizzo di questi anticorpi. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 14 settembre 2015

Fibrillazione atriale: soluzione anche nei casi più gravi


Al Centro Cardiologico Monzino messa a punto con successo una tecnica per la cura di quei pazienti che non rispondono alle terapie classiche

Rivoluzione nel trattamento della fibrillazione atriale. Grazie ad una tecnica operatoria messa a punto dagli scienziati del Centro Cardiologico Monzino di Milano è possibile operare con successo quei pazienti in cui le precedenti cure hanno fallito. Ad oggi sono 45 le persone che hanno sperimentato questo nuovo intervento. Ad un anno di distanza il successo è stato pari al 90%. Risultati importanti che molto probabilmente porteranno la nuova metodica a diventare il trattamento standard che chirurghi e aritmologi dovranno utilizzare per la cura di questo disturbo. 

Che cos’è la fibrillazione atriale?  
La fibrillazione atriale è una particolare alterazione dell’attività elettrica del cuore. Gli esperti affermano che in chi ne soffre la probabilità di andare incontro ad ictus è 5 volte maggiore. Ciò si verifica perché l’organo –non contraendosi alla perfezione- genera un flusso anomalo di sangue che può portare alla formazione di coaguli a livello atriale che facilmente possono raggiungere il cervello e causare l’ostruzione dei vasi. Oggi curare questo disturbo è possibile ma esistono alcune forme di fibrillazione atriale recidivante che al momento non riescono ad essere trattate con successo. Ed è proprio su questi casi che si è concentrata la ricerca degli scienziati italiani. 

Oggi su 100 malati di fibrillazione atriale il 10% non guarisce  
Come spiega il professor Claudio Tondo, uno degli autori della tecnica, «Nelle forme di fibrillazione atriale più aggressive e complesse -l’ablazione tradizionale può non essere risolutiva. Su 100 malati di fibrillazione atriale il 10% non guarisce né con i farmaci né con ripetute ablazioni, e la qualità della loro vita è inaccettabile. Per questi pazienti abbiamo pensato di “attaccare” il problema su due fronti: dall’interno con un mappaggio elettro-anatomico effettuato con le nostre tecniche interventistiche (vale a dire con l’accesso di un catetere attraverso i vasi), che individua l’area malata ricostruendo con estrema precisione dove si forma l’anomalia del ritmo, e dall’esterno, con un approccio chirurgico mininvasivo che rimuove la lesione, riportando in ritmo il cuore. Abbiamo chiesto ai colleghi chirurghi di studiare e perfezionare la tecnica, e pressoché da subito i risultati sono stati straordinari». 

Ecco come funziona la nuova tecnica  
«Si tratta di un atto chirurgico nuovo –spiega il professor Gianluca Polvani - che si effettua in una Sala Multifunzionale a cuore battente e in toracoscopia 3D, per permettere la visione tridimensionale del campo operatorio. In sostanza, guidati dal mappaggio elettro-anatomico appena eseguito dai colleghi aritmologi, effettuiamo l’intervento ablativo con una chirurgia assolutamente mininvasiva. 

Pratichiamo tre piccoli fori nel torace e posizioniamo temporaneamente un ablatore che, circondando l’atrio di sinistra, garantisce la completa esclusione dei “focolai aritmici atriali”, vale a dire quelle zone di alterata funzionalità che generano l’aritmia. Dopo il chirurgo interviene ancora l’aritmologo per verificare con un nuovo mappaggio l’avvenuta ablazione o, se necessario, per effettuare un intervento transcatetere a completamento della procedura. Possiamo parlare veramente di trattamento integrato aritmologico-chirurgico». Una tecnica di successo, come dimostrano i primi risultati, che può essere considerata un vero e proprio salva-vita poiché oggi chi soffre di queste forme gravi di fibrillazione atriale è candidato oggi a rimanere senza cura e a diventare un malato scompensato o soggetto a episodi tromboembolici. 

FONTE: lastampa.it

sabato 12 settembre 2015

Sei più vecchio della tua età? Te lo dice un esame del sangue

(Getty Images)

Messo a punto un test in grado di differenziare l'età biologica di una persona da quella cronologica in base alle variazioni di 150 marcatori genetici usati come campione 

Basterà un semplice esame del sangue per stabilire quanto velocemente una persona invecchi e l'età biologica degli organi destinati ai trapianti, così da valutarne i possibili rischi durante l'intervento. Ma a sentire gli scienziati delKing's College London, il test che hanno messo a punto potrebbe anche aiutare ad identificare in anticipo coloro che sono maggiormente a rischio di Alzheimer pur non avendone ancora sviluppato i sintomi, sebbene quest'ultimo punto sia alquanto controverso, perché il margine d'errore resta sempre piuttosto elevato.

Come funziona

«L'anno di nascita di una persona, ovvero la sua età cronologica, viene utilizzata per giudicare qualunque aspetto della sua vita – spiega il professor James Timmons nello studio pubblicato sulla rivista "Genome Biology" - e anche se molti concordano sul fatto che avere sessant’anni non è la stessa cosa per tutti, prima del nostro test non esisteva un esame realmente affidabile che permettesse di stabilire l'età biologica di un individuo». 

Per avere la conferma delle loro teorie gli scienziati britannici - che hanno lavorato in team coi colleghi svedesi del Karolinska Institute e quelli americani della Duke University – hanno monitorato 700 volontari settantenni apparentemente in buona salute, scoprendo che in realtà la loro età biologica poteva oscillare fra i 60 e gli 80 anni a seconda di come differivano i 150 marcatori genetici presenti nel sangue e usati come campione, che hanno permesso di produrre una sorta di "punteggio d'invecchiamento" per un 65enne-tipo, dove i valori elevati indicavano una persona biologicamente più giovane rispetto all'effettiva età cronologica, mentre, per contro, i punteggi più bassi erano indice di un soggetto più vecchio di quanto fosse in realtà.

Le precauzioni

«Questo test del sangue unico nel suo genere ha dimostrato come le due regioni cerebrale e sanguigna associate alla demenza siano regolate dallo stesso gruppo di molecole – ha concluso il professor Timmons nella sua analisi – e questo può contribuire ad accelerare la diagnosi della malattia, permettendoci di capire meglio il motivo per cui taluni individui siano più soggetti di altri a determinate condizioni di salute legate all'invecchiamento». 

Va comunque sottolineato che il test è ancora nella fase iniziale e che potrebbe essere messo a disposizione di altri ricercatori a partire dal prossimo anno, mentre per medici di base e ospedalieri (che secondo gli scienziati britannici dovrebbero avere libero accesso all'esame in questione) si attende il via libera del servizio sanitario nazionale, che deve però ancora discutere le implicazioni etiche legate alla divulgazione pubblica d'informazioni così delicate e personali.

FONTE: Simona Marchetti (corriere.it)

giovedì 10 settembre 2015

Esplora il significato del termine: Corsa, dopo i 50 anni cala la velocità perché non usiamo i muscoli giustiCorsa, dopo i 50 anni cala la velocità perché non usiamo i muscoli giusti

(Getty Images)

Col passare degli anni si sfruttano meno i muscoli delle caviglie e dei polpacci. Ma con alcuni esercizi è possibile tornare alle prestazioni dei lustri precedenti

Un corridore giovane va più veloce di un corridore ultracinquantenne, pur a parità di allenamento. E non è solo a causa del passare degli anni, ma anche di un diverso utilizzo di determinati muscoli. Le differenze sono rilevanti: l’attuale record mondiale della maratona maschile è di 2:02:57 (ad opera del 31enne Dennis Kipruto Kimetto); quello dei maratoneti 70-75enni 2:54:48 (segnato dal canadese Ed Whitlock); quello degli 80-85enni 3:15:54 (dello stesso Whitlock). Tra la prima e la terza categoria, come si vede, la differenza è più di un’ora. E parliamo in entrambi i casi di professionisti, persone che si allenano tutti i giorni. Come si spiega, tecnicamente, un divario così marcato? L’argomento è stato studiato dal gruppo di Paul DeVita, professore di cinesiologia (la scienza che studia il movimento umano razionale attivo) alla East Carolina University di Greenville (North Carolina) e presidente della Società americana di biomeccanica, in uno lavoro pubblicato su Medicine & Science in Sports & Exercise. Che offre anche una speranza ai runner non più giovani: con i giusti esercizi è possibile tornare alla velocità dei lustri precedenti.

Caviglie o fianchi?

De Vita ha ipotizzato che dopo i 50 anni, nella corsa si utilizzino di meno i muscoli normalmente impegnati in questa attività. Già nel 2000, in un famoso studio, DeVita aveva dimostrato che, nella camminata, gli anziani fanno passi più brevi rispetto ai giovani perché usano più la fascia muscolare attorno ai fianchi rispetto a quella delle caviglie. Il suo nuovo obiettivo era dimostrare come qualcosa di simile avvenga anche nella corsa. Quindi, in collaborazione con la Wake Forest University di Winston-Salem e l’Istituto di ricerca sulla medicina ambientale dell’esercito Usa con sede a Natick (Massachusetts), ha reclutato 110 runner amatoriali di vecchia data e con un buon allenamento, dai 23 ai 59 anni. I volontari, uomini e donne, sono stati invitati alla Wake Forest University per l’esperimento: mentre i ricercatori li filmavano, hanno corso a lungo - alla loro abituale andatura - su una pista dotata di uno strumento che misurava con quanta forza calcassero i piedi sul terreno.

Nessuna compensazione

Risultato: di decennio in decennio, la lunghezza del passo e la velocità media calano di circa il 20%. Inoltre, nei corridori ultraquarantenni i ricercatori hanno constatato una notevole diminuzione nell’utilizzo (e nella potenza) dei muscoli della parte inferiore delle gambe, in particolare nelle caviglie e nei polpacci. Ma - al contrario che nella camminata, oggetto dello studio precedente - i runner più attempati non hanno mostrato una “compensazione” nei muscoli dei fianchi. Dunque, per quanto riguarda la corsa, c’è solo una minore attivazione della muscolatura delle gambe. Che si traduce in falcate più fiacche e minore spinta in alto tra un passo e l’altro. Se i 40 anni segnano un primo spartiacque, la situazione peggiora decisamente dopo i 50. Le lesioni al polpaccio e al tendine di Achille diventano più frequenti, perché i tessuti sono più fragili.

Rafforzare i flessori

Ed ecco il suggerimento: DeVita e colleghi ipotizzano che per contrastare l’eventualità di tali lesioni e recuperare almeno in parte la velocità dei decenni precedenti, i runner over50 possano rafforzare i muscoli flessori dei polpacci e delle caviglie. Detto ciò - concludono gli studiosi - una minore dipendenza dai muscoli delle gambe nella corsa ha un senso: il corpo, sapendo che per mantenere la velocità di un tempo dovrebbe fare uno sforzo extra e che i muscoli non hanno più la stessa forza, “decide” di sacrificare proprio la velocità, liberando dalla fatica i muscoli della parte inferiore delle gambe, per favorire altre attività organiche più “adatte” all’età. DeVita e collaboratori sottolineano infine che sul tema (il rapporto tra età e fisiologia della corsa) andrebbero fatti ulteriori studi, seguendo i corridori nelle varie fasi della loro vita per vedere i mutamenti che avvengono nel singolo individuo, e non soltanto quelli che emergono dal confronto tra individui di età diverse.

FONTE: corriere.it

In Sudafrica trovati resti umani di 3 milioni di anni fa. Gli scienziati: “Una nuova specie”


Il gruppo che ha condotto i lavori: «Una svolta nella ricerca della nostra evoluzione»

Un gruppo di scienziati internazionali ha scoperto una nuova specie umana, l’Homo Naledi, (che significa stella in sesotho una delle lingue locali in Sudafrica) in una grotta a 90 metri di profondità all’interno del Rising Star, un sito archeologico a circa 50 km da Johannesburg, patrimonio mondiale dell’Unesco e già in passato al centro di importanti scoperte antropologiche. 

La specie umana scoperta sarebbe una specie ponte” tra i primi bipedi e l’homo erectus e secondo le prime ricostruzioni avrebbe sembianze umane molto primitive: un encefalo molto ridotto, simile a quello di un gorilla e un busto ancora in parte ripiegato, paragonabile a quello di una scimmia. L’equipe di esperti ha ritrovato circa 1500 ossa di ominidi risalenti a circa 3 milioni di anni fa che apparterrebbero a 15 individui, tra loro bambini, giovani e un anziano. E molti altri fossili sono stati raccolti per procedere all’analisi. 

La raccolta dei reperti ossei è stata particolarmente complessa data la conformazione delle grotte del sito archeologico. Un team di sei ricercatrici molto magre sono state fatte entrare all’interno della cavità, dato il poco spazio a disposizione e attraverso un cavo ottico lungo 3,5 chilometri le operazioni di scavo sono state coordinate insieme ad un altro gruppo di scienziati rimasto, invece, in superficie. 

“Una scoperta destinata a lasciare il segno sugli studi paleontropologici” secondo Lee Berger, professore sull’evoluzione della specie umana alla Wits University di Johannesburg, “mai si era riusciti a ricomporre un fossile umano così nei dettagli”. Per John Hawks, un ricercatore che ha preso parte alla scoperta, “la scoperta dell’Homo Naledi cambia le certezze sulla storia dell’evoluzione umana”. 

FONTE: lastampa.it


sabato 5 settembre 2015

Come in Star Trek, costruito il primo tunnel spazio-temporale


I fisici dell’Università autonoma di Barcellona sono riusciti a trasferire un campo magnetico. L’esperto: “Un po’ come quando lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie scompare, lasciando solo il suo sorriso”

La saga di Star Trek, come il più recente Interstellar, ci ha fatto sognare di poter andare in un attimo da una parte all’altra dello spazio o essere catapultati in un’altra epoca. Nella realtà i tunnel spaziotemporali sono ora qualcosa di meno irreale. Anche se su scala ridotta e in laboratorio, per la prima volta sono stati realizzati dei minitunnel spaziotemporali capaci di collegare due luoghi lontani nello spazio, sfruttando dei campi magnetici. 

Tuttavia questo primo tunnel spaziotemporale è ben diverso da quelli immaginati dalla fantascienza, e non solo per le dimensioni. «Nei wormhole o condotti spazio temporali - spiega Carlo Cosmelli, docente di Fisica dell’università Sapienza - si viaggia istantaneamente da un punto all’altro dello spaziotempo, in questo caso invece si tratta di una configurazione statica». Quello che hanno fatto i fisici guidati da Alvar Sanchez, dell’Università autonoma di Barcellona, è stato infatti trasferire un campo magnetico da un punto dello spazio ad un altro, e non dei campi gravitazionali, come accade nei film.  

Con l’attuale tecnologia è ancora impossibile creare un condotto spaziotemporale gravitazionale, dal momento che servirebbe un’immensa quantità di energia gravitazionale per manipolare il campo. Ma i progressi compiuti nell’elettromagnetismo e l’invisibilità, hanno consentito ai ricercatori, si legge nello studio pubblicato su Scientific Reports, di realizzare un tunnel che trasferisce un campo magnetico da un punto all’altro utilizzando i cosiddetti«mantelli dell’invisibilità», ossia materiali speciali che reagiscono alla luce in modo da rendere impossibile osservare il passaggio del campo magnetico.  

Con una sfera magnetica composta da tre diversi strati «hanno creato un sistema virtuale - aggiunge Valerio Rossi Albertini, fisico del Centro nazionale delle ricerche - in cui una calamita, che ha due poli inscindibili, nord e sud, sbuca alla fine di un tunnel con uno solo dei due poli, quindi come monopolo. Una cosa che in natura non esiste. Un po’ come quando lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie scompare, lasciando solo il suo sorriso».  

In realtà i poli non si sono separati, «ma è solo una delle due identità magnetiche ad apparire dall’altra parte - continua - E tutto questo in un sistema completamente invisibile, cioè schermato dall’esterno». Un fenomeno questo che, secondo Cosmelli, più che un tunnel spaziotemporale, è di tipo quantistico. «È simile - conclude - all’effetto Aharonov-Bohm, in cui una particella carica è influenzata da campi elettromagnetici in zone in cui non ci sono».  

Prima di viaggiare nello spaziotempo come il dottor Spock bisognerà dunque aspettare ancora parecchio. Nel frattempo però è possibile che questo esperimento possa essere usato in medicina, per rendere la risonanza magnetica più efficace e sicura.  

FONTE: lastampa.it 

venerdì 4 settembre 2015

Torna la poliomielite in Europa Due bambini paralizzati in Ucraina

Il virus della poliomielite (foto di Dennis Kunkel)

Nel Paese solo il 50%dei minorenni è vaccinato contro la malattia. L’Oms: «Il rischio di diffusione del virus nel Paese è alto»

La poliomielite ricompare in Europa. Dopo 5 anni dagli ultimi casi, registrati nel 2010 in Russia dove 14 persone furono colpite dalla malattia trasmessa da un ceppo virale importato dal Tajikistan, ora in Ucraina l’infezione ha causato la paralisi di 2 bambini di 4 anni e 10 mesi. Ma secondo gli esperti potrebbero esserci molti altre persone portatrici della patologia, pur non riportando sintomi.

L’0ms: rischio di di epidemia nel Paese

Entrambi i bimbi risiedono nell’area sud-occidentale dell’Ucraina, vicino ai confini con Romania, Ungheria, Slovacchia e Polonia, in due villaggi a pochi chilometri di distanza. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che il rischio di diffusione del virus nel Paese è «alto» e che è necessario controllare rapidamente la nuova epidemia mentre, sempre secondo l’Oms, la minaccia del virus per i Paesi confinanti all’Ucraina (dove i livelli di immunizzazione sono più elevati grazie alla diffusione del vaccino) è bassa.

I pericoli per i bambini non vaccinati

Il vaccino orale contiene un virus attivo molto debole ed è considerato sicuro ed efficace. I bambini che lo ricevono, però, lo espellono ed entro un periodo di 12 mesi il virus (in un caso su un milione stima l’Oms) può mutare, diventare più virulento e cominciare a causare i sintomi solo nei bambini non vaccinati. E in Ucraina solo la metà dei bambini è stata vaccinata contro la poliomielite e le altre malattie prevedibili.

La poliomielite

Per il virus della poliomielite, che colpisce il sistema nervoso e può causare paralisi in poche ore, non esiste cura. Colpisce prevalentemente i bambini in zone con scarsa igiene. Una campagna globale ne ha ridotto ampiamente l’incidenza e quest’anno solo Pakistan e Afghanistan hanno registrato nuovi casi (ora si aggiunge l’Ucraina). La poliomielite prospera soprattutto nella stagione calda e il freddo inverno dell’Ucraina dovrebbe rallentare l’epidemia.

Perché l’Ucraina non vaccina i suoi figli

«I due casi di poliomielite in Ucraina nella zona Ovest del Paese non sono legati agli scontri contro la Russia che si stanno verificando nella zona orientale» spiega Hamid Jafari, responsabile della lotta contro la poliomielite all’Oms. «Piuttosto- spiega alNew York Times - molti genitori ucraini hanno scelto di non vaccinare i figli dopo il caso di uno studente che nel 2008 morì apparentemente di sepsi poco dopo il vaccino contro il morbillo, parotite e rosolia». Nonostante il ministero della Salute con altri organismi internazionali avessero tranquillizzato la popolazione spiegando che non c’era una correlazione tra il vaccino e il decesso e che si era trattato di una coincidenza si diffuse il panico (all’epoca un centinaio di studenti si presentarono in ospedale lamentando sintomi come mal di testa, febbre, mal di gola). A complicare ulteriormente la situazione fu la decisione del presidente dell’epoca, Viktor A. Yushchenko, di ordinare la sospensione di tutti i vaccini durante le indagini. Da allora un terzo dei genitori ucraini ha dichiarato ai sondaggisti di temere i vaccini e i tassi di vaccinazioni sono crollati. Le conseguenze però sono state drammatiche: dai 100 casi di morbillo registrati nel 2010 si è passati a 12.700 nel 2012. E ora si affaccia minacciosa anche la poliomielite. Del resto si sa che senza una copertura vaccinale adeguata malattie fino ad oggi debellate grazie ai vaccini possono tornare.

Le raccomandazioni dell’Oms

«E’ un ceppo pericoloso», spiega alla Bbc online Oliver Rosenbaum, portavoce dell’Iniziativa Oms per l’eradicazione della polio. «Ci sono due casi di paralisi, ma sicuramente non sono le uniche infezioni. Uno dei grandi pericoli di questa malattia sta proprio nel fatto che esistono molti casi asintomatici. Questa è una malattia che tende all’epidemia». L’Oms raccomanda che chiunque visiti la regione sia completamente vaccinato contro la poliomielite, e che tutti i residenti e chi soggiorna per più di un mese nella zona faccia una dose extra di vaccino antipolio.

FONTE: corriere.it