sabato 31 ottobre 2015

Denti, spazzolarli con il dentifricio per 4 minuti

Denti, spazzolarli con il dentifricio per 4 minuti
 
Spazzolarli per almeno 4 minuti perché i due canonici non bastano, via libera al test-spia delle gengive che con una sonda speciale riesce a fare la diagnosi in appena 5 minuti. Promossi scovolini e spazzolini elettrici da preferire a quelli manuali e al filo interdentale perché più efficaci nel rimuovere la placca.

Semaforo verde anche per i colluttori ma solo dietro consiglio del dentista. Prevenzione e diagnosi precoce consentirebbe di risparmiare ogni anno quasi un miliardo di euro. Sono i contenuti delle prime linee guida mondiali sulla prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie parodontali, promosse dalla Società italiana di parodontologia e implantologia, insieme alla European federation of periodontology, l'American academy e periodontology e l'Asian Pacific society of periodontology.

Il problema delle gengive dolenti, arrossate e infiammate che sanguinano quando si spazzolano i denti e in qualche caso ne lasciano uno o più di uno un po' scoperti riguarda circa 20 milioni di italiani over 35, ma poi si rendono conto che si tratta di sintomi da non sottovalutare: la gengivite non curata si trasforma spesso in parodontite, la sesta malattia più frequente al mondo e, nella sua forma grave, la prima causa di perdita dei denti.

In Italia la parodontite grave colpisce tre milioni di persone, che spendono per la patologia e le sue conseguenze un miliardo di euro l'anno soprattutto per rimpiazzare i denti persi.

«La parodontite è un'infiammazione profonda delle gengive provocata dai batetri presenti nella placca dentale non adeguatamente rimossa con una corretta igiene orale - spiega Maurizio Tonetti, presidente della Società italiana di parodontologia e implantologia - Purtroppo la maggioranza si allarma solo quando sente i denti muoversi, così la conseguenza, se la malattia non viene trattata adeguatamente e in tempo è la perdita dei denti».
 
FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 30 ottobre 2015

L’intervento per la cataratta sempre più spesso viene eseguito a 50 anni

(Getty Images)

In alcuni casi il cristallino si può sostituire quando l’opacizzazione è minima o non si è ancora manifestata: molte persone lo fanno anche per risolvere altri difetti visivi in un’unica soluzione

Quando si parla di cataratta, di solito si pensa a un intervento che prima o poi tutti dobbiamo fare, ma passati i 60 anni. In realtà negli ultimi anni si sta assistendo a un progressivo anticipo dell’operazione di sostituzione del cristallino, quando la sua opacizzazione è agli albori o non si è ancora manifestata. Ma ha senso anticipare i tempi? E se sì in quali casi? Se n’è parlato in occasione del recente Congresso internazionale “Videocatarattarefrattiva 2015”.

Intervento anticipato

«L’intervento di cataratta si può anticipare, ma senza esagerare con la precocità. Quella dei 50 anni potrebbe essere una buona soglia – sostiene Lucio Buratto, direttore scientifico del Centro ambrosiano oftalmico di Milano -. Oggi diversi cinquantenni in cui è in atto un peggioramento visivo, non dovuto alla cataratta, insistono sull’esigenza di non avere ostacoli alla loro visione: vogliono disfarsi di occhiali o lenti a contatto, che magari, dopo decenni di utilizzo, non tollerano più. Di solito si tratta di persone che hanno difficoltà a vedere da lontano oppure da vicino, a causa dell’insorgenza della presbiopia o per altre ragioni. Non hanno una vera patologia, non vedono offuscato o i colori annebbiati, vogliono solo liberarsi dal fastidioso impiccio procurato loro dagli occhiali da vista».

Sindrome del cristallino disfunzionale

Grazie a strumentazioni diagnostiche di avanguardia e a esami oculistici più focalizzati sull’analisi del cristallino naturale dell’occhio, si è evidenziato che molti dei pazienti tra i 50 e i 60 anni, desiderosi di riacquistare una visione ottimale a qualunque costo, presentano in realtà dei cristallini non del tutto trasparenti, ma già con qualche opacizzazione o comunque non perfettamente funzionali. Tanto che si è coniato il termine di “sindrome del cristallino disfunzionale”, per descrivere questa situazione di invecchiamento del cristallino che comincia a presentare le prime opacità, piccole aberrazioni e difficoltà di accomodazione. In pratica non si è ancora nelle fasi della cataratta e la presbiopia forse è appena all’inizio. La sindrome non è dovuta alla presbiopia, ma sicuramente la ingloba tra i suoi sintomi, e la presbiopia la può accentuare, sebbene non sia l’unico elemento di disturbo. Per cui non è corretto parlare solo di presbiopia o solo di cataratta, ma di una patologia diversa che si pone a livello intermedio.

Laser o sostituzione del cristallino

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché non intervenire con le tradizionali tecniche di chirurgia refrattiva che utilizzano il laser a eccimeri (per esempio la Lasik) e aspettare a rimuovere il cristallino quando questa lente naturale mostrerà chiari segni di opacizzazione? «In caso di sindrome del cristallino disfunzionale la sostituzione del cristallino è una strategia più efficiente perché, a differenza della procedura laser, risolve il problema della lente e il problema refrattivo in un unico intervento – fa notare Buratto -. Con il trattamento laser infatti si risolve nell’immediato il problema refrattivo, ma si rimanda l’inevitabile opacizzazione del cristallino naturale che arriverà negli anni successivi, facendo tornare in sala operatoria per la cataratta. Con la sostituzione del cristallino a 50 anni o poco dopo, si evita l’insorgenza e quindi l’intervento di cataratta».

FONTE: Antonella Sparvoli (corriere.it)

giovedì 29 ottobre 2015

Il dirigibile spia della Cina

 
Si chiama Yuanmeng il nuovo dirigibile della Cina. Martedì 13 ottobre ha raggiunto la quota di circa 20 km in un volo di prova che è decollato da Xilinhot, nella Mongolia interna per un test. Secondo fonti ufficiali cinesi riportate dal «Quotidiano del popolo» (http://en.people.cn/n/2015/1014/c90000-8961965.html) l’aeromobile può raggiungere fino a 100 km di altezza e viene alimentato principalmente a energia solare. Nell’immagine distribuita dall’agenzia Xinhua, lo si vede sorvolare a grande altezza la costa atlantica degli Stati Uniti sopra Washington e New York. Un caso o un avvertimento? Secondo fonti militari occidentali riportate nei siti specializzati servirà per spionaggio, i cinesi hanno comunicato solo che servirà per comunicazioni in banda larga, raccolta dati e osservazioni in alta definizione. In una parola più semplice: spionaggio (foto Cannews.com).
 
FONTE: corriere.it

mercoledì 28 ottobre 2015

Stampati e senza carie: i nostri denti del futuro

 
Studio olandese. Saranno realizzati con una speciale resina in grado di respingere i microorganismi dannosi per la loro salute. Saranno in praticamente auto-pulenti
 
Carie addio. Dimenticatevi anestesia, trapano e otturazioni. In futuro i denti ormai “guasti” potranno essere sostituiti da quelli stampati in 3D e trattati con materiali anti-carie. E’ questo il messaggio che emerge da uno studio dell’Università di Groningen (Olanda) pubblicato dalla rivista Advanced Functional Materials.  
 
CHE COSA SONO LE CARIE?  
 
Con il termine “carie” si intende una malattia degenerativa dei denti che porta alla progressiva perdita dei tessuti duri che lo compongono. A causarla sono i comuni microrganismi presenti nel cavo orale, principalmente quelli attaccati al dente nella forma di placca batterica. In particolare il principale responsabile è lo Streptococcus mutans. Per evitare l’insorgere della carie l’unica soluzione è un’accurata igiene orale. 
 
I NUOVI DENTI SPECIALI STAMPATI IN 3D
  
Da tempo gli scienziati sono però al lavoro per cercare delle soluzioni per diminuire la capacità dei batteri di danneggiare i denti. Una di esse potrebbe essere l’utilizzo di denti artificiali creati appositamente con una stampante 3D il più fedeli possibili all’originale. C’è un però: il nuovo dente in questo caso è anche auto-pulente. Ciò non significa che non dovremo più utilizzare lo spazzolino ma che le superfici di esso sono in grado di eliminare la maggior parte dei batteri che causano la carie. Come? Attraverso una speciale resina capace di respingere selettivamente Streptococcus mutans. 
 
LA RESINA ELIMINA I MICRORGANISMI
 
Nello studio da poco pubblicato gli scienziati olandesi sono riusciti nell’impresa di stampare un dente con incorporata la sostanza antimicrobica. Successivamente hanno testato la sua capacità mettendo a contatto con delle colonie di Streptococcus mutans. Dalle analisi è emerso che il dente è riuscito ad eliminare autonomamente il 99% dei microrganismi. Un risultato importante che ora dovrà essere necessariamente testato nell’uomo. I risultati fanno ben sperare e non è detto che la tecnica di stampa 3D con incorporata la sostanza antimicrobica possa essere utilizzata anche nella produzioni di protesi mediche, che necessitano di assoluta sterilità, o di giocattoli per bambini.  
 
UNA TECNICA SIMILE È GIÀ IN FASE DI SPERIMENTAZIONE
  
Attenzione però a non pensare che questa sia la sola “tecnica” per evitare le carie. Ad oggi è già allo studio nei bambini la possibilità di applicare sulla superficie masticatoria dei molari una speciale resina fluida che permane sul dente per alcuni anni, proteggendo lo smalto dall’attacco della carie. Una procedura da eseguire non appena i denti da latte lasciano il posto a quelli permanenti ed è consigliata per prevenire lo sviluppo di carie nei molari.
 
FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it) 

martedì 27 ottobre 2015

Scoperte due molecole per far ricrescere i capelli


Testando farmaci per la cura di malattie del sangue e artrite reumatoide, gli scienziati della Columbia University hanno stabilito come bloccare l’enzima che provoca la calvizie

Calvizie addio? Secondo uno studio del Columbia University Medical Center, pubblicato dalla prestigiosa rivista Science Advances, in futuro sarà possibile evitare la perdita dei capelli grazie a due molecole in grado di stimolarne la ricrescita. Una scoperta avvenuta quasi per caso in quanto i due composti utilizzati erano in fase di sperimentazione per il trattamento di alcune malattie del sangue e dell’artrite reumatoide. 

UNA SCOPERTA FORTUITA  
Come spiega la dottoressa Angela Cristiano, una delle autrici dello studio, «ci sono veramente pochissimi composti in grado di stimolare l’attività dei follicoli così rapidamente: alcuni prodotti ad uso topico fanno ricrescere ciuffi di capelli dopo alcune settimane, ma nessuno si è mostrato tanto potente e veloce come quelli che abbiamo sperimentato». Le molecole in questione sono ruxolitinib e tofacitinib. Gli scienziati statunitensi, studiando questi farmaci per altre indicazioni terapeutiche, si sono accorti che nei topi trattati con i due farmaci si verificava come effetto collaterale un aumento della produzione di bulbi piliferi. 
I farmaci promuovono la crescita dei capelli. 

Partendo da questa osservazione gli autori dello studio hanno testato ruxolitinib e tofacitinib su follicoli umani cresciuti in coltura e su altri trapiantati nella pelle dei topi. Dalle analisi è emerso, dopo un applicazione quotidiana durata 5 giorni, una rapida ricrescita dei capelli. Alla base del successo sembrerebbe esserci la capacità dei due principi attivi di inibire la famiglia di enzimi JAK. Gli scienziati hanno infatti scoperto che gli inibitori di JAK hanno una potente azione nel ripristinare l’attività dei follicoli umani. 

AL VIA I TEST NELL’UOMO  
La scoperta aprirà ora alla sperimentazione di questa classe di farmaci nel trattamento della psoriasi a placche e alopecia areata, patologia autoimmune che causa veloce caduta di capelli a chiazze sul cuoio capelluto. Non solo, l’idea è quella di estendere i test anche nei casi di alopecia androgenetica, la forma più comune di calvizie. Attenzione però a non cantare vittoria: «finora i risultati sono promettenti anche se per ora non sappiamo ancora quale sia l’effettiva azione sulla calvizie dell’uomo» conclude la Cristiano. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 26 ottobre 2015

La carne lavorata provoca il cancro Oncologi: «No agli allarmismi»

Lo IARC inserisce le carni salate, essiccate, affumicate tra gli agenti che provocano tumori. L’esperto: serve misura, si può mangiare carne rossa una/due volte a settimana

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione, massima autorità in materia di studio degli agenti cancerogeni che fa parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), ha inserito le carni rosse e lavorate fra le sostanze che possono causare il cancro negli uomini. Come si legge nella pubblicazione appena rilasciata sulla rivista scientifica The Lancet Oncology, dopo aver revisionato oltre 800 studi epidemiologici che indagavano l’associazione fra carni rosse e insorgenza di cancro in tutto il mondo, il team IARC (22 esperti provenienti da 10 Paesi) ha deciso di catalogare fra i cancerogeni certi (gruppo 1) «sulla base di sufficienti evidenze che le legano al tumore del colon, le carni rosse lavorate, ovvero quelle salate, essiccate, fermentate, affumicate, trattate con conservanti per migliorarne il sapore o la conservazione. Inoltre un legame è stato individuato anche con il tumore allo stomaco». Il consumo di carne rossa (per esempio manzo, maiale, vitello, agnello, montone, cavallo o capra) è stato invece inserito nella lista dei probabili carcinogeni per l’uomo (gruppo 2°), «in considerazione dei numerosi e rilevanti dati che dimostrano un’associazione positiva fra carni rosse e soprattutto cancro al colon, ma anche tumori di pancreas e prostata».

«Alimento con alto valore nutrizionale»

Gi stessi esperti IARC che hanno a inserito le carni rosse e lavorate fra le sostanze che possono causare il cancro negli uomini, però, invitano alla moderazione : «La carne rossa contiene anche proteine e micronutrienti importanti (come la vitamina B, il ferro e lo zinco) - sottolineano nella loro pubblicazione sulla rivista scientifica The Lancet Oncology -. Inoltre il contenuto di grassi dipende dalla specie dell’animale, dall’età, dal sesso, da come è stato allevato e nutrito. E, infine, dal taglio della carne. Inoltre, anche per quanto riguarda la cottura, è bene fare delle differenze e ricordare che l’essicazione o l’affumicamento di tutti i cibi (dunque carne inclusa) possono portare alla formazione di agenti chimici a loro volta cancerogeni. Fritture, barbecue, grigliate sono generalmente più pericolosi per le sostanze che si possono sprigionare rispetto ad altri metodi di preparazione». «Per una persona il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto a causa del consumo di carne rimane basso, ma aumenta se si esagera con le quantità - ricorda Kurt Straif, a capo dell’IARC Monographs Programme -. In considerazione però del gran numero di persone che nel mondo mangiano giornalmente questo alimento, l’impatto globale sull’incidenza dei tumori è un fattore importante per la salute pubblica». «I risultati del gruppo di lavoro devono far riflettere sulla possibilità di rivedere le attuali raccomandazioni sui limiti all’assunzione di carne - sottolinea Christopher Wild, direttore dell’IARC -. Allo stesso tempo però questo alimento ha un alto valore nutrizionale. Quindi è essenziale che i governi e le agenzie regolatorie internazionali intervengano per bilanciare i rischi e i benefici del consumo di carne rossa e lavorata e forniscano le migliori raccomandazioni dietetiche alla popolazione».

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

sabato 24 ottobre 2015

Esplora il significato del termine: Tumori, italiani fatalisti e ancora troppo ignoranti in materiaTumori, italiani fatalisti e ancora troppo ignoranti in materia

(Fotogramma)

Quattro connazionali su dieci ancora credono (sbagliando) che il cancro non si possa prevenire e non esistano terapie efficaci

Una corretta informazione può salvarti la vita. Conoscere la malattia di cui si soffre, quali sono le migliori strategie di cura disponibili e i centri con maggiore esperienza è un passo fondamentale, soprattutto se si deve affrontare una patologia complessa e pericolosa come il cancro. Ad essere fondamentale, poi, è anche il rapporto fra il medico, il malato e la sua famiglia: non è solo una questione etica o morale, ma anche una faccenda concreta, visto che diversi studi scientifici hanno dimostrato che un malato consapevole aderisce meglio alle cure, con maggiore soddisfazione (e minori costi, sprechi e fatiche) per tutti. E se la maggior parte delle persone vuole sapere tutto ciò che il Dna ha da dire per capire «di che morte morire», moltissimi italiani si dimostrano ancora poco consapevoli in materia di tumori stando a quanto emerge da un sondaggio appena svolto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e presentato a Roma durante il congresso nazionale della società scientifica.

Quattro italiani su dieci fatalisti

Oltre la metà dei quasi 3mila intervistati, infatti, crede ancora erroneamente che si tratti di malattie incurabili e che non esistano terapie efficaci. Sempre in materia di cure, il 35 per cento degli interpellati non sa che dire e solo un quarto dei connazionali si dichiara consapevole della disponibilità di trattamenti validi. Ma c’è di peggio: nonostante i numerosi richiami degli specialisti di tutto il mondo il 44 per cento degli italiani è ancora fatalista e pensa che i tumori non si possano prevenire (mentre più di 3 casi di cancro su 10 si potrebbero evitare seguendo 12 semplici regole di vita, vedi sopra, ndr), il 27 per cento non ha un parere in merito e solo il 30 per cento di dice informato sulle possibili strategie per tenere alla larga il cancro. Nel 2015 sono previste nel nostro Paese 363mila nuove diagnosi di tumore. «Il 60 per cento dei pazienti guarisce – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom -. Un risultato raggiunto anche grazie a terapie sempre più efficaci e innovative come l’immunoncologia. È importante migliorare il livello di consapevolezza sulle nuove frontiere della lotta al cancro, anche al di fuori dei mezzi di comunicazione tradizionali. Per questo l’Aiom sbarca sui social network, con una pagina Facebook e un profilo Twitter».

Internet, Facebook e Twitter

Oggi, stando ai dati Censis, più di 4 italiani su 10 ricorrono alla rete per leggere notizie sulla salute, la metà dell’intera popolazione è iscritta a Facebook (si sale al 77,4 per cento degli under 30) e il 10 per cento usa Twitter. Queste percentuali aumentano in maniera esponenziale fra i pazienti oncologici e i loro familiari: più dell’80 per cento infatti si informa sul web anche sulle terapie innovative o lo usa per condividere la propria esperienza. «È forte la sete di conoscenza – continua Pinto -. Come emerge dalla nostra indagine, il 74 per cento dei cittadini vorrebbe ricevere più informazioni su come prevenire la malattia e sulle nuove terapie. L’uso dei social network ci permetterà anche di contrastare i falsi miti che circolano online sui tumori, andando proprio sui canali dove spesso nascono e crescono informazioni sbagliate». Per rispondere a questa esigenza la società scientifica ha anche recentemente pubblicato un libro (Si può vincere, edizioni Guerini, con numeri aggiornati sul fenomeno cancro, schede esplicative sulle varie terapie disponibili, spiegazioni sui vari tipi di neoplasie e storie di pazienti che hanno sconfitto il cancro), che vuole essere un ulteriore strumento utile per fornire nozioni concretamente utili, lasciandosi definitivamente alle spalle i vecchi stereotipi legati al «male incurabile».

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

mercoledì 21 ottobre 2015

Scoperta italiana: farmaco che può ridurre del 50% i danni cerebrali post ictus


Sperimentato soltanto su cavie, il prodotto agisce inibendo la proteina responsabile della morte dei neuroni dopo l’ischemia. Nuove prospettive per i pazienti

Buone notizie sul fronte dei danni post ictus. È stato sintetizzato un farmaco che, su animali di laboratorio, ha dimostrato di essere in grado di proteggere il cervello fino a sei ore dopo il verificarsi di un ictus e di ridurne del 50% il danno cerebrale. 

UNO STUDIO FIRMATO DA SCIENZIATI ITALIANI  
La scoperta porta la firma di un gruppo di ricercatori italiani diretti da Tiziana Borsello dell’Istituto Mario Negri/Dipartimento di farmacologia dell’Università di Milano in collaborazione col team di ricerca di Alessandro Vercelli, direttore del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi (NICO) dell’Università di Torino e lo studio è stato pubblicato su Cell Death and Disease. 

ECCO CHE COSA SUCCEDE QUANDO SI VERIFICA UN ICTUS  
Il cervello, come ogni altro organo del corpo - spiegano i ricercatori - necessita di nutrimento e ossigeno per funzionare. Tali sostanze vengono trasportate attraverso i vasi sanguigni e, quando il sangue diretto al cervello è bloccato, si verifica un’ ischemia cerebrale, che genera la progressiva morte dei neuroni. 

PER FRENARE GLI EFFETTI SI AGISCE SU UNA PROTEINA  
Ora, si sa che la proteina denominata MKK7 ha un ruolo importante nel determinare la morte dei neuroni a seguito di un attacco ischemico cerebrale. I ricercatori hanno quindi sintetizzato un inibitore specifico di questa proteina, chiamato GADD45Beta. E su modelli animali hanno visto che, grazie ad esso, il cui effetto protettivo funziona anche sei ore dopo l’infarto cerebrale, il danno può essere ridotto del 50%. 

IL PARERE DEGLI ESPERTI CHE HANNO LAVORATO ALLA SCOPERTA  
«Attualmente non ci sono trattamenti farmacologici approvati per la gestione dell’ictus ad eccezione dell’Attivatore tissutale del plasminogeno (rT-PA) che ha caratteristiche che ne limitano l’efficacia - commenta Tiziana Borsello - quindi il nuovo composto rappresenta un buon risultato».  

«Con le dovute verifiche, passando per la sperimentazione clinica - aggiunge Alessandro Vercelli - questa potrebbe rappresentare una prospettiva nuova in grado di ridurre significativamente i volumi d’infarto cerebrale e di conseguenza anche i deficit, con maggiori possibilità di recupero» per i pazienti. 

FONTE: lastampa.it

domenica 18 ottobre 2015

Dalle banane un filtro per pulire l’acqua dai metalli pesanti

Alvaro Maggio con la sua invenzione

Un grammo di buccia, ottenuta a costo zero e senza impatto ambientale, grazie alla pectina contenuta purifica fino a 25 litri di acqua

È iniziato tutto al liceo, quando un ragazzo di quarta decide di partecipare a un concorso scientifico. Poco tempo dopo, viene brevettato Metals-catchers, un nuovo filtro a base di frutta per ripulire le acque inquinate dai metalli pesanti grazie alla pectina. E per un giovane italiano si spalanca un futuro da ricercatore. Alvaro Maggio, 20 anni compiuti a giugno e al secondo anno di ingegneria industriale all’Università del Salento di Lecce, ha messo a frutto i suoi anni di scuola superiore sviluppando quello che potrebbe diventare una delle invenzioni più importanti dei prossimi decenni: i suoi filtri a base di scorze di banane, sono le più efficaci ma sono stati raggiunti buoni risultati anche con bucce di tuberi e verdura, sono a bassissimo impatto ambientale e potrebbero rendere utilizzabili bacini d’acqua molto inquinati.

Abbattimento metalli pesanti

«Un grammo di buccia ottenuta a costo zero e senza impatto ambientale purifica fino a 25 litri di acqua, ma potrebbe essere anche di più», spiega il giovane. «Nei test con un inquinamento di 1.300 microgrammi per litro, una quantità letale per le persone, l’abbattimento dei metalli è stato del 98% rientrando nei limiti di legge. Inoltre la stessa buccia di banana, che può essere utilizzata per nove volte, già al secondo utilizzo abbatte di un ulteriore 98% il rimanente 2% di inquinanti rimasto».

A basso impatto ambientale

Acqua potabile a costi bassissimi, sia per l’ambiente che per l’economia: «Esistono tantissimi modi per purificare l’acqua», specifica Maggio, «ma questo si è dimostrato venti volte più efficace di quelli tradizionali oltre che a basso impatto ambientale: l’energia usata per essiccare la frutta è quella naturale del sole e inoltre si recupera uno scarto industriale». E anche per quanto riguarda lo smaltimento dei filtri c’è una soluzione green: «Abbiamo già pensato a tutto: il processo chimico che permette di sequestrare gli ioni metallici dalla soluzione acquosa si chiama bioadsorbimento, tramite la pectina e la cellulosa permette di trattenere i metalli pesanti, mentre quello inverso si chiama desorbimento e permette di rilasciare gli ioni metallici: questo per far sì che la buccia sia di nuovo utilizzabile e i metalli pesanti smaltiti in altro modo, pensiamo a stabilimenti a energia solare in cui sia possibile riciclare le cartucce dei filtri e senza i procedimenti usati oggi per questo processo».

Il vero nodo è la raccolta degli scarti di banana

Il vero nodo è il cambiamento che un’invenzione come quella del giovane salentino può portare: «L’unico impatto ambientale sarà quello che avremo con le persone», dice Maggio. «Per quanto riguarda le bucce di banana, la raccolta domestica potrà funzionare solo se tutti saranno sensibilizzati davvero». Il plurale non è un caso: se questa brillante mente ha potuto registrare un brevetto nell’aprile 2015 è anche grazie alla professoressa Rossana Congedo, docente di chimica e biologia del liceo scientifico Quinto Ennio di Gallipoli dove Alvaro si è diplomato nel 2014. La professoressa ha accompagnato Alvaro nello sviluppo delle sue ricerche registrando con lui il brevetto. «Senza la sua guida non avrei potuto divincolarmi tra alcuni problemi troppo complicati per una persona di 18-19 anni».

Olimpiadi della scienza

«Il lavoro è iniziato quasi per caso tra i banchi della scuola, partecipando a metà del quarto anno di liceo alle Olimpiadi della scienza», racconta il giovane, «poi alla selezione nazionale dell’Invfactor a settembre 2014, una competizione indetta dal Cnr per scegliere nove invenzioni che saranno poi analizzate da una giuria di scienziati, successivamente mi hanno invitato a partecipare alla Notte dei ricercatori: è successo il boom perché si sono interessati in particolare i ricercatori dell’ospedale Bambin Gesù. Era il periodo in cui si scoprì che la falda acquifera da cui si riforniva l’acquedotto era inquinata e guarda caso io ero proprio lì in quei giorni. Da lì ho partecipato a concorsi ancora più rilevanti come quello dellaFederazione delle associazioni scientifiche e tecniche (Fast) di Milano, una selezione italiana in cui venivano scelti tre progetti su 34 per rappresentare l’Italiaallo European Union Contest for Young Scientists. In questa gara, a cui partecipavano 169 studenti per 104 progetti provenienti da tutto il mondo, ho vinto uno presso un centro di ricerca europeo a Ispra, in provincia di Varese».

Proposte

Prima di trasferirsi al nord per le sue ricerche, Maggio farà tappa a Roma: il 16 ottobre sarà in Senato per la giornata delle eccellenze a rappresentare i giovani italiani. E nel frattempo potrà pensare alle molte offerte ricevute per il suo brevetto. Proposte giudicate irricevibili dal ragazzo: «Sono state numerosissime, ma dopo tre anni di lavoro mi sono sembrate troppo egoiste e sto ancora cercando qualcuno che creda in me, intanto sto valutando anche delle esperienze all’estero».

FONTE: Michelangelo Bonessa (corriere.it)

sabato 17 ottobre 2015

Anomalia astronomica fa pensare a una civiltà aliena avanzata

Sfera di Dyson, segno di una Civiltà di Kardashev di tipo II

Finora non hanno spiegazioni scientifiche valide i cali di luminosità di una stella a 1.480 anni luce. Alcuni avanzano l’ipotesi di un sistema extraterrestre per catturare energia

Avete mai sentito parlare di una Civiltà di Kardashev di tipo II? Non è grave: la civiltà umana non è arrivata ancora al tipo I e (forse) ci arriverà tra 200-300 anni. Una Civiltà di Kardashev di tipo II è una società tecnologica così avanzata in grado di sfruttare tutta l’energia emessa dalla propria stella tramite enormi sistemi orbitanti. Fantascienza? Ne hanno parlato, tra gli altri, grandi autori come Isaac Asimov, Carl Sagan e Arthur C. Clarke. Nel 1964 lo scienziato sovietico Nikolai Kardashev, che oggi ha 83 anni, ideò una scala in cui legava il grado di sviluppo di eventuali civiltà extraterrestri con la loro capacità di raccogliere l’intera energia di un pianeta (tipo I), di un sistema solare (tipo II), di un’intera galassia (tipo III). Un corollario importante dei suoi studi è che per trovare una civiltà aliena molto avanzata non serve cercare di captare un suo segnale radio (come da 45 anni sta facendo il radiotelescopio di Arecibo senza - ancora - aver trovato nulla), ma osservare se la luce di una stella appare molto più debole di quella che dovrebbe essere, se subisce improvvisi e inspiegabili cali di energia luminosa o - nei casi estremi - se la sua luce è assente del tutto. Ciò starebbe a significare che «qualcuno» sta «raccogliendo» l’energia della stella stessa.

KIC 8462852

Ora in un articolo sottoposto alla comunità scientifica lo scorso 11 settembre e firmato da 29 scienziati guidati da Tabetha Boyajian dell’Università di Yale, al quale seguirà a breve un altro articolo di Jason Wright della Penn State University, si richiama l’attenzione sulle anomalie registrate nell’osservazione della stella KIC 8462852 nella costellazione del Cigno, distante da noi circa 1.480 anni luce e grande una volta e mezza il nostro Sole. KIC 8462852 è una stella di classe F 5 (nana bianco-gialla) della sequenza principale, invisibile a occhio nudo (il Sole è una nana gialla di classe G 2) e osservabile solo con strumenti molto sofisticati.

Strane osservazioni

Le osservazioni del telescopio spaziale Kepler hanno mostrato variazioni della luminosità della stella che non sono spiegabili con nessuna ipotesi «naturale» finora conosciuta, se non con un poco probabile sciame di comete ma che sarebbe comunque incompatibile con l’età della stella. Due in particolare sono gli episodi «misteriosi»: il primo con un singolo calo di luminosità del 15% (2011), il secondo circa 750 giorni dopo (2013) con una serie di cali il cui massimo è stato del 22%, che farebbero pensare a una serie di oggetti in transito davanti alla stella. Un precedente episodio era stato registrato nel 2009. Quello atteso nel 2015 non è stato registrato perché Kepler è entrato parzialmente in avaria. Per vari motivi tecnico-scientifici (il calo di luminosità per il passaggio di un pianeta grande come Giove è dell’1%) è stata esclusa la possibilità di pianeti extrasolari, come in migliaia di casi simili che hanno portato alla scoperta vent’anni fa di questa classe di corpi celesti. Così come la presenza di un disco di polvere sul piano dell’orbita. Resta la possibilità di uno sciame di comete «disturbato» da una stella nana rossa che si trova a soli 132 miliardi di chilometri di distanza (0,014 anni luce), e che è arrivato in prossimità di KIC 8462852 (che fa probabilmente parte di un sistema binario).

Molta prudenza

In nessuna parte dei lavori scientifici associati alle anomalie di KIC 8462852 si parla di alieni e Civiltà di Kardashev di tipo II, ma alcuni - anche nella molto prudente comunità scientifica - a mezza voce parlano di una «possibile, eventuale» scoperta di qualcosa di molto strano. Tutti però sono d’accordo che servono ulteriori indagini più approfondite. Ora infatti il radiotelescopio Vla (Very Large Array) sarà puntato su KIC 8462852 per vedere se vengono registrati segnali radio anomali. Un recente studio (agosto 2015) di Michael Garrett dell’Università di Leida dimostra in base a radio osservazioni che in 93 galassie vicine a noi (le più promettenti su un database di 100 mila) non esistono (o sono molto rare) Civiltà di Kardashev di tipo III.

Interesse

La vicenda però ha suscitato l’interesse non solo dei siti specializzati di astronomia e di quelli specializzati in «enigmi alieni», ma anche di molti organi di stampa internazionali, dalla Cnn a Nouvelle Observateur, da The Atlantic a Die Welt, da Le Monde al Daily Mail. Il razionale New Scientist sposa la tesi della nube cometaria e non lascia spazio a ipotesi «aliene».

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

mercoledì 14 ottobre 2015

Un bicchiere di vino rosso a sera migliora il diabete


Un bicchiere di vino rosso a sera migliora il diabete

Un bicchiere di vino rosso ogni sera può migliorare la salute cardiovascolare delle persone con diabete di tipo 2, aiutandole anche a gestire il colesterolo. Non solo, il vino , sia bianco che rosso, può migliorare il controllo degli zuccheri nel sangue, un fenomeno osservato però solo in chi metabolizza l'alcol lentamente. 

E' quanto emerge da uno studio guidato dall'università Ben-Gurion del Negev, in Israele. Gli studiosi hanno analizzato 224 pazienti con diabete di età compresa tra 45 e 75 anni, che generalmente non bevevano alcol, ad alcuni dei quali è stato chiesto di iniziare e bere moderatamente vino nell'ambito di una dieta sana.


I pazienti, per due anni, sono stati divisi in maniera casuale in tre gruppi: uno a cui è stata data da bere acqua minerale (150millilitri), un altro a cui è stato chiesto di bere la stessa quantità di vino rosso e l'ultimo a cui è stato chiesto di bere invece vino bianco.

Dai risultati è emerso, in particolare, che il consumo moderato di vino rosso ha portato a livelli di grassi nel sangue più sani, tra cui più colesterolo “buono” che quello “cattivo” e una riduzione del rischio cardiometabolico, con una diminuzione in alcune componenti della sindrome metabolica, indicatore di un alto rischio cardiovascolare.

Non solo: in chi metbolizzava l'alcol più lentamente, sia in caso di vino rosso che di vino bianco, si è osservato un maggior controllo degli zuccheri nel sangue e sempre in entrambi questi gruppi una migliore qualità del sonno. «Il vino rosso è risultato superiore nel migliorare il profilo metabolico complessivo» spiegano però gli studiosi, secondo cui i maggiori beenfici del rosso rispetto al bianco sarebebro legati non solo all'etanolo ma anche ad alcune componenti non alcoliche, come il resveratrolo.

FONTE: salute.leggo.it 

lunedì 12 ottobre 2015

Sclerosi Multipla, un nuovo farmaco per la forma primariamente progressiva


La malattia autoimmune colpisce 75mila italiani. Al convegno Ectrims di Barcellona presentati i dati sul medicinale di ultima generazione.

La notizia era già stata annunciata quest’estate, ma l’attesa presentazione si è svolta al congresso del Comitato Europeo per la Terapia e la Ricerca sulla Sclerosi Multipla (ECTRIMS), svoltosi a Barcellona con oltre 9mila partecipanti. Stiamo parlando dei dati positivi di efficacia e di sicurezza di un nuovo farmaco per una forma di sclerosi multipla, quella primariamente progressiva, per la quale non c’erano trattamenti efficaci. 

CHE COS’É LA SCLEROSI MULTIPLA  
La sclerosi multipla (SM) è una malattia autoimmune del sistema nervoso centrale che colpisce circa 75mila italiani e oltre 2,5 milioni di persone nel mondo. Una decina di trattamenti sono oggi a disposizione di medici e pazienti, per quanto nessuna in grado di guarire dalla malattia, le cui cause sono ancora sconosciute. 

I SINTOMI  
Nella SM, la guaina mielinica che protegge i neuroni, le fibre nervose e il nervo ottico dell’organismo viene attaccata dal sistema immunitario e ciò provoca lesioni (sclerosi) che inficiano la normale propagazione del segnale elettrico e provocano i sintomi, la cui gravità dipende dal danno e comprendono debolezza muscolare, astenia, difficoltà visive fino alla disabilità. La maggior parte dei soggetti colpiti da SM manifesta i primi sintomi tra i 20 e i 40 anni; la malattia è la principale causa di disabilità d’origine non traumatica nei giovani. 


ECCO IL PRIMO FARMACO UTILE NELLA FORMA PROGRESSIVA  
Nel corso del congresso sono stati presentati gli attesi risultati di tre studi clinici multicentrici internazionali di Fase III che hanno valutato l’efficacia diocrelizumab, un anticorpo monoclonale diretto contro i linfociti B, su un totale di 2400 persone con sclerosi multipla (SM) recidivante-remittente e primariamente progressiva (SMPP). Il farmaco si è dimostrato efficace non solo nelle forme a ricadute e remissione, ma anche nella SMPP. 

CON IL NUOVO FARMACO SI EVITANO I CLASSICI DANNI COLLATERALI  
L’anticorpo monoclonale umanizzato colpisce selettivamente proprio una delle popolazioni di cellule che distruggono la mielina, i linfociti B, legandosi alle proteine CD20+, espresse sulla loro superfice. Con ocrelizumab si evitano i tipici problemi di sicurezza dei farmaci immunosoppressivi, perché il farmaco non alle cellule staminali né alle plasmacellule. «Ocrelizumab risparmia le cellule T, libere quindi di continuare a svolgere la propria funzione immunitaria difensiva» ha detto nel corso della presentazione Stephen Hauser, Presidente del comitato direttivo scientifico degli studi OPERA e presidente del dipartimento di neurologia della School of medicine della UCSF a di San Francisco.  


GLI STUDI: IL NUOVO FARMACO PIÚ EFFICACE SU DUE ANNI DI TERAPIA  
Due studi identici, Opera I e Opera II, hanno mostrato che nella forma recidivante, che costituisce l’85% dei casi alla diagnosi, su due anni di terapia il farmaco è più efficace del trattamento consolidato con interferone. Nel dettaglio, rispetto all’interferone beta-1a, si è vista una riduzione del tasso di recidive di quasi il 50%, una riduzione della progressione della disabilità confermata di circa il 40% a 12 e a 24 settimane e una drammatica riduzione (94%) dell’infiammazione e del numero di lesioni cerebrali nuove o preesistenti.  

«Non dimentichiamo che questi sono i risultati rispetto al farmaco in uso e non al placebo» ha commentato il professor Giancarlo Comi, Direttore dell’Istituto di Neurologia Sperimentale (INSPE) dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e membro onorario di ECTRIMS e del progetto Progressive MS Alliance (Alleanza per la Sclerosi Multipla Progressiva). «I dati sono sorprendenti, anche a fronte di un profilo di sicurezza del tutto simile a quello dell’interferone. Dobbiamo purtroppo ricordare che la sclerosi multipla è una malattia cronica per cui i trattamenti che intendiamo utilizzare devono avere un profilo che ne consente un impiego esteso nel tempo».  

ORA SPERIMENTARLO SULLA FORMA SECONDARIAMENTE PROGRESSIVA  
Il farmaco ha dato risultati di efficacia e di sicurezza sorprendenti anche contro la forma primariamente progressiva, una forma invalidante della malattia con sintomi in continuo peggioramento che colpisce una persona su dieci e per la quale non esistevano trattamenti. Lo studio di fase III, randomizzato, in doppio cieco, ha valutato l’efficacia di ocrelizumab rispetto al placebo in 732 pazienti. «Andrà verificato se, come sospettiamo, la terapia possa dare simili risultati anche sulla forma secondariamente progressiva». 

FONTE: Nicla Panciera (lastampa.it)

domenica 11 ottobre 2015

Giornata Mondiale della Vista, a Roma un reparto per test genetici preventivi

In italia i non vedenti sono 362 mila; 1 milione di persone ha problemi oculari. Al Bambin Gesù è in funzione un ambulatorio riservato al controllo sui bambini

Oggi si celebra la Giornata Mondiale della Vista promossa dall’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (IAPB Italia onlus) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). I dati riguardanti l’incidenza delle patologie ottiche parlano di 285 milioni di disabili visivi di cui 19 milioni di bambini con un handicap visivo grave (17,5 milioni sono ipovedenti e 1,4 milioni sono ciechi). In Italia ci sono 362 mila non vedenti e oltre 1 milione di ipovedenti tra piccoli e adulti. 

In occasione della Giornata Mondiale è bene ricordare ancora una volta che le diagnosi precoci delle malattie oculari migliorano di sicuro le prognosi e rendono più efficace la riabilitazione. È importante programmare le visite pediatriche dei bambini a partire dal primo anno di vita, in modo da prevenire o intercettare per tempo eventuali anomalie o alterazioni della vista.  

Realtà all’avanguardia in questo campo è il reparto di oculistica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dove da un anno e mezzo è attiva la sede di Palidoro, l’Ambulatorio di Genetica Oculare, che si occupa della diagnosi e della gestione delle patologie degenerative oculari ereditarie.  
Questo ambulatorio consente la diagnosi di patologie che spesso hanno degli aspetti clinici poco evidenti. Grazie a test genetici effettuati con attrezzature di ultima generazione è possibile avere in tempi brevi una diagnosi certa.  

Sapere quali mutazioni causino la patologia permette di elaborare una strategia clinica e terapeutica, in funzione delle conoscenze attuali, più efficace per ogni singolo paziente e di offrire consulenze genetiche mirate. In un prossimo futuro, questo tipo di diagnostica potrebbe consentire di ricorrere a terapie geniche (alcune delle quali già in fase di sperimentazione) specifiche per alcune di queste malattie. 

E’ possibile accedere al Servizio tramite il CUP dell’Ospedale. Una volta fissato l’appuntamento verranno svolti degli esami funzionali e morfologici per confermare la sospetta diagnosi, prima di procedere con il test genetico. 

FONTE: lastampa.it