mercoledì 30 dicembre 2015

L’insufficienza mitralica: quella valvola del cuore che non «tiene»

(illustrazione Mirko Tangherilini)

Parte del sangue torna indietro: più del 10 per cento delle persone con più di 75 anni ne soffre. A lungo andare il cuore, costretto a lavorare di più, si sfianca e inizia a dare segnali del suo affaticamento

Più del 10 per cento delle persone con più di 75 anni soffre di insufficienza mitralica, condizione che si verifica quando la valvola mitrale che separa le due camere di sinistra del cuore, l’atrio e il ventricolo, non chiude perfettamente. La conseguenza è che il sangue che dovrebbe essere spinto dal ventricolo sinistro verso l’aorta, e da qui al resto dell’organismo, refluisce in parte nell’atrio. A lungo andare, se la perdita è importante, il cuore, costretto a lavorare di più, si sfianca e inizia a dare segnali del suo affaticamento. 

Che cosa causa l’insufficienza mitralica? 
«A provocare l’insufficienza sono difetti a livello delle strutture che compongono la valvola mitrale — spiega Francesco Alamanni, responsabile della Chirurgia cardiovascolare del Centro cardiologico Monzino di Milano —. Nel giovane la causa più frequente è la sindrome da prolasso valvolare (malattia di Barlow), mentre nell’anziano il prolasso è più limitato e prende il nome di deficienza fibroelastica. In questi casi di parla di insufficienza mitralica primitiva, per distinguerla dalle forme secondarie ad altre patologie del cuore, come fibrillazione atriale, infarto o cardiomiopatia dilatativa, condizioni che possono impattare sulla mitrale, impedendole di svolgere in modo corretto la sua funzione. In rari casi l’insufficienza primitiva può avere origine da un’endocardite, dalla malattia reumatica o da calcificazioni dell’anello mitralico». 

Come si riconosce? 
«In genere nelle forme lievi e moderate non c’è alcun sintomo, ma se la quantità di sangue che refluisce nell’atrio sinistro aumenta perché la valvola è sempre meno efficiente possono comparire diversi disturbi, come facile affaticabilità, fiato corto sotto sforzo, palpitazioni. L’esame fondamentale per valutare l’entità dell’insufficienza è l’ecocardiogramma. Talora può essere utile un ecocardiogramma transesofageo, in cui la sonda ecografica viene introdotta dalla bocca e spinta nell’esofago». 

Che cosa si può fare? 
«Nelle forme lievi o moderate, in assenza di sintomi in genere si opta per controlli ecocardiografici periodici. Ma se l’insufficienza è grave bisogna prenderei in considerazione un intervento chirurgico, che mira a riparare o a sostituire la valvola malata. La soluzione migliore è sempre quella della riparazione (plastica), poiché in questo caso non è necessario inserire nell’organismo materiale estraneo e il paziente può continuare a vivere con la propria valvola, resa “continente”. Quando, per fortuna solo di rado, questa via non è praticabile si opta per la sostituzione della mitrale con protesi che, però, presentano alcuni inconvenienti. Le protesi biologiche vanno sostituite dopo 10-20 anni circa (non sono quindi l’ideale in un paziente relativamente giovane), mentre quelle meccaniche richiedono la somministrazione di anticoagulanti a vita, con tutti gli inconvenienti che ciò può comportare. Secondo le linee guida internazionali questi interventi sono senz’altro da raccomandare in presenza di sintomi. In centri specializzati si possono eseguire interventi di plastica su valvole con insufficienza severa prima dell’insorgenza dei sintomi, ma se l’insufficienza, pur essendo grave, non dà disturbi bisogna pensarci bene, soprattutto nei casi in cui non sia attuabile la riparazione o l’esperienza del centro non sia garantita. Entrambi gli interventi vengono fatti a cuore aperto e prevedono la circolazione extracorporea, con un rischio operatorio non trascurabile, nell’ordine dell’ 1-2 per cento per la plastica e del 3 per cento per la sostituzione».

FONTE: Antonella Sparvoli (corriere.it)

martedì 29 dicembre 2015

Droni, cambia il Regolamento ENAC: le novità del natale 2015

Il settore dei droni italiani sembra non avere pace. Dopo mesi vissuti sull’onda dell’euforia per l’iperattività amministrativa  dell’ENAC, l’ente di controllo aereo civile, che aveva portato all’emissione il 17 luglio scorso  di un Regolamento sui droni molto atteso ed in larga parte condiviso con il mercato di riferimento,  in  questi ultimi mesi si è invece registrata un’involuzione normativa ed amministrativa, che in qualche misura sembra legata alle paure sulla sicurezza. Timori di incidenti, e, soprattutto di utilizzi dei droni per scopi illeciti. Già a novembre il prefetto della Capitale, Gabrielli aveva comunicato la decisione di limitare nel periodo giubilare il sorvolo anche dei droni su alcune zone a rischio della capitale.
Il prefetto di Roma aveva infatti detto: “Da un punto di vista degli aspetti amministrativi con le autorità deputate Enac ed Enav è stato ampliato l’ambito della cosiddetta ‘no fly zone’, il cosiddetto Notam, cioè la comunicazione che viene fatta a tutti quelli che utilizzano lo spazio aereo che ci sono alcune zone della Capitale che sono interdette al volo aereo per tutto il periodo del Giubileo”.
Poi vi sono stati alcuni fatti singolari, come lo   schianto avvenuto   in diretta tv del drone impegnato nelle riprese aeree della gara mondiale di slalom maschile di sci disputata a Madonna di Campiglio la sera del 22 dicembre, a seguito del quale  la Federazione sciistica italiana  aveva bandito i droni dal circuito mondiale di sci.
La FAA (  l’ente di controllo americano ), dal canto suo,  ha rilasciato ad inizio dicembre un report  che analizza 921 incidenti che avrebbero coinvolto gli onnipresenti droni e alcuni aeromobili con equipaggio tra il 17 Dicembre 2013 e il 12 settembre  2015.
Fatto sta che L’ENAC a sorpresa ha varato, a ridosso del Natale, una nuova versione del proprio regolamento su droni, che pare segnare un deciso passo indietro nello sviluppo del mercato dei SAPR. Almeno stando alle reazioni delle Associazioni rappresentative dell’intera filiera dei Droni.
Le novità più rilevanti sono:
  • l’uso dei droni sotto i  300 grammi, che da oggi in poi sarà consentito solo se gli aeromobili  hanno sistemi per proteggere le parti rotanti da impatti accidentali, ovvero in sostanza se hanno paraeliche.
  • La reintroduzione dell’obbligo di volo diurno per le operazioni non critiche, In pratica vi è un obbligo ad effettuare voli a vista (VLOS) solamente di giorno, fino a un’altezza massima di 150 metri e fino a una distanza massima sul piano orizzontale di 500 metri. L’ENAC peraltro potrà valutare deroghe personalizzate e sottoposte ad una analisi preliminare di rischio.
  • Una variazione sulle CTR: le cd control zone, ovvero gli  spazi aerei controllati in corrispondenza di uno o più aeroporti. In questo ambito   sono stati ritoccati i limiti di altezza massima e distanza dal pilota per gli usi professionali, mentre per l’ambito aeromodellistico invece è stata rimossa la possibilità di volare all’interno di queste zone ( l’autorizzazione  era stata appena concessa con la precedente versione del Regolamento).
  • L’inasprimento delle sanzioni contro l’abusivismo e il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il regolamento infatti ha cambiato le sanzioni applicabili ad alcuni illeciti legati all’utilizzo dei droni, prevedendo l’applicazione delle pene previste dagli art 1216 e seguenti del codice della navigazione, anziché, come nella precedente versione, con quelli di cui all’art 1174 dello stesso codice. Con la  riformulazione del regolamento quindi, si applicheranno le sanzioni rispettivamente degli articoli 1216 cod nav, che punisce chi vola con un SAPR privo di documenti con l’arresto fino a un anno o oltre mille euro di ammenda, quelle dell’articolo 1228, con l’ arresto fino a sei mesi e 516 euro di ammenda a chi vola in città, e con l’articolo 1231, che prevede arresto fino a tre mesi o 206 euro di ammenda per chi viola le norme di sicurezza.
  • FONTE: Fulvio Sarzana (ilsole24ore.it)

lunedì 28 dicembre 2015

Gli studi più strani dell'anno

Come da tradizione, il numero di Natale del British Medical Journal prende un po’ in giro il gergo e i metodi della ricerca di area biomedica: gli studi sono veri, gli argomenti un po’ strani e i risultati … giudicate voi.

IL POTERE LOGORA. La testa ingrigita nel giro di poco di Barack Obama lo farebbe pensare: è vero che i capi di stato e di governo invecchiano (e muoiono) prematuramente? Un gruppo di scienziati statunitensi ha analizzato la questione, paragonando la sopravvivenza di oltre 270 leader eletti (dal 1722 al 2015) con quella di altrettanti candidati che non sono arrivati al soglio cui aspiravano. Risultato: gli eletti vivono in media 2,7 anni in meno, e hanno un rischio di morte del 23 per cento più alto rispetto ai concorrenti. Con alcune notevoli eccezioni: i parlamentari inglesi, per esempio, godono di una mortalità del 30 per cento più bassa di quella dei loro normali concittadini.

ANDATURA DA SPIE. È stato attribuito a una paralisi, o a un principio di morbo di Parkinson, ma l’andatura del presidente russo Vladimir Putin, con il braccio destro quasi immobile e il sinistro che accompagna oscillando l’andatura baldanzosa, potrebbe avere un’altra causa. Pare infatti che un modo simile di camminare (documentato in diversi video che accompagnano l’articolo) ce l’abbiano anche altri esponenti della nomenklatura russa, dal primo ministro Dmitry Medvedev agli ex ministri della difesa Anatoly Serdyukov e Sergei Ivanov. La chiave del segreto è forse nelle dritte sul portamento di un manuale del KGB, nelle cui file si sono addestrati Putin & Co.: “il movimento in avanti deve essere eseguito con un lato del corpo, meglio il sinistro un po’ girato nella direzione del movimento”. L’abitudine, forse, è rimasta.

PAURA DA GELARE IL SANGUE. Il terrore può far aumentare i livelli di una delle proteine coinvolte nella coagulazione del sangue, il fattore VIII. L’esperimento che lo dimostrerebbe ha coinvolto un gruppo di studenti, che hanno guardato un film dell’orrore o, per controllo, un film dai contenuti educativi. In quelli “sottoposti” al film horror, e in particolare i più spaventati, fra inizio e fine visione si è avuta una maggiore differenza nel fattore di coagulazione. Gelare il sangue quindi, sarebbe ben più che un modo di dire.

FONTE: focus.it


domenica 27 dicembre 2015

Tumore alle ovaie, test del sangue potrebbe tagliare le morti di un quinto

Tumore alle ovaie, test del sangue potrebbe tagliare le morti di un quinto
Lo sostiene una ricerca appena pubblicata su The Lancet . Gli esperti: "Ancora presto per considerare assodata questa strategia diagnostica"

SONO sempre più incoraggianti i risultati degli studi sugli screening contro il carcinoma ovarico. Secondo una ricerca appena pubblicata su The Lancet, il test del sangue potrebbe ridurre le morti di un quinto. Gli esperti del Collaborative Trial of Ovarian Cancer Screening, nel Regno Unito, hanno seguito le condizioni di salute di 200.000 pazienti per 14 anni, concludendo che in futuro questo tipo di prevenzione potrebbe diventare una strategia diagnostica diffusa.

Lo studio. Il Collaborative Trial of Ovarian Cancer Screening è una delle più ampie ricerche in questo campo e ha avuto come obiettivo quello di verificare il livello di CA125, prodotto dal tessuto ovarico, contenuto nel sangue delle pazienti. I medici hanno controllato la proteina CA125 come un indicatore del tumore alle ovaie in quanto spesso il CA-125 aumenta nei casi in cui il cancro è presente. I risultati della sperimentazione sono stati definiti "controversi" in quanto le prime statistiche non hanno dato risultati incoraggianti, mentre la seconda fase si è dimostrato efficace.

"Servono ulteriori verifiche". "Per adesso - spiega il professor Usha Menon, che ha coordinato lo studio - questo tipo di screening non è efficace. Ma secondo le nostre stime può essere utile nel 20% di casi e in futuro potrebbe salvare molte vite. Aspettiamo comunque ulteriori conferme".  Secondo i ricercatori ci vorranno ancora tre anni per dimostrare i benefici di questo tipo di prevenzione ed è ancora presto per considerare assodata questa strategia diagnostica.

L'altra ricerca. Solo pochi mesi fa un altro studio, questa volta dell'University College di Londra, aveva messo in evidenza il ruolo della proteina CA-125 come marcatore tumorale, definendolo "affidabile", dimostrando che la variazione della sua concentrazione nel tempo può segnalare tempestivamente lo sviluppo del cancro.

FONTE: repubblica.it

sabato 26 dicembre 2015

Antartico, è allarme: la calotta di ghiaccio potrebbe sciogliersi entro 60 anni

 La calotta glaciale antartica occidentale continua a sciogliersi e la perdita dei ghiacci dell'area che si affaccia sul Mare di Amundsen potrebbe mettere a rischio l'intera regione, provocandone il collasso, con gravi ripercussioni sull'innalzamento del livello dei mari.
L'allarme arriva da uno studio condotto dal Potsdam Institute for Climate Impact, e pubblicato su Pnas, che sottolinea come la scomparsa dell'intera calotta antartica occidentale potrebbe far alzare i mari di 3 metri a livello globale. Gli studiosi hanno utilizzato una serie di modelli per vedere gli effetti del riscaldamento sulla regione. «Nelle nostre simulazioni, 60 anni di scioglimento al ritmo attuale sono sufficienti per dare il via ad un processo che diventa poi inarrestabile e continua per migliaia di anni», ha sottolineato Johannes Feldmann, autore principale dello studio. Se i ghiacci continueranno a sciogliersi al ritmo di oggi, tra sei decenni, avvertono gli studiosi, la calotta glaciale antartica occidentale potrebbe aver raggiunto un punto di non ritorno.

Superata questa soglia c'è il rischio di una disintegrazione completa della calotta, con inevitabili ripercussioni sull'innalzamento dei mari. «Se la destabilizzazione è iniziata - avvertono gli studiosi - , un aumento di 3 metri del livello del mare nel corso dei prossimi secoli e millenni potrebbe essere inevitabile». Gli studiosi sottolineano come pochi decenni con un mare più caldo siano sufficienti a dare il via ad uno scioglimento dei ghiacci che ha effetti anche nei secoli e nei millenni successivi. I ricercatori escludono che il rischio del collasso della calotta e del conseguente innalzamento dei mari sia imminente, «questo è certamente un processo lungo», ha detto Feldmann, «ma è probabile che stia iniziando già adesso».  

FONTE: ilmessaggero.it

giovedì 24 dicembre 2015

Tumori, le più importanti novità del 2015 e le speranze per il 2016

Circa 365mila. Tanti sono stati i nuovi casi di tumore diagnosticati in Italia nel 2015. Secondo le stime più recenti una persona su due nella vita rischia di ammalarsi di una forma di cancro, ma almeno 4 tumori su 10 nascono da abitudini sbagliate quindi modificabili. E se i casi sono in aumento, fortunatamente anche le guarigioni sono sempre più frequenti, tanto che ad oggi oltre tre milioni di connazionali sono vivi dopo aver ricevuto una diagnosi oncologica.

Annunciata come “grande promessa contro i tumori” nel 2013, l’immunoterapia ha tenuto fede alle grande aspettative che aveva creato con i risultati delle prime sperimentazioni. «La più rilevante novità del 2015 è stata l’immunoterapia – sottolinea Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -. Gli studi presentati al Congresso Americano di Oncologia (Asco) di quest’anno ne hanno confermato le potenzialità e ne hanno approfondito i meccanismi nella capacità di rafforzare le naturali difese dell’organismo. Il tumore nella sua evoluzione blocca il sistema immunitario dell’ospite: sono stati individuati due di questi blocchi (i check point CTL4 e PDL-1) e abbiamo anticorpi monoclonali contro questi bersagli. Ora sappiamo che con queste cure il 20 per cento dei pazienti con melanoma metastatico è vivo a 5 anni dalla diagnosi contro lo zero per cento delle previsioni precedenti».

«Inoltre nel 2015 - continua Pinto - è arrivata la conferma dell’efficacia dell’immunoterapia, che è anche ben tollerata dai pazienti, anche per i malati di carcinoma polmonare non a piccole cellule e di carcinoma renale e farmaci immunoterapici sono già stati registrati dalle autorità americane anche per queste neoplasie. Nell’ultimo anno sono poi stati presentati risultati positivi anche negli studi che hanno testato l’immunoterapia nella cura di tumori della vescica, di testa e collo, gastrici, del colon retto, nei glioblastomi cerebrali, nei tumori ovarici e nei linfomi».

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)

mercoledì 23 dicembre 2015

Olio di cocco contro la carie

 
L’olio di cocco è ritenuto un antibatterico naturale che può essere impiegato nella produzione di prodotti per l’igiene orale e la prevenzione della carie
 
Prevenire la carie in modo semplice potrebbe essere presto una realtà. Basterà utilizzare l’olio di cocco, riconosciuto un efficace antibiotico capace di agire conto i batteri responsabili della carie.

Lo ha scoperto un team di ricercatori dell’Athlone Institute of Technology in Irlanda, i quali hanno testato l’efficacia contro i batteri dell’olio di cocco allo stato naturale e dopo che è stato, per così dire, digerito – impiegando degli enzimi, in un processo simile alla digestione.
L’azione dell’olio di cocco è stata analizzata testandola su diversi ceppi di Streptococcus, tra cui la specie mutans. Oltre a questi sono stati condotti test contro il lievito Candida albicans.

Come è noto, i batteri sono in grado di produrre acido lattico che attacca lo smalto dei denti causando la carie. Lo studio dunque di sostanze che possano agire contro l’azione dei batteri è da sempre l’obiettivo dei ricercatori che operano in questo campo. Precedenti studi avevano suggerito come alimenti parzialmente digeriti fossero attivi contro i batteri in questione, così come si era dimostrato che un latte modificato per mezzo di enzimi fosse attivo nel ridurre l’azione sullo smalto dei denti da parte dello S. mutans.
Da qui l’idea di studiare altri l’effetto degli enzimi su diversi tipi di alimenti che potessero essere impiegati nel contrastare l’azione deleteria dei batteri.

L’olio di cocco, sottoposto all’azione di enzimi, ha dunque mostrato di essere attivo contro le diverse forme di Streptococco, tra cui lo S. mutans e anche contro il lievito Candida albicans – noto per essere causa di mughetto.
La sua potenzialità antimicrobica potrebbe pertanto essere sfruttata per la produzione di articoli per l’igiene orale.
«La carie dentale è un problema di salute comunemente trascurato che colpisce 60-90 per cento dei bambini e la maggior parte degli adulti nei Paesi industrializzati – spiega nel comunicato AIT il dottor Damien Brady, a capo della ricerca – Integrare olio di cocco enzima-modificato in prodotti per l’igiene dentale potrebbe essere una valida alternativa agli additivi chimici, in particolare perché funziona a concentrazioni relativamente basse. Inoltre, con l’aumento della resistenza agli antibiotici, è importante che rivolgiamo la nostra attenzione a nuovi modi per combattere l’infezione microbica».

Lo studio, i cui risultati sono stati presentati alla Society for General Microbiology’s Autumn Conference presso l’Università di Warwick, aggiungono ulteriori conoscenze alla comprensione dell’attività antibatterica nell’intestino umano, e anche di come i batteri colonizzino le cellule che rivestono il tratto digestivo.
«I nostri dati – aggiunge Brady – suggeriscono che i prodotti dell’attività digestiva umana mostrano un’attività antimicrobica».
Gli enzimi, e l’azione di questi sugli alimenti, farebbero dunque la differenza. Modificare sostanze, come l’olio di cocco, può essere pertanto la soluzione per ottenere questa azione antibatterica.
«La nostra ricerca – sottolinea Brady – ha dimostrato che le proteine del latte digerito non solo riducono l’aderenza dei batteri nocivi alle cellule intestinali, ma impediscono anche che alcuni di essi penetrino nella cellula. Attualmente stiamo conducendo ricerche sull’olio di cocco e altri prodotti alimentari enzima-modificati per identificare come interferiscono con il modo in cui i batteri causano malattia e disturbi».
Restiamo dunque in attesa di una nuova generazione di prodotti per l’igiene orale in grado di contrastate in modo efficace la carie e altri problemi legati al tratto intestinale come la già citata Candida.
 
FONTE: lastampa.it

martedì 22 dicembre 2015

Idrogeno: dalle auto alle bici e nel prossimo futuro nelle nostre case

Bici a idrogeno H2 bike (Linde)

Serve un piano nazionale entro ottobre 2016 per la mobilità a idrogeno per non perdere i fondi europei. Ma qualcosa si sta muovendo anche in Italia

Scadenze importanti sono (più o meno) alle porte: entro il mese di ottobre 2016, i Paesi che intendono usufruire dei fondi europei per sviluppare infrastrutture di rifornimento a idrogeno nei trasporti dovranno presentare un piano di sviluppo nazionale. Entro il 2050, gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea e ribaditi recentemente durante la Conferenza sul clima di Parigi (Cop21) dovranno essere raggiunti. E intanto l’Italia che fa? Si muove, sia pure con interventi che, se organizzati a livello strutturale, avrebbero un significato assai diverso. E così spiccano nel panorama nazionale situazioni come quella di Bolzano, dove cinque autobus a idrogeno fanno il pieno al distributore dell’Istituto per le innovazioni tecnologiche, l’unico centro di produzione esistente in Italia; e si distinguono progetti come H2M, il veicolo che muovendosi immagazzina idrogeno messo a punto a Monopoli, in Puglia.  

Un segnale da Napoli
Un segnale di interesse deriva anche dalla conferenza European Fuel Cell (Efc) 2015, organizzata a Napoli fino al 18 dicembre. L’appuntamento, articolato in workshop e sessioni tematiche, mette a confronto specialisti e tecnici interessati a fonti energetiche green and clean provenienti, oltre che dall’Ue, da Usa, Giappone, Germania e da altri consorzi internazionali. Le potenzialità dell’applicazione delle celle a combustibile e dell’idrogeno sono intuitivamente molto ampie; tra di esse emergono i settori auto e casa.
Auto e abitazioni
L’interesse del primo caso è noto, come noto è il fatto che l’inquinamento da mobilità rappresenta il 33-35% di quello globale. Durante la conferenza di Napoli, la presentazione di una bozza del piano nazionale per lo sviluppo della mobilità sostenibile a impatto zero basato sull’idrogeno e la costruzione di una rete di infrastrutture di rifornimento di idrogeno per i trasporti da realizzare entro il 2025 viene accompagnato dall’esibizione di alcune delle ultime tecnologie alimentate a idrogeno.
Bici a idrogeno
Tra di esse Hybike, la bicicletta a idrogeno a pedalata assistita realizzata dal consorzio Atena, nei laboratori dell’Università Parthenope (in grado di percorrere oltre 150 chilometri con una sola carica), e due prototipi di auto: la giapponese Toyota Mirai e la coreana Hyundai IX35. Per il settore casa, il futuro è tutto da disegnare. Secondo Angelo Moreno, presidente di H2IT, «le tecnologie a idrogeno e celle combustibile entreranno nelle nostre case in un futuro prossimo; perché non considerare l’idrogeno un’opportunità di crescita anche per l’Italia? Abbiamo grandi potenzialità, possiamo e dobbiamo sfruttarle».
 
FONTE: Elisabetta Curzel (corriere.it)

 

lunedì 21 dicembre 2015

Traffico di farmaci online: un giro d’affari di 75 miliardi di dollari

 
Dal progetto europeo Fakecare, guidato da eCrime di Trento, ecco le linee guida per difendersi e un software per combattere le truffe farmaceutiche
 
Il commercio illegale dei farmaci contraffatti ha raggiunto un fatturato di 75 miliardi di dollari l’anno. In Europa, dove il giro d’affari è di 10,5 miliardi di euro, questo mercato illegale è cresciuto negli ultimi dieci anni del 90%. Le conseguenze sono economiche, ma soprattutto sanitarie, dal momento che l’acquisto di farmaci contraffatti mette a rischio la nostra salute tanto che, dati recenti, stimano 700 mila decessi l’anno. 
 
Secondo la European Alliance for Access to Safe Medicines, il 62% dei medicinali quotidianamente venduto online potrebbe essere contraffatto o di cattiva qualità e si stima che siano attivi sul web oltre 400 siti illegali con dominio EU e oltre 30mila siti illegali con altri domini venderebbero prodotti sul mercato europeo. 
 
Anche nel nostro Paese a breve si potrà comprare farmaci senza prescrizione da farmacie online. Potranno venderli tutti gli iscritti nel registro AIFA delle farmacie legali, il cui sito web sarà dotato di un bollino di garanzia europeo. «Quello dei farmaci forniti illegalmente attraverso canali non controllati è un nuovo mercato che si sta aprendo anche nel nostro paese. Dobbiamo stare in guardia, ma senza allarmismi perché abbiamo tutti gli strumenti necessari per difenderci dai criminali e per diffondere conoscenza e buone pratiche tra i cittadini. Il coordinamento internazionale è fondamentale» annuncia Andrea Di Nicola responsabile scientifico del gruppo di ricerca eCrime dell’Università di Trento e responsabile del progetto europeo Fakecare, finanziato dalla Commissione Europea con circa 400mila euro e svolto con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), l’Università di Teesside, il Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità (RiSSC), Interpol, l’International Institute for the Prevention of Falsified Medicines (IRACM) e LegitScript.  
 
COME SI ARTICOLA IL PROGETTO «FAKECARE»  
Appena concluso dopo tre anni di lavoro interdisciplinare (giuristi, criminologi, sociologi, statistici, informatici), il progetto ha indagato le dinamiche sulla domanda e l’offerta e i modi d’azione dei gruppi criminali, arrivando alla creazione di linee guida per i cittadini e di nuovi strumenti informatici per la polizia, le istituzioni regolatorie, le farmacie. Fakecare è stato definito dalla Fondazione Chirac uno dei cinque progetti più importanti al mondo nel settore della contraffazione farmaceutica online e Interpol, l’Europol, l’EU Alliance for Safe Online Pharmacy hanno parlato di «era pre Fakecare e post Fakecare». Il rapporto finale è atteso per fine anno. Vediamo i risultati principali. 
 
LE DINAMICHE DELLA DOMANDA E L’OFFERTA  
Per fotografare la situazione in Italia e in altri paesi dell’Unione europea, è stata condotta un’indagine web su circa 900 clienti online per profilare quelli a rischio di comprare medicinali falsificati, sono state create due farmacie online fasulle (dette in inglese barattoli di miele, Honey-pot websites), in altre parole esche per attirare i clienti, monitorandone così automaticamente i comportamenti e acquisendo statistiche sui clicks e gli acquisti. Infine, sono stati analizzati i contenuti di farmacie online (50 illegali e 50 legali), di oltre 1240 recensioni di farmacie illegali e di notizie apparse sui quotidiani. A questa raccolta «quantitativa», è seguita anche un’analisi etnografica di aspetti più qualitativi come reazioni, valutazioni e discussioni online cui i ricercatori hanno preso parte sotto mentite spoglie, come acquirenti o come venditori. 
 
QUALI SONO I FARMACI PIÙ ACQUISTATI  
A fare la parte del leone sono i medicinali lifestyle, per le disfunzioni erettili, i dimagranti, medicinali a prescrizione medica utilizzati per scopi diversi rispetto al loro uso originario, come steroidi anabolizzanti, ma è in aumento la domanda di medicinali lifesaving. «Parliamo di farmaci che possono essere contraffatti, violare cioè le leggi del copyright, o anche falsificati, essere cioè non perfettamente identici quanto a composizione a quelli regolari – spiega Di Nicola – Questi possono non essere efficaci o addirittura nuocere». Le farmacie illegali, a loro volta, possono mettere in vendita marchi contraffatti o farmaci rubati, già entrati nei normali canali di distribuzione e riciclati dalla criminalità organizzata che li sottrae generalmente dagli ospedali.  
 
PERCHÉ QUALCUNO DECIDE DI COMPRARE ONLINE?  
Le motivazioni che spingono i consumatori a comprare medicinali online sono soprattutto quattro: al primo posto la ragione economica (ha risposto «prezzi bassi» il 35,9%), seguita da quella della maggior comodità di una consegna a casa (35,3%), risolvere il problema della mancanza di prescrizione medica (14,1%), evitare vergogna e imbarazzo con l’anonimato (12,5%). «Quanti di essi agiscano in modo totalmente inconsapevole è difficile da dire» commenta Di Nicola «La maggior parte decide però di assumersi il rischio». 
 
NON SOLO VETRINE WEB: ECCO I FORUM E IL DARK WEB  
Oltre alle farmacie online illegali, la truffa passa attraverso i social network, i portali di vendita online e anche siti con pubblicità occulta, email, spam e manipolazione del web. I forum online funzionano particolarmente bene, spiega il responsabile Di Nicola: «Imprenditori criminali dediti al commercio di medicinali falsificati sfruttano discussioni nei forum e nei blog specializzati, nella consapevolezza che i potenziali clienti tendono ad essere più interessati ad un prodotto percepito come “autenticamente” approvato». Infine, i più capaci ricorrono al Dark web, utilizzano cioè strumenti per navigare online in anonimato, per pubblicare siti web e altri servizi senza dover rivelare la propria posizione ed eludendo così i controlli. 
 
QUALI SONO GLI INDIZI PER SCOVARE UN SITO ILLEGALE  
Tra i risultati di Fakecare vi sono le linee guida per i cittadini su come acquistare in modo legale e sicuro medicinali online. «Gli utenti che si connettono da casa possono oggi non riuscire ad avere la certezza dell’autenticità di un sito, ma esistono degli indicatori di illegalità piuttosto affidabili» spiega Di Nicola. La regola di massima è diffidare dei siti con le seguenti caratteristiche: 
• nessuna richiesta di prescrizione per medicinali con obbligo di ricetta 
• prezzi bassi, promozioni e offerta di pacchetti prova 
• utilizzo di lingue diverse, errori grammaticali e di ortografia  
• assenza di un indirizzo fisico 
• promozione di medicinali nella home page 
• grande rilevanza alla garanzia di anonimato 
• uso di «testimonials» 
 
FONTE: Nicla Panciera (lastampa.it)

sabato 19 dicembre 2015

Nuovi enigmi dalle sabbie di Marte

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C'è troppa silice per il tipo di rocce di Marte, e c'è un minerale la cui presenza è per adesso impossibile da spiegare.

Alcune scoperte sui dati di Curiosity stanno suscitando grande interesse, sorpresa e curiosità alla Nasa.

La prima riguarda la presenza di silice nei terreni che la sonda sta analizzando in questi ultimi mesi: una grande quantità di silice. Recentemente il rover della Nasa ha scoperto in alcuni affioramenti di rocce e suoli una quantità di tale minerale decisamente superiore rispetto a tutti i siti che ha indagato da 40 mesi a questa parte, ossia da quanto è sceso sul Pianeta Rosso.

Sulla Terra la silice è molto abbondante nelle rocce perché forma, insieme all’ossigeno, un minerale piuttosto comune, il quarzo, oltre a tanti altri minerali.

Su Marte, però, non dovrebbero esserci le condizioni che portano alla formazione di minerali ricchi di silice come sulla Terra. I suoi magmi, infatti, somigliano a quelli delle Hawaii - che ne contengono poca. Tra l’altro, la silice scoperta su Marte si trova in rocce sedimentarie, che si sono formate dalla deposizione di materiale all’interno di un lago. E quel materiale non può che essere stato preso da rocce vulcaniche (con poca silice) presenti al di fuori del lago stesso.

DA QUI L’ENIGMA. Spiega Albert Yen, membro del gruppo di lavoro di Curiosity al Jet Propulsion Laboratory (Nasa): «La presenza su Marte di silice in concentrazioni elevate può essere spiegata in due modi. Può essere dovuto a un processo che ha portato via gli elementi da una roccia lasciando - dunque, concentrando - la silice: questo processo richiederebbe acqua acida. In alternativa, la silice può essere stata trasportata fin lì da un altro luogo: in questo caso sarebbe necessaria la presenza di acqua alcalina o neutra. Entrambi i processi comunque richiedono acqua, molta acqua. Se riuscissimo a capire cosa è successo su Marte impareremmo molte cose che oggi non conosciamo di quegli antichi ambienti ricchi d’acqua».

LA COMPLICAZIONE DELLA TRIDIMITE. Come se non bastasse, perforando una roccia (denominata Buckskin) Curiosity ha scoperto un minerale, la tridimite. E anche questo è un enigma, perché la tridimite (un minerale che assomiglia al quarzo per composizione, ma è diverso per struttura molecolare) si forma in rocce vulcaniche tra gli 870 e i 1470 °C, in un processo molto lento.

ulla Terra questo minerale è raro, perché è instabile (si trasforma in un altro minerale): su Marte non era mai stato rilevato. Oltretutto per la sua formazione è necessaria molta silice in circolazione, mentre le rocce vulcaniche di Marte ne hanno poca e, tra l’altro, è stato scoperto in rocce sedimentarie e non vulcaniche. Dove si trova ora Curiosity, infatti, è il letto di un antico lago.

Cosa significhi tutto questo è ancora da chiarire, ma c’è un’ipotesi. È possibile che il magma di Marte abbia subito un’evoluzione nel tempo, proprio come alcuni magmi terrestri, e durante tale evoluzione si è arricchito di silice. Questa ipotesi, però, implicherebbe fenomeni geologici che non sembrano esserci sul pianeta. Più dubbi che certezze, dunque.

FONTE: focus.it



giovedì 17 dicembre 2015

Le impronte digitali «alternative» che (forse) non conoscete

Ci sono molte parti del corpo che ci rendono unici e speciali: abbiamo a disposizione infatti più di una «impronta»: non ci sono solo quelle digitali e tutte possono servire a distinguerci dagli altri. Su Cnn Health una disamina precisa di quali sono le alternative e i recenti usi anche in medicina legale, perché da un po’ di tempo i polpastrelli non sono più il cosiddetto «gold standard».

Nessun altro ha impronte digitali uguali alle vostre, nemmeno il vostro fratello gemello identico. Come mai? Le impronte digitali nascono quando si è un feto: nei primi due mesi le forme cutanee si formano e si addensano ed entrano in contatto con le altre parti del corpo della mamma nell’utero, così si aprono le fenditure che creano le forme e le “creste” sulla pelle del polpastrello. La densità del liquido amniotico della mamma, quanto si muove, la posizione del feto nel grembo materno sono tutti dettagli che si pensa possano contribuire alla forma finale delle impronte. «Dove le linee terminano o si congiungono è casuale», dice Kevin Bowyer, esperto di biometria dell’Università di Notre Dame. Quando la mamma è al sesto mese di gravidanza, le impronte digitali sono completamente formate.

Alcune persone nascono senza impronte digitali, una condizione che si chiama adermatoglifia, malattia molto rara causata da mutazioni nel gene SMARCAD1. Il National Institutes of Health americano la chiama anche “malattia che rallenta l’immigrazione”, perché coloro che ne soffrono hanno un molti problemi quando cercano di entrare nei Paesi che richiedono impronte digitali per l’identificazione.

FONTE: Silvia Turin (corriere.it)

mercoledì 16 dicembre 2015

Così una siringa piena di spugne salverà i soldati dalle ferite di guerra

Scienziati dell’azienda RevMedx hanno creato uno strumento contenente materiale capace di bloccare emorragie e permettere al ferito di raggiungere l’ospedale in tempo

Un flusso di sangue inarrestabile. Solo una forte compressione nella zona della ferita può aiutare a ridurre al minimo la perdita del fluido. Quello che abbiamo sempre visto nei film di guerra è la realtà. Spesso nei combattimenti con armi da fuoco si muore per dissanguamento. L’unica soluzione è arrivare il più presto possibile in una struttura attrezzata. Una situazione ben difficile se si è in campo aperto. E’ partendo da questa difficoltà che gli scienziati dell’azienda RevMedx hanno messo a punto una siringa contenente una speciale spugna in grado di bloccare in breve tempo l’emorragia e permettere alla persona ferita di raggiungere l’ospedale prima che sia troppo tardi. 

La tecnlogia utilizzata è semplice quanto geniale. La speciale siringa -del diametro di 3 centimetri- viene riempita con oltre 90 pezzi di spugna di cellulosa compressa ricoperti da molecole anticoagulanti. Il contenuto ha la straordinaria capacità di espandersi, a contatto con il liquido, sino a dieci volte la sua dimensione originale. In presenza di una ferita le spugne vengono così riversate nella zona interessata e nel giro di venti secondi formano un vero e proprio tappo capace di bloccare l’emorragia per il tempo necessario (sino a 4 ore) a raggungere una struttura di primo soccorso. 

La speciale siringa non è più oggetto di studio bensì è realtà. L’FDA, l’ente che regola l’immissione di farmaci e tecnologie mediche sul mercato americano, ha dato da poco il via libera alla commercializzazione. Secondo una nota della US Army grazie a questa straordinaria invenzione si potranno evitare numerose morti tra i soldati. Circa il 50% delle morti in combattimento avviene per dissanguamento. Con l’utilizzo della siringa gli esperti stimano che almeno la metà dei casi potrebbe essere evitata. Ma le novità non finiscono qui perché il presidio, inventato per esigenze di guerra, sarà dipsonibile anche bordo delle ambulanze.

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 14 dicembre 2015

Scoperte tre nuove molecole per i casi più difficili di artrite reumatoide

(Ap)

Studiate dai ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico Gemelli insieme a colleghi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Ridotti gli effetti collaterali. Sono già oggetto di brevetto e diventeranno un farmaco

Una ricerca interamente italiana ha scoperto tre nuove classi di molecole efficaci contro i casi più critici di artrite reumatoide: è stata portata avanti dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico “Agostino Gemelli” di Roma in collaborazione con colleghi dell’Istituto di Chimica del Riconoscimento Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Icrm-Cnr) di Roma. Le tre molecole, già coperte da brevetto, diventeranno dei farmaci grazie all’azienda farmaceutica italiana Galsor Srl.

Le terapie in uso per l’artrite

L’Artrite Reumatoide è una patologia infiammatoria progressiva, di origine autoimmune, che interessa principalmente le articolazioni e coinvolge tutti gli organi e apparati. Circa il 40% dei pazienti condivide, come comune fattore genetico predisponente, una variante associata a una forma più grave di malattia e che risponde meno ai farmaci attualmente in uso che sono di due tipi: quelli capaci di rallentare l’infiammazione e quelli biologici che bloccano i mediatori più importanti dell’infiammazione. Tali trattamenti, bloccando in maniera non-specifica la risposta infiammatoria, provocano frequenti effetti collaterali. Inoltre i farmaci biologici attualmente disponibili hanno un elevato costo per il SSN. È proprio questa categoria di pazienti che ricaverebbe beneficio dalle nuove molecole messe a punto dal team dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli-Cnr.

Nuove speranze per i pazienti, ma serve tempo

«Per selezionare i principi attivi di potenziali nuovi farmaci, abbiamo usato la tecnica dello screening virtuale, selezionando da una libreria virtuale, contenente centinaia di migliaia di composti, le molecole la cui forma tridimensionale si adatta bene al bersaglio farmacologico specifico, come in un puzzle», spiega la dottoressa Maria Cristina De Rosa, dell’Icrm-Cnr. «Il farmaco sarà vantaggioso per una parte consistente e facilmente identificabile dei pazienti, aumentando l’efficacia e riducendo gli effetti collaterali e i costi dell’approccio attuale», sottolinea il professor Gianfranco Ferraccioli, Ordinario di Reumatologia all’Università Cattolica e Direttore del Polo Urologia, Nefrologia e Specialità Mediche del Policlinico “A. Gemelli”.

Per realizzazione e sperimentazione del farmaco serviranno alcuni anni: «È difficile in questa fase stabilire con esattezza il tempo necessario – dichiara l’Ad di Galsor Srl Sandro Soriano - ma abbiamo programmato le varie fasi di sviluppo in circa nove anni. A ogni modo, faremo di tutto per accorciare questi tempi quanto possibile».

FONTE: corriere.it

domenica 13 dicembre 2015

Depressione, 12% degli italiani colpiti ma solo uno su tre si cura


Depressione, 12% degli italiani colpiti ma solo uno su tre si cura

E' la malattia a maggiore incidenza nel mondo e al primo posto nei paesi occidentali, e nel 2020 sarà la maggior causa di disabilità dopo le malattie cardiovascolari. 
E' la depressione, il cui costo sociale in Italia, inteso come ore lavorative perse, è pari a 4 miliardi di euro l'anno, mentre per l'economia europea è stato stimato un costo pari a 92 miliardi di euro, di cui 54 mld correlati a costi indiretti per assenza lavorativa.

Eppure, solo un italiano su tre ha coscienza del problema e si cura adeguatamente. E' il quadro tracciato dagli esperti in occasione del Forum “un viaggio di 100 anni nelle neuroscienze” organizzato da The European House-Ambrosetti all'Accademia dei Lincei.

Per quanto riguarda i costi diretti a carico del servizio sanitario nazionale, nel nostro Paese i costi medi annuali (ricoveri, specialistica ambulatoriale, farmaci) per il trattamento di un paziente depresso ammontano a 4.062 euro e la depressione colpisce il 12,5% della popolazione, pari a circa 7,5 mln di italiani, con solo il 34,3% dei pazienti che però assume farmaci.
A questo, avvertono gli specialisti, si aggiungono i dati relativi all'impatto sociale che, tenendo conto che per ogni paziente sono coinvolti almeno 2-3 familiari, riguarda in Italia 4-5 milioni di persone coinvolte indirettamente dal disturbo depressivo.

Nonostante gli alti tassi di assenteismo a causa della depressione una persona su quattro tra quelle affette ha dichiarato di non aver comunicato il proprio problema al datore di lavoro. Di queste, una su tre ha motivato la scelta con il timore di perdere il posto. Nel 2020 sarà la maggior causa di disabilità dopo le malattie cardiovascolari.

FONTE: salute.ilmessaggero.it

sabato 12 dicembre 2015

Una pillola sostituirà l’elettrocardiogramma

Sviluppato dagli scienziati del MIT e di Harvard il sensore acustico può fornire dati su frequenza cardiaca e respiratoria paragonabili a quelli ottenuti con i metodi classici

Holter addio. Il fastidioso esame di monitoraggio della frequenza cardiaca, ottenuto mediante l’applicazione non sempre comoda di sensori per registrare l’attività elettrica del muscolo cardiaco, in futuro verrà sostituito da una piccola pillola da ingerire. E’ questo lo scenario che emerge grazie ad uno studio pubblicato dalla rivista Plos One ad opera dei ricercatori del MIT, della Harvard Medical School e del Massachusetts General Hospital di Boston (Stati Uniti). 

La tecnologia sviluppata dagli scienziati statunitensi è relativamente semplice e si avvale di un piccolo microfono inserito all’interno della capsula che viene ingerita, capace di inviare il segnale ad un sensore posto all’esterno. Il segnale viene poi elaborato tramite un software. Come spiega il dottor Giovanni Traverso, uno degli sviluppatori di questa tecnologia, «Attraverso la caratterizzazione delle onde acustiche generate dal corpo, registrate da diverse parti del tratto gastrointestinale, abbiamo scoperto che è possibile misurare sia la frequenza cardiaca e sia quella respiratoria con buona precisione».  

Un approccio che p otrebbe completamente rivoluzionare il modo di registrare i parametri vitali delle persone. Ad oggi infatti la rilevazione di questi dati –non solo la frequenza cardiaca ma anche il livello di ossigeno nel sangue- avviene attraverso il contatto di sensori con la pelle.  

Per testare la bontà della tecnologia gli autori hanno provato a registrare l’attività cardiaca e respiratoria di alcuni animali comparandola con una registrazione effettuata tramite metodi classici. Dalle analisi è emerso che anche attraverso la pillola era possibile ottenere dei risultati del tutto comparabili a quelli ottenuti con elettrocardiogramma.  

Prossimo passo sarà ora testare la tecnologia nell’uomo. Se verranno confermati i risultati in un futuro non troppo lontano sarà possibile diagnosticare aritmie e problemi respiratori con molta più facilità. Non solo, questo approccio sarà utile anche nei militari in missione per monitorare il grado di stanchezza e disidratazione. L’idea degli scienziati è quella infatti di combinare la tecnologia con altre tipologie di sensori già disponibili sul mercato

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

giovedì 10 dicembre 2015

Italia eccellenza mondiale nella lotta ai tumori del sangue

Il contributo del nostro Paese nella ricerca. Diverse malattie oggi sono rese croniche e non fanno più paura. I risultati all’ASH (American Society of Hematology) di Orlando

Nella lotta i tumori del sangue l’Italia è una delle eccellenze mondiali. E’ questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge nell’osservare l’enorme quantità di studi presentati al convegno ASH (American Society of Hematology) di Orlando, il più importante appuntamento internazionale del settore. Per quattro giorni oltre 15mila esperti hanno discusso dei progressi della ricerca e delle terapie delle principali malattie ematologiche.  

Come spiega il professor Fabrizio Pane -Presidente SIE (Società Italiana di Ematologia)- «Ogni anno in Italia quasi 28mila italiani sono colpiti dai tumori del sangue. I passi in avanti nelle sperimentazioni hanno permesso di rendere croniche molte di queste patologie, che un tempo si caratterizzavano per tassi di sopravvivenza molto bassi. Al Congresso ASH sono stati presentati dati importanti sull’immuno-oncologia nel mieloma multiplo, che colpisce ogni anno nel nostro Paese quasi 4.500 persone. Questa nuova arma, che rinforza il sistema immunitario contro il tumore, si è già dimostrata efficace nel melanoma e nelle neoplasie del rene e del polmone. È fondamentale offrire nuove opzioni terapeutiche a persone colpite da una malattia che fa registrare tassi di sopravvivenza a 5 anni pari al 42%».  

LE PRINCIPALI MALATTIE EMATOLOGICHE  
Oltre al mieloma multiplo, le principali malattie ematologiche sono rappresentate dai linfomi di Hodgkin (1.200 nuovi casi ogni anno in Italia) e non Hodgkin (10.200), dalle sindromi mielodisplastiche (4.000) e dalle leucemie: linfatica acuta (1.000), linfatica cronica (3.000), mieloide acuta (3.000) e mieloide cronica (1.000). Complessivamente ogni anno circa 28mila italiani sono colpiti da queste patologie. Sono migliorati i tassi di sopravvivenza, ad esempio guariscono l’80% delle persone colpite da linfoma di Hodgkin e il 60% dei pazienti con linfoma non Hodgkin. «Nella leucemia linfatica cronica – continua l’esperto- sono stati raggiunti passi in avanti decisivi grazie ai farmaci molecolari, che hanno come bersaglio i meccanismi biologici della malattia e che hanno permesso di abbandonare completamente la chemioterapia». 

Ma al congresso statunitense si è parlato anche di terapia genica, settore nel quale gli ampi sforzi profusi nella ricerca –anche italiana- stanno finalmente iniziando a dare i loro frutti sia in termini di sicurezza sia di beneficio clinico. Ad Orlando è stato infatti presentato uno studio con buoni risultati su una terapia genica sperimentale per pazienti anziani con immunodeficienza combinata grave legata al cromosoma X e un altro sui pazienti affetti da sindrome di Wiskott-Aldrich, una malattia rara legata anch’essa al cromosoma X è caratterizzata da trombocitopenia, infezioni ricorrenti, ecchimosi, sanguinamento, eczema, malattie autoimmuni e alta suscettibilità ai tumori. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 9 dicembre 2015

Giornata mondiale Aids: in Europa e in Italia mai così tanti casi di Hiv



Giornata mondiale Aids: in Europa e in Italia mai così tanti casi di Hiv
Anche se l'Hiv negli ultimi dieci anni è praticamente sparito dai media, non è più oggetto di campagne e in generale ha smesso di suscitare attenzione, questo non vuol dire che non ci sia più come molti erroneamente credono. E la Giornata mondiale per la lotta contro l'Aids (1 dicembre) è un occasione per ricordare che non si deve abbassare la guardia. Perché, anche se non è più una malattia per cui si muore sempre, il numero delle infezioni non solo non è diminuito ma negli ultimi anni ha ricominciato ad aumentare costantemente. 

In Europa poi ha toccato un livello mai visto neanche negli anni '80. E in Africa l'Aids è diventata la prima causa di morte tra gli adolescenti (ogni ora si verificano 26 nuovi contagi).
Proprio in questi giorni c'è stato il 30° anniversario della morte di Rock Hudson che, con la sua confessione di essere ammalato di Aids ed omosessuale, diede il via a una stagione mediatica che ha grandemente contribuito alla lotta contro l'Aids, permettendo di trovare risorse e fondi per sviluppare trattamenti sempre più efficaci. Ma la malattia non è sparita e ogni anno ci sono oltre due milioni di nuove infezioni Hiv, in parte dovute anche a questa errata convinzione.

In Europa la situazione non è affatto lieve. Il sistema di sorveglianza ha registrato lo scorso anno 142mila nuove infezioni nei 53 paesi della regione europea dell'Oms, di cui circa 30mila nella sola Unione Europea, il numero più alto mai visto da quando è iniziato il conteggio. Sono in aumento, segnala un documento Oms, le nuove infezioni dovute a rapporti omosessuali, che erano il 30% nel 2005 mentre ora sono il 42% mentre quelle dovute a rapporti eterosessuali sono il 32%.

Marginale invece l'apporto di nuove infezioni da parte di tossicodipendenti che usano droghe iniettabili, appena il 4,1%.
L'11% delle infezioni avviene nella fascia tra i 15 e i 24 anni e il tasso tra gli uomini è 3,3 volte quello tra le donne. L'italia non fa eccezione, come segnalano sia i dati dell'Istituto superiore di sanità che quelli dell'associazione dei microbiologi italiani. Sono soprattutto i giovani tra i 25 e i 289 anni i bersagli preferiti dal virus Hiv, nel nostro paese, afferma il Centro operativo Aids dell'Iss, e, nonostante anni di campagna informative, si contagiano nell'84% dei casi attraverso i rapporti sessuali senza protezione, che avvengono nel 40% casi dei tra omosessuali maschi.

Il mancato calo delle diagnosi, unito comunque alla bontà delle cure per chi scopre di avere un'infezione, fa sì che nel nostro Paese ci siano 140mila persone sieropositive, il numero più alto d'Europa.

FONTE: ilmessaggero.it