domenica 29 novembre 2015

Dodici giorni per un’intesa sul clima

Lunedì a Parigi 147 leader mondiali apriranno il summit sull’ambiente Cop21. L’obiettivo è contenere entro 2 gradi il riscaldamento globale. Quali sono i nodi e i temi?

QUALI GLI IMPEGNI DEI PARTECIPANTI?  
Il Paese più virtuoso, almeno nelle promesse di taglio delle emissioni? L’Etiopia, che si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra previste nel 2030 di addirittura il 64 per cento rispetto allo scenario senza interventi. I più timidi rispetto alle loro possibilità? Giappone, Sudafrica, Russia, Canada e Australia, con i giapponesi che promettono un ridicolo taglio delle emissioni del 18% rispetto al 1990. I più falsi, infine: la Turchia, che brucerà tanto carbone ma annuncia di compensare acquistando dubbi crediti di emissioni, e la surreale Arabia Saudita, la cui promessa di taglio delle emissioni verrà mantenuta solo se «ci sarà un forte aumento delle esportazioni di petrolio». 

Sulla carta fa ben sperare la massiccia risposta alle richieste dell’Onu: ben 179 Paesi, che rappresentano il 95% della popolazione e il 94% delle emissioni globali, hanno presentato le loro «promesse», le Indc’s (Intended national determined contribution). Alcune sono credibili; altre sono molto poco verificabili o non serie. Altre ancora (specie quelle dei paesi più piccoli e poveri) non hanno pratica importanza, visto che parliamo di emissioni di gas serra «pulce». 

Il guaio è che (sempre che vengano davvero rispettate) secondo gli scienziati dell’Unfccc e del Climate Action Tracker queste promesse equivalgono a un aumento della temperatura globale di 2,7 gradi. Se si continuasse sulla rotta attuale, l’incremento sarebbe di 3,3-3,7 gradi centigradi. Nel primo caso avremo gravissime conseguenze per gli equilibri climatici del pianeta, con disastri pesantissimi; nel secondo caso, i disastri saranno ancora più gravi. Se volessimo sperare di limitare i danni, una speranza invero molto ottimistica, l’umanità dovrebbe cercare di fermare il riscaldamento globale a 1,5 gradi.  

QUALI SARANNO I PAESI CHIAVE?  
La differenza tra il catastrofico flop di Copenhagen 2009 e lo sperato successo di Parigi 2015 la farà il comportamento al tavolo negoziale di alcuni Paesi chiave.Sono gli Stati più potenti del pianeta, dal punto di vista economico, politico, diplomatico. Nell’ordine: Stati Uniti d’America, Cina, Unione europea, India. A grande distanza, Brasile e Sudafrica. Saranno i capi delegazione di questi blocchi - e forse, se sarà necessario, i loro leader politici, che potrebbero tornare di persona nella capitale francese - a condizionare in modo determinante l’esito del confronto. Ma sarà importante anche la capacità dei co-presidenti della Conferenza di disinnescare in tempo reale i problemi e sormontare le inevitabili crisi: sono il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius e la rappresentante Onu per il clima Christina Figueres. 

Lo scenario rispetto al 2009 è radicalmente diverso. Il «rigido» protocollo di Kyoto (che riguardava solo i Paesi industrializzati) non c’è più, come di fatto non c’è più l’idea di un trattato legalmente vincolante per gli Stati che lo firmeranno. Si è rotto anche lo stallo tra Usa e Cina; sei anni fa nessuno voleva compiere il primo passo, adesso grazie alle intese raggiunte nei mesi scorsi tra Obama e la leadership cinese i due Paesi si sono impegnati a tagliare le emissioni (più drasticamente la Cina, meno l’America). A Copenhagen era importante il ruolo dell’Europa, che da sola aveva preso impegni molto seri, e che invece adesso pare fuori dai giochi e timida negli impegni sulle emissioni. Sono scomparsi dal proscenio Brasile e Sudafrica: l’africano Jacob Zuma non è credibile come leader dei Paesi poveri, mentre una azzoppatissima Dilma Rousseff farà rimpiangere Lula. Si farà sentire invece l’India di Narendra Modi, che ha sorpreso con promesse di riduzione delle emissioni più serie e significative rispetto al previsto. La Russia di Putin è totalmente disinteressata; sorprese potrebbero arrivare da Canada e Australia, che hanno visto la presa del potere di personalità attente al tema del clima. 

COSA DETERMINERA’ SE SARA’ UN FLOP O UN SUCCESSO?  
La Cop21 non salverà il pianeta. Ma se tutto andrà bene, forse i nostri discendenti la ricorderanno come un passaggio fondamentale nella (non scontata) operazione di contenimento dei danni generati da due secoli di industrializzazione incontrollata. Ma anche se a Parigi le cose andranno male la battaglia per cercare di rallentare la tremenda inerzia del riscaldamento globale proseguirà: la maggioranza degli esperti si dice convinta che la tendenza verso una società e un’economia globale «decarbonizzata» sia ormai irreversibile. Un processo in cui spesso imprese e cittadini sono più avanti delle loro istituzioni rappresentative. 

In ogni caso, ecco alcuni indicatori sicuri che ci potranno aiutare a valutare se la Cop di Parigi sarà un successo o un fallimento. Il primo, è evidentemente la stipula di un accordo formale tra tutti i quasi duecento Stati partecipanti. Una intesa ci sarà quasi sicuramente, anche se non è detto che il trattato possa essere solo un pezzo di carta privo di efficacia. Per questo, è fondamentale che questo accordo dia il segno che ci si sta muovendo nella direzione giusta,indicando l’obiettivo di contenimento dell’aumento della temperatura a 1,5-2 gradi, e soprattutto definendo delle strategie per recuperare lo scarto tra sforzi effettivi e sforzi necessari. Poi, è necessario che si stabiliscano regole per poter rafforzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni, attualmente inadeguati, magari stabilendo una verifica quinquennale. Ancora, bisogna prevedere misure per garantire la sicurezza e la capacità di adattamento dei paesi più poveri e delle popolazioni vulnerabili. Infine, l’accordo deve fornire delle basi solide perché siano sbloccate le ingenti risorse finanziarie necessarie a compiere le trasformazioni tecnologiche che servono. 

FONTE: Roberto Giovannini (lastampa.it)

giovedì 26 novembre 2015

Energia dalle onde: dal progetto alla realtà a Marina di Pisa

Un convertitore installato al largo nel Tirreno capace di garantire il fabbisogno energetico a quaranta famiglie

L’idea al professore di matematica è arrivata in mezzo all’oceano Atlantico durante una leggendaria traversata in barca a vela dalle Canarie a Portorico sulla rotta di Colombo. «Ho visto un container perso da una nave galleggiare tra le onde di sei metri», ricorda. «Quanta energia sprecata, ho pensato, e allora mi sono chiesto se fosse stato possibile costruire una macchina che riuscisse a catturare e a riprodurre tutto quel ben di Dio». Quattordici anni dopo, quell’idea ha generato una macchina delle onde unica al mondo installata pochi giorni fa al largo di Marina di Pisa e capace per ora di garantire un fabbisogno energetico a quaranta famiglie. Ma non solo: il professore Michele Grassi, un quarantenne nato a Milano innamorato della Versilia e pisano d’adozione, ha anche tramutato in realtà il più classico dei sogni americani. Da una soffitta (la sua) è riuscito a creare una delle start up più innovative d’Italia che si è appena trasformata in azienda e, grazie a finanziatori illuminati e oggi al crowdfunding, è riuscita a essere protagonista di un piccolo miracolo economico.

Da una soffitta

La soffitta, dove lavorava per hobby Grassi, laurea alla Normale, dottorato negli Usa, studi a Oxford, ricercatore all’Università di Pisa, è diventata un minuscolo ufficio, poi un mini appartamento e infine un capannone nella zona industriale di Pisa con 25 dipendenti. Operai, tecnici, subacquei, ingegneri, geologi, fisici. Età media 35 anni e un modo di lavorare anch’esso innovativo. «Ci diamo tutti del tu, siamo amici veri e c’è un senso d’appartenenza e di amore per il nostro lavoro», racconta Massimo Sacchi, ingegnere trentenne, e primo a credere nel progetto di Grassi e entrare nella start up. «Facciamo squadra e questo è decisivo quando progettiamo e costruiamo un sogno». Già, perché quello della 40South Energy, è davvero l’utopia che diventa realtà. E anche un po’ di follia (sì proprio quella che raccomandava Steve Jobs ai giovani) che si trasforma in genio. 

Una storia esaltante

Il matematico Grassi ha investito tutti i suoi risparmi nella macchina, è riuscito a catalizzare investitori che non hanno guardato al profitto immediato e la sua squadra (ci sono anche ventenni) ha rinunciato a impieghi più sicuri per vivere una storia esaltante, avventurosa e piena d’insidie. Che non è rappresentata solo da quel geniale marchingegno capace, come una sorta di ottovolante a sei metri di profondità davanti alle coste di Marina di Pisa, di incanalare la forza delle onde per trasformarla in elettricità, ma anche da un progetto (Blu Marina) per la creazione di una rete elettrica dove l’energia apparentemente non c’è. «Ed è qui che abbiamo pensato al crowdfunding che sta avendo un buon successo», spiega Grassi, «e più avanti daremo la possibilità a chiunque di acquistare una quota del progetto». 

Senza finanziatori pubblici

Che ha già molti e interessanti estimatori e finanziatori; tra questi il porto di Pisa e il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci. Tra poco 40South Energy avrà il primo fatturato. Una ventina di macchine sono prossime a essere vendute. Costano 150 mila euro l’una (ma il prezzo è destinato a diminuire) e riescono a generare energia con un guadagno medio di circa 26 mila euro l’anno. Un miracolo italiano. Anche perché la start up pisana non ha finanziatori pubblici come accade all’estero. E sulla cresta dell’onda ci è arrivata sfidando l’inquieto oceano del mercato. 

FONTE: Marco Gasperetti (corriere.it)

mercoledì 25 novembre 2015

Alcolismo: Soft Therapy, efficace per chi ha già provato a smettere

Un milione di persone alcoldipendenti e 8 milioni di bevitori a rischio: sono questi i numeri dell'abuso di alcol in Italia. Il consumo di alcolici è correlato a circa 60 tipi di patologie psichiatriche ed internistiche mentre le diagnosi ospedaliere per patologie attribuibili totalmente all'alcol hanno superato nel nostro Paese le 80mila unità. 22 miliardi sono i costi a carico della collettività senza contare le conseguenze sociali: violenze, divorzi, disagio familiare e lavorativo oltre alle sempre più numerose vite perse in incidenti stradali.
Un alto tasso di ricadute. Un problema diffuso e importante che però non trova ancora una facile soluzione visto che solo una piccola parte delle persone dipendenti dall’alcol ricorre ai servizi sanitari. Quando poi iniziano un percorso di cura, in oltre 2 casi su 3 ricadono nella dipendenza o nell'abuso entro i primi 12 mesi di trattamento o non raggiungono l'astensione. Uno dei motivi all’origine delle ricadute risiede nella soluzione finora prospettata a chi vuole risolvere il problema: l’astensione totale e immediata. "Per coloro che hanno iniziato un percorso di cura il mantenimento dell'astensione rappresenta spesso un obiettivo troppo difficile da raggiungere. La conseguenza è che ricadono nel problema – spiega Luigi Janiri, professore di Psichiatria presso l'Università Cattolica di Roma e organizzatore al 47° Congresso della Società Italiana di Psichiatria (SIP) di un simposio dedicato al tema delle nuove prospettive nel trattamento del paziente alcolista – Vi sono peraltro altre ragioni per cui molti pazienti ritornano a bere. Ad esempio non sono consapevoli delle gravi conseguenze che l'abuso di alcol può avere sulla loro salute. In altri casi non riescono ad abbandonare l'alcol perché questo rappresenta un lubrificante sociale, uno strumento spesso insostituibile per facilitare le relazioni sociali consentendo di superare, ad esempio, la timidezza. In altri casi, l'alcol è lo strumento per vincere ansia e depressione, spesso all'origine della dipendenza e che con essa coesistono".
Riduzione dell'alcol anziché astensione. Una soluzione alternativa all’astensione esiste e si chiama Soft Therapy. A differenza dell’astensione, la Soft Therapy non prevede l'eliminazione totale e immediata dell'alcol dalle abitudini del paziente ma piuttosto la sua progressiva riduzione. Ciò è garantito dai tre interventi simultanei su cui l'approccio si basa: la somministrazione del nalmefene - unico farmaco disponibile da circa due anni in Italia con l'indicazione per la riduzione del consumo di alcol in pazienti ad alto rischio - terapia riabilitativa di gruppo e/o colloqui individuali con il medico orientati alla riduzione del consumo. «Si tratta di un approccio importante che ci consente di mantenere in cura chi potrebbe ritornare a bere, arginando così il fenomeno delle ricadute - sottolinea ancora Janiri - l'approccio graduale della Soft Therapy offre infatti l'opportunità di essere più facilmente accettato da chi non riesce a mantenere l’astensione, motivandolo a proseguire nel percorso".
La 'Soft Therapy'. E’ stata adottata dal professor Janiri a partire dal 2014 presso il Day Hospital di Psichiatria e Farmacodipendenze del Policlinico ‘A. Gemelli’ di Roma ed è attualmente utilizzata anche in diversi altri Centri del nostro paese specializzati nel trattamento delle alcoldipendenze. L'esperienza terapeutica del Gemelli è ad oggi decisamente positiva. “Nei pazienti finora trattati e che arrivavano da fallimenti del percorso di astensione abbiamo riscontrato percentuali di successo o di mantenimento in trattamento prossime al 100% - conclude Janiri – hanno infatti ridotto il numero di giorni di consumo eccessivo, migliorato le loro relazioni sociali e la loro qualità di vita complessiva. E si tratta dei tre parametri principali su cui viene valutata l’efficacia della Soft Therapy. Siamo propensi peraltro a pensare che i risultati che stiamo ottenendo ‘mettano al riparo’ questi pazienti da ulteriori ricadute verso consumi eccessivi e dannosi di alcol". L'altro importante vantaggio offerto dalla Soft Therapy è la possibilità di ridurre l'impatto complessivo dell'alcoldipendenza sulla salute dell'individuo e sulla società. “Un paziente che riduce in maniera sostanziale il consumo di alcolici, come avviene con la Soft Therapy, non sperimenta le conseguenze dannose ed estreme prodotte dal loro consumo eccessivo, con la possibilità di ridurre anche in modo significativo il rischio di sviluppare sia patologie alcol correlate quali cirrosi, tumori e malattie cardiovascolari sia la mortalità legata all'abuso di alcol – aggiunge Giovanni Martinotti, ricercatore universitario presso l'Università G. D'Annunzio di Chieti - gli effetti positivi della riduzione del consumo si manifestano anche a livello di problematiche psichiatriche specialmente in soggetti per i quali esiste una ‘doppia diagnosi’: problemi psichiatrici e alcoldipendenza. Un elevato consumo di alcol ha come conseguenza quella di enfatizzare in modo molto marcato una serie di disturbi quali depressione, ansia o attacchi di panico. In assenza di eccessi alcolici o con una loro riduzione attraverso la Soft Therapy questi disturbi possono avere invece manifestazioni meno marcate o rimanere latenti. Non sono poi da trascurare gli effetti sulla riduzione dei danni sociali. Ridurre l'alcol comporta ad esempio, non solo meno incidenti e violenze ma anche meno problemi sul lavoro, legali e finanziari, e una riduzione dei congedi per malattia". (W. S.)

I tre pilastri della Soft Therapy
Il programma terapeutico riabilitativo del Day Hospital di Psichiatria e Farmacodipendenze del Policlinico Gemelli di Roma, dopo una valutazione iniziale effettuata dal medico dello ‘stile del bere’ del paziente (se il consumo è distribuito su tutti i giorni oppure se è concentrato in giorni o momenti specifici come il fine settimana, ecc), e della quantità giornaliera media di alcol consumata, comincia con l’individuazione di un obiettivo condiviso, accettabile e realistico di riduzione del consumo, per scendere nella scala dei livelli di rischio del bere. Per realizzare tale obiettivo, il programma terapeutico poggia su tre pilastri fondamentali: terapia farmacologica, terapia riabilitativa di gruppo e colloqui periodici con il medico.
1. Terapia farmacologica. Il programma è basato su Nalmefene 18 mg secondo necessità, ogni giorno in cui il paziente percepisce il rischio di consumare alcol (fino ad un massimo di una compressa al giorno). Nalmefene, è un modulatore del sistema degli oppioidi ed è indicato per la riduzione del consumo di alcol in pazienti adulti con dipendenza da alcol che hanno livelli di consumo a elevato rischio secondo l’OMS (ovvero con un consumo di alcol >60 g/die negli uomini e >40 g/die nelle donne), senza sintomi fisici da sospensione e che non richiedono immediata disintossicazione. Nalmefene va utilizzato congiuntamente ad un supporto psicosociale continuativo. Disponibile in Italia e in Europa da ottobre 2013, il Nalmefene non è ancora rimborsato dal SSN, diversamente da molti altri Paesi europei.
2. Terapia riabilitativa di gruppo. Per aiutare il paziente a responsabilizzarsi progressivamente rispetto al suo obiettivo di riduzione del consumo di alcol. I gruppi non richiedono l’astensione dal bere e sono assistiti da un facilitatore (uno psicologo o un ex bevitore). Uno strumento importante è la compilazione regolare di un diario del bere nel quale segnare ogni volta che si beve durante la settimana: in questo modo è possibile tenere sotto controllo quanto e quando si beve e la distanza dall’obiettivo prefissato, riuscendo ad aumentare la propria consapevolezza e, soprattutto, ad ottimizzare l’assunzione al bisogno del farmaco per puntare alla riduzione del consumo.
3. Colloqui periodici con il medico. Il paziente torna periodicamente dal medico, per valutare i progressi e l’andamento della terapia, avvalendosi anche del diario del bere.

FONTE: liberoquotidiano.it

martedì 24 novembre 2015

Contro la malaria arriva la zanzara transgenica

Studio californiano: ottenuto un ceppo di insetti non più in grado di essere vettore per la malattia. Questi trasmetteranno le loro nuove caratteristiche alla progenie

Ogni anno si verificano dai 300 ai 500 milioni di contagi, per circa 1 milione di decessi, e sono a rischio oltre 3 miliardi di persone. La creazione di questa speciale zanzara è stata annunciata dalle pagine della rivista PNAS, dove i ricercatori dell’Università della California hanno spiegato di aver usato il sistema di «taglia e incolla» del DNA chiamato CRISPS-CAS9 per ottenere un ceppo di insetti non più in grado di essere il vettore della malattia, ma in grado di trasmettere alla progenie questa loro caratteristica. La resistenza dunque si trasmettere rapidamente nella popolazione di insetti, rendendoli innocui per l’uomo. 

I ricercatori hanno lavorato con le zanzare Anopheles stephensi, principale veicolo di trasmissione di malaria in Asia, e hanno ottenuto che il gene in grado di prevenire la trasmissione della malaria venisse ereditato dal 99,5% della prole. «La promessa reale è che questa tecnica può essere adattata per eliminare la malaria» ha spiegato uno degli autori, il biologo molecolare Anthony James dell’University of California Irvine.  

Per quasi vent’anni il suo laboratorio si è concentrato sull’ingegnerizzazione di zanzare anti-malattia. Ma una così robusta trasmissione del gene alla progenie è stata resa possibile dai lavori sui moscerini della frutta condotti all’University of California San Diego dagli altri autori dello studio, Ethan Bier e Valentino Gantz.  

Secondo i dati del ministero della Salute, in Italia nel 2009 (ultimo anno con dati disponibili) abbiamo avuto 636 casi di malaria e nel 2013 circa 147 casi di dengue. Nell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, nel triennio 2012-2014 sono stati ricoverati 103 casi di malaria (49 nel 2014) e metà di essi presentava segni e sintomi di malaria grave, e 41 casi per dengue (10 nel 2014). Secondo l’OMS, la regione più colpita al mondo è quella Sub-Sahariana dove, nel 2015, sono stati registrati l’89% dei casi totali e il 91% dei decessi. 

Il ricorso ad animali transgenici ha sollevato qualche perplessità in relazione ai possibili effetti non controllabili o prevedibili sugli altri animali e sull’ambiente, insomma sull’intero ecosistema. Tuttavia, sono in molti a credere che il ricorso all’ingegneria genetica, soluzione precisa ed ecologica, sarà sempre più diffuso per risolvere problemi di salute umana, come debellare alcune malattie, ma anche di biologia conservativa o in agricoltura, dove la lotta ai parassiti fa passi da gigante. Il professor James prevede che ci vorrà meno di un anno per preparare le zanzare adatte alle prove sul campo. 

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

lunedì 23 novembre 2015

Il Tai Chi utile contro insonnia e malattie del cuore

Studio su 120 persone trattate per le infiammazioni causate dalla mancanza di ore di sonno. Psicoterapia e attività fisica riducono il disturbo e le sue conseguenze

Il poco sonno, lo sappiamo, non fa danni solo alla mente. Dormire male infatti può, alla lunga, g enerare uno stato di infiammazione generalizzata capace con il tempo di portare allo sviluppo di malattie cardiovascolari. Come rimediare? Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Biological Psychiatry, ad opera degli scienziati della University of California, la soluzione per ridurre l’insonnia e la conseguente infiammazione sarebbe il Tai Chi. 

STUDIO SU 120 PERSONE  
Per arrivare al curioso e sorprendente risultato gli autori dello studio hannoanalizzato per oltre 4 mesi 120 persone di mezza età sofferenti di insonnia. Divisi in tre gruppi, i primi sono stati sottoposti per due ore a settimana a sedute di psicoterapia, il secondo a sedute di Tai chi e il terzo a corsi per gestire insonnia e ansia. Successivamente, ad un anno dalla terapia, gli individui che hanno partecipato allo studio sono stati sottoposti ad un esame del sangue volto a valutare la presenza ed il dosaggio di alcuni fattori associati all’infiammazione. In particolare è stato valutato il livello di proteina C –reattiva e alcune proteine note con il nome di citochine, molecole la cui presenza indica una reazione infiammatoria in corso.  

Dalle analisi è emerso che i primi due gruppi, quelli in cui si è svolta psicoterapia rilassante e Tai chi, i livelli di infiammazione risultavano ridottirispetto al terzo gruppo. Non solo, dalle analisi è emerso che in questi due gruppi l’espressione dei geni che regolano la risposta infiammatoria risultava ridotta. Per contro aumentava l’espressione di quelli associati alla produzione di anticorpi, segnale di un sistema immunitario attivo e pronto a rispondere. 

Come spiega il dottor Michael Irwin, uno degli autori dello studio, «questi risultati ci dicono che il Tai chi e la terapia cognitiva possono essere utili nel trattamento dell’insonnia e degli effetti ad essa correlati. Non solo, a differenza dei farmaci questo approccio è privo di effetti collaterali. Trattando l’insonnia è possibile dunque spegnere l’infiammazione sia a livello sistemico che genetico. Un risultato importante se si considera che l’infiammazione contribuisce in maniera importante allo sviluppo di malattie cardiache, depressione e in alcuni casi il cancro». 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

domenica 22 novembre 2015

Roma, dal 3 dicembre al Maxxi il congresso nazionale di Odontoiatria pediatrica


Roma, dal 3 dicembre al Maxxi il congresso nazionale di Odontoiatria pediatrica

Avere un bel sorriso è importante per tutti, ma soprattutto lo è per i bambini. E la buona notizia è che si svolgerà il 3 e il 4 dicembre al Maxxi di Roma il 18° congresso della Sioi, società italiana odontoiatria infantile, presieduto dal presidente Professoressa Raffaella Docimo, Ordinario di Odontoiatria pediatrica, recentemente premiata in Campidoglio come calabrese illustre per le sue iniziative con Save the Children per la prevenzione orale nei bambini, che sono privi di assistenza.

E la salute orale si costruisce fin da piccoli ed è proprio su di loro, che professori, odontoiatri ed esperti si riuniranno in congresso per discutere di come prevenire malattie dentali, come curare l’igiene orale e anche quali sono gli alimenti che danneggiano i denti.
La bocca del bambino deve essere tutelata fin da quando si trova nella pancia della mamma e perciò il convegno affronterà temi come: “Prevenzione orale: dalla gestazione all’età pediatrica” “Gestazione a rischio: come intervenire con la prevenzione” o “Prevenzione diagnosi, e cura delle malattie dentali: non è mai troppo presto”.

“Tutti i temi più attuali della nostra disciplina saranno discussi da relatori italiani e stranieri di eccellenza. Abbiamo rinsaldato i nostri legami con la SIMPe, società italiana medici pediatri, abbiamo istituito un Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e Adolescenza (PAIDOSS)” racconta il presidente Raffaella Docimo.
I lavori del convegno si apriranno con una discussione sulle nuove sfide per l’odontoiatria infantile, sulla gestione dell’anestesia, sulla percezione del dolore, sull’ozonoterapia, sul bruxismo che è il problema di chi digrigna i denti durante il sonno.

“La nostra rivista, lo European Journal of Pediatric Dentistry, si conferma una delle testate scientifiche odontoiatriche internazionali più prestigiose, il Dental Baby Day, appena introdotto l’anno scorso si è istituzionalizzato come il saldo anello di giunzione fra SIOI e territorio” afferma la Professoressa Docimo.
Negli ultimi cinque anni la carie è aumentata di circa il 15% in età pediatrica. Lo ricordano i dati della Sioi, Società italiana odontoiatria infantile, che ha tra gli obiettivi quello di sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della prevenzione e delle terapie odontoiatriche dei bambini. Ed è per questo che la società presieduta da Raffaella Docimo discuterà di tutti questi temi e molti altri al centro del XVIII Congresso nazionale della società, in programma il 3 e 4 dicembre al Maxxi di Roma.

FONTE: Cristina Montagnaro (ilmessaggero.it)

sabato 21 novembre 2015

Impulsi elettrici per ridurre i tumori avanzati e ormai inoperabili

L’elettroporazione è una tecnica in sperimentazione da tempo e pare efficace in diverse forme di cancro: dalle metastasi di pelle e ossa al cancro del pancreas

Un’opzione in più da sfruttare in casi difficili da curare. L’elettroporazione è una tecnica sperimentale sempre più diffusa per curare diversi tipi di tumore che vengono diagnosticati in uno stadio localmente avanzato e sono inoperabili. Già utilizzata da alcuni anni per trattare le metastasi cutanee di alcuni tumori o le neoplasie della pelle , è stata testata e viene sfruttata anche come strategia contro il cancro al colon , alla prostata, al fegato. Appare inoltre una soluzione efficace contro le metastasi ossee e, in uno studio recentemente pubblicato sul British Medical Journal , viene indicata come strategia utile anche nella terapia di neoplasie molto aggressive e difficili da trattare, come quelle del pancreas.

Lo studio sul tumore del pancreas

Letale e «silenzioso», il tumore del pancreas è un nemico insidioso perché in fase precoce non dà segnali evidenti della sua presenza. Circa un terzo dei casi viene infatti diagnosticato quando la malattia è già localmente avanzata e non è quindi possibile intervenire chirurgicamente. Un team di chirurghi americani specializzati in oncologia e operanti al Johns Hopkins Hospital di Baltimora ha fatto una revisione di tutte le sperimentazioni pubblicate su riviste scientifiche relative all’uso dell’elettroporazione in malati con una neoplasia del pancreas in fase localmente avanzata. «In questi pazienti – spiegano gli autori - si possono ottenere benefici con terapie come la termoablazione o la crioablazione (che sfruttano l’una il calore e l’altra il freddo per eliminare le lesioni tumorali), ma che hanno comunque dei limiti nel loro utilizzo in un organo difficile come il pancreas. Limiti che potrebbero venire invece superati con l’elettroporazione, che in diversi studi si è dimostrata efficace sia nel prolungare la sopravvivenza dei malati che nel diminuire il loro dolore. Servono comunque ulteriori studi per confermarlo e bisogna ricordare che la metodica è applicabile in casi ben selezionati, ma pare essere una promettente opzione in più contro un tumore complicato da trattare».

Come funziona la procedura

L’elettroporazione consiste nel posizionamento all’interno della massa tumorale di una serie di «aghi-elettrodi» che vengono collegati a una apparecchiatura elettrochirurgica di ultima generazione. Si tratta di una piattaforma che genera una serie di impulsi elettrici ravvicinati capaci di distruggere le cellule cancerose, lasciando intatte le strutture vicine alla massa tumorale e preservando vasi, tessuti e strutture sane che la circondano. In pratica consiste in una repentina scarica elettrica, indolore per il paziente: gli elettrodi introdotti nel tessuto malato creano campi elettrici che fanno aprire i pori nella membrana cellulare e permettono così un più facile e aumentato ingresso dei farmaci antitumorali direttamente nelle cellule cancerose. L’obiettivo è quello di ridurre sensibilmente la massa tumorale, in modo che possa poi essere successivamente «aggredita» con un intervento chirurgico o con la chemioterapia che risulta ottenere una maggiore efficacia. La tecnica prevede un’unica seduta di trattamento, è ripetibile in caso di necessità e viene per ora applicata in un numero limitato di casi nei quali non si possa procedere con le terapie standard. Ad esempio se l’intervento chirurgico, la chemioterapia e la radioterapia presentano rischi elevati per il paziente o quando, per l’età o le condizioni generali del malato, i rischi di complicanze sono alti.

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

mercoledì 18 novembre 2015

Gli occhiali «smart» per non vedenti

(© Caltech - California Institute of Technology)
 
Grazie a un paio di cuffie convertono i pixel del video in sonorità, creando una mappa in cui luminosità e posizione verticale sono sostituite da toni e volume
 
I non vedenti compensano spesso le mancate capacità visive con gli altri sensi, udito in primis. Ed è proprio a partire da questa considerazione che ricercatori del California Institute of Technology di Pasadena hanno sviluppato speciali occhiali «smart» che trasformano le immagini in suoni e che possono essere «personalizzati» per trasmettere informazioni visive.
 
Come funzionano
 
I nuovi occhiali hanno un nome molto suggestivo. Si chiamano infatti «vOICe» (dove OIC sta per «Oh! I see», ovvero «Oh! Ci vedo») e consistono in un paio di occhiali da sole dotati di una telecamera connessa a un computer. In pratica convertono i pixel del video in suoni, creando una mappa in cui luminosità e posizione verticale sono sostituite da toni e volume. Per esempio un gruppo di pixel scuri sul fondo dell’inquadratura ha un suono tranquillo e toni bassi, mentre un frammento luminoso nella parte alta dell’inquadratura viene convertito in suoni alti e toni acuti. Il modo in cui un suono cambia con il passare del tempo dipende da come appare l’immagine, quando scansionata da sinistra verso destra attraverso l’inquadratura. Chi indossa gli occhiali «magici» percepisce tutto ciò grazie a un paio di cuffie.
 
L’esperimento e l’algoritmo
 
Ma come hanno fatto i ricercatori a capire in che modo le persone trasformano intuitivamente determinati oggetti in corrispondenti suoni? Innanzitutto hanno chiesto a volontari vedenti di accoppiare immagini, come strisce, punti e oggetti diversi, a suoni. Mentre a volontari non vedenti è stato chiesto l’opposto, cioè di sentire oggetti differenti e di selezionare il suono che poteva corrispondergli. In questo modo è stato possibile creare l’algoritmo che alla base del sistema «vOICe», che oltretutto produce un risultato facile da intuire anche senza allenamento. Le persone non vedenti che lo hanno testato per la prima volta sono infatti riuscite ad accoppiare forme e suoni con la stessa abilità di chi era stato addestrato. Questa ricerca mostra dunque che non conta solo quante informazioni vengono fornite, ma anche come vengono rese fruibili in modo tale da essere facilmente intuibili. La strada da percorrere per consentire a chi non vede di osservare e capire il mondo reale con degli occhiali speciali è ancora lunga, ma un passo in più è stato fatto. Ora i ricercatori americani si sono rimessi all’opera e stanno analizzando l’attività cerebrale di alcuni volontari con la risonanza magnetica, con l’obiettivo di individuare proprio questo sistema di “mappatura” intuitive.
 
FONTE: Antonella Sparvoli (corriere.it)

martedì 17 novembre 2015

Italia patria dei super batteri che resistono agli antibiotici. Al top in Ue

(Afp)

Per effetto dell’uso sconsiderato di antibiotici il nostro paese è in Europa tra quelli con il più elevato tasso di microrganismi resistenti: molte specie sono ormai endemiche

In Italia la presenza percentuale di batteri resistenti agli antibiotici continua ad aumentare ponendo il nostro paese ai primi posti nell’Unione Europea per questo poco invidiabile fenomeno: in occasione del World antibiotici Awareness Week, un’iniziativa globale per migliorare la comprensione del problema e cambiare il modo in cui vengono utilizzati gli antibiotici, sono usciti i dati per il 2015 diffusi dall’European Center for Diseases Control (Ecdc).

Batteri endemici

L’Italia è in vetta alla classifica con quasi tutte le specie che proliferano, un effetto dell’uso sconsiderato degli antibiotici nel nostro paese. Quest’anno il focus degli esperti europei, ricavato dal sistema di sorveglianza Ears-Net dell’Ue, è suglienterobatteri carbapenemasi resistenti, una famiglia particolarmente pericolosa perché lascia pochissime opzioni per la terapia. «La prevalenza di questi batteri è molto peggiorata negli ultimi due anni - afferma il rapporto -. Tredici paesi hanno riportato una diffusione ampia o una situazione endemica nel 2015, mentre erano sei nel 2013». L’Italia era già nel gruppo peggiore, con il batterio endemico, due anni fa, e conferma il primato, che detiene per quasi tutti gli altri batteri monitorati dall’Ecdc.

Numeri sconfortanti

Nel caso dell’Escherichia Coli, uno dei più diffusi, il nostro paese aveva nel 2011 meno del 25% , mentre ora è entrato nella fascia più alta, quella tra il 25 e il 50%. Per gli acinetobacter, una delle cause delle infezioni ospedaliere, siamo ormai sopra il 50%, mentre per il “famoso” staffilococco aureo resistente alla meticillina (mrsa) siamo nella fascia 25-50%, battuti solo dalla Romania. Percentuali molto alte, tra il 25 e il 50%, si trovano anche per Klebsiella pneumoniae, una delle cause principali delle infezioni urinarie.

FONTE: corriere.it

lunedì 16 novembre 2015

Onu, firmato accordo per seguire gli aerei civili dal satellite

Onu, firmato accordo per seguire gli aerei civili dal satellite
 
Riservate frequenze per monitorare i voli ed evitare la sparizione misteriosa dei velivoli dai radar
 
Destinare delle frequenze alla localizzazione costante degli aerei civili, affinché non si verifichi più la loro sparizione misteriosa dai radar, come nel caso dell'MH370 della Malaysia Airlines. Con questo intento l'Onu ha firmato a Ginevra un accordo mondiale per seguire i voli civili utilizzando il satellite. "Riservare delle frequenze affinché le stazioni spaziali possano ricevere dei segnali Ads-B provenienti dai velivoli permetterà di tracciare i voli in tempo reale da tutte le parti del mondo" ha detto François Rancy, direttore dell'Istituto specializzato dell'Onu per le tecnologie dell'informazione e la comunicazione.

L'accordo, firmato alla Conferenza mondiale di radiocomunicazioni, permetterà dal 2017 di
individuare la posizione di tutti gli aerei civili. Sarà comunque l'Organizzazione dell'aviazione civile internazionale, che dovrà mettere in pratica il provvedimento insieme alle compagnie aeree che dovranno equipaggiare i velivoli con le apparecchiature idonee.

FONTE: repubblica.it

domenica 15 novembre 2015

Inaugurata la macchina che intrappola la materia oscura


Si chiama Xenon1T ed è un esperimento realizzato nei Laboratori nazionali del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare. L'obiettivo è afferrare le particelle della misteriosa materia

SI CHIAMA Xenon1T ed è stata elaborata nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (Lngs) dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). La sua missione è catturare la materia oscura. Xenon1T è la più avanzata "trappola" per catturare i bagliori della materia misteriosa e invisibile che costituisce il 25% dell'universo. Il progetto è coordinato da Elena Aprile, della Columbia University di New York.

Protetto da un "guscio" di 1.400 metri di roccia, il nuovo rivelatore è uno dei più avanzati strumenti per "afferrare" la sfuggente materia oscura, che secondo molti indizi sarebbe ben cinque volte più abbondante della materia ordinaria. Il suo enorme "cuore" di xenon liquido, di circa 3 tonnellate, si "scontrerà" con le particelle di materia oscura, che nell'impatto riveleranno la loro esistenza emettendo deboli bagliori di luce.

L'esperimento è frutto di una collaborazione internazionale tra 21 gruppi di ricerca, nella quale l'Italia ha un ruolo di primo piano sia ospitando gli strumenti, sia con l'importante contributo nella progettazione e realizzazione da parte dei Laboratori del Gran Sasso, delle sezioni dell'Infn e delle università di Bologna e Torino.

FONTE: larepubblica.it

sabato 14 novembre 2015

Cancro al seno, mortalità scesa del 30% in vent’anni

Dato positivo rispetto all’aggressività del male ma sono invece aumentati del 27% i casi nelle donne sotto i 50. L’esperto: «Potenziare la ricerca sui marcatori biologici»

La mortalità per tumore del seno è diminuita di quasi il 30% negli ultimi 23 anni.Grazie a diagnosi precoce e farmaci sempre più efficaci oggi in Italia vivono 692.955 donne che hanno avuto la neoplasia, con un aumento del 19% rispetto al 2010. Circa due terzi si sono lasciate la malattia alle spalle, avendo ricevuto la diagnosi da oltre un quinquennio. I nuovi trattamenti contro la neoplasia più frequente fra le donne sono stati al centro del dibattito alla quarta edizione dell’International Meeting on New Drugs in Breast Cancer al Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo.  

BISOGNA PUNTARE SULLA MEDICINA DI PRECISIONE  
«Si è registrato negli ultimi vent’anni un aumento costante e progressivo dell’incidenza, ma la mortalità, dopo il picco negli anni Ottanta, è diminuita» ha spiegato il professor Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica del Regina Elena e presidente del Convegno. «È migliorata anche la durata della sopravvivenza nelle pazienti con patologia in stadio avanzato. Le terapie target hanno determinato benefici evidenti, in termini di riduzione della mortalità ma soprattutto di miglior qualità di vita. Le molecole a bersaglio, inoltre, possono essere impiegate in pazienti selezionate, con un utilizzo estremamente mirato e appropriato delle risorse. Va quindi affinata la ricerca sui marcatori biologici così da trattare solo chi sappiamo ha maggiori possibilità di rispondere».  

Il futuro sarà sempre più rivolto alla personalizzazione delle terapie per colpire la singola neoplasia del singolo paziente. «È ormai improprio parlare di tumore del seno: si deve utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tali da configurare vere e proprie patologie diverse. Il carcinoma della mammella è fra quelli che più hanno beneficiato della target therapy. Si stanno aprendo prospettive importanti anche grazie all’immuno-oncologia che ha già dimostrato di essere efficace nel melanoma, nel tumore del polmone e recentemente anche nel tumore renale, stimolando il sistema immunitario contro le cellule malate».  

+27% DI CASI NELLE DONNE UNDER 50 DAL 2000  
Aumentano i casi di tumore del seno nelle under 50. In 15 anni nel nostro Paese si è registrato un incremento del 27%: erano 7.921 nel 2000, quest’anno le nuove diagnosi in questa fascia d’età saranno 10.105. Per questo diventa essenziale rivedere i criteri di accesso alla mammografia ed estendere il test a tutte le italiane a partire dai 45 anni.  

«Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni ha contribuito in maniera determinante a ridurre di quasi il 40% la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio», ha spiegato il professor Francesco Cognetti. «L’età del primo esame va abbassata per tutte le donne a 45 anni e i controlli devono proseguire fino ai 74. Oggi solo due Regioni, Emilia-Romagna e Piemonte, hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening, come suggerito dal “Piano nazionale prevenzione”. Se si interviene ai primissimi stadi, infatti, la sopravvivenza raggiunge il 98%.  

Nel 2015 sono stimati in Italia circa 48 mila nuovi casi di tumore del seno, che resta la più frequente causa di morte per cancro nelle donne anche tra i 40 e i 50 anni. Tuttavia, in quindici anni le percentuali di guarigione sono cresciute di circa il 10%, passando dal 78 all’ 87 per cento. Si tratta di un risultato eccezionale, da ricondurre alle campagne di prevenzione e a trattamenti innovativi sempre più efficaci. Per il professor Cognetti, «vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia ed è necessario che le Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni che provengono dalla comunità medico-scientifica». 

FONTE: Nicla Pncera (lastampa.it)

giovedì 12 novembre 2015

Salute: Grecia, Indonesia e Lettonia sono i paesi dove si fumano più sigarette. L’Italia è al 16esimo posto

Salute: Grecia, Indonesia e Lettonia sono i paesi dove si fumano più sigarette. L’Italia è al 16esimo posto
Il rapporto è stato pubblicato dall'Ocse e riguarda i suoi 34 stati membri

Gli abitanti di GreciaIndonesia e Lettonia sono i maggiori fumatori del mondo. A rivelarlo è il rapporto Health at a glance dell’Ocse che fotografa il consumo di sigarette dei suoitrentaquattro stati membri. In media a fumare è il 19,7% della popolazione ma in ventidue Paesi, tra cui anche l’Italia che si classifica al sedicesimo posto, si sforano questi valori.
I greci che fumano sono il 38,9% della popolazione e il paese ellenico è uno dei principali mercati di contrabbando di sigarette. Nonostante il governo di Giakarta abbia aumentato le tasse sul consumo di fumo, seguono gli indonesiani con il 37,9% e una impressionante differenza tra i sessi: a fumare è il71,8% degli uomini rispetto al 4% delle donne. Sono tanti anche i fumatori lettoni: il 34,3%.
A seguire si sono classificati il Cile (29,8%), che sta considerando di inasprire la legge anti-tabacco, proibendo il fumo in parchi e spiagge, l’Ungheria (26,5%), l’Estonia (26%), e la Cina (25,5%), che da sola rappresenta il 40% della produzione mondiale di sigarette. L’Italia si pone nella parte bassa della classifica con il21,1%. Nella Penisola i maggiori fumatori sono gli uomini (26.7%) rispetto alle donne (15.9%). Ultimo il Sudafrica che con il 19,8%.
FONTE: liberoquotidiano.it

mercoledì 11 novembre 2015

E-Skin: la pelle artificiale che «sente» i suoni meglio di uno smartphone

Come funziona la pelle umana (a sinistra) rispetto alla pelle elettronica

Il segreto è una struttura chiamata «pelle ferroelettrica microstrutturata»: la pressione sonora produce piccole scariche elettriche che vengono trasformate in pressione

Ascoltare parole, suoni e rumori con il polpastrello delle dita. Detto così può sembrare una stravagante caratteristica di un alieno da film di fantascienza, invece è proprio quello che riesce a fare un nuovo tipo di pelle artificiale creata in laboratorio. Già da alcuni anni si stanno sperimentando sensori da innestare sulle protesi, detti e-skin, per ridare il senso tattile a chi ha perso gli arti, ma finora i risultati ottenuti dalla ricerca, sia che si tratti di pelle umana riprodotta in laboratorio sia di pelle sintetica (composta da matrici di dispositivi elettronici) hanno prodotto prototipi in grado di far percepire soltanto due sensazioni: temperatura e pressione.

La pelle ferroelettrica

All’Istituto nazionale di scienza e tecnologia di Ulsan, in Corea del Sud, hanno sviluppato una pelle elettronica che è anche capace di ascoltare. È in grado di «sentire» i suoni e pure molto meglio del microfono di uno smartphone, secondo i test effettuati in laboratorio. Il segreto è una particolare struttura chiamata «pelle ferroelettrica microstrutturata». Esternamente è composta da una sottilissima pellicola di materiale flessibile con scanalature micrometriche che riproduce i minuscoli solchi delle punta delle dita, quelli che formano le impronte digitali. Sotto ci sono due strati di materiali impilati come in un sandwich che generano una differenza di potenziale elettrico (e quindi corrente) se vengono in contatto. Quando una pressione esercitata dall’esterno schiaccia i due strati, si producono piccole scariche di corrente elettrica che vengono amplificate e rilevate da appositi sensori che le trasformano in misure di pressione: più forte è la prima, maggiore è la corrente che scorre nel dispositivo. In pratica le oscillazioni meccaniche indotte dall’esterno possono essere rilevate tramite misure di corrente.

Sensibile ai suoni

Con questo sistema la nuova pelle artificiale può anche percepire la rugosità delle superfici con le quali entra in contatto, caratteristica questa aggiuntiva rispetto alle precedenti e-skin, proprio come fanno i polpastrelli delle dita. Allo stesso modo è anche in grado di rilevare il caldo e il freddo, poiché le variazioni di temperatura dilatano e restringono il materiale, generando anche in questo caso corrente elettrica. Ma la novità più eclatante è un’altra. I ricercatori sudcoreani si sono accorti con sorpresa che la pelle artificiale da loro creata è sensibile anche ai suoni.

L’esperimento

Le onde acustiche infatti non sono altro che vibrazioni meccaniche che si propagano nei materiali, compresa l’aria. Così, quando raggiungono la struttura a sandwich del dispositivo, innescano piccole perturbazioni che a loro volta fanno scattare il meccanismo che genera la corrente elettrica dalla quale la pelle artificiale ricava le sensazioni. Per valutare la capacità di ascolto dell’e-skin gli scienziati hanno allestito un esperimento: da una serie di altoparlanti piazzati vicino alla pelle artificiale hanno emesso una registrazione vocale delle lettere della parola «skin» (pelle, in inglese) e poi hanno misurato la frequenza delle onde sonore «ascoltate» dalla pelle artificiale per ogni singola lettera. Confrontandole con quelle della registrazione originale e con quelle raccolte da uno smartphone, hanno così scoperto che la qualità del suono catturato dalla e-skin si è rivelato di gran lunga superiore a quella del telefonino. Insomma, la pelle artificiale è anche un potente orecchio elettronico.

FONTE: Angelo Piemontese (lastampa.it)