domenica 17 aprile 2016

Leggera come una seconda pelle, nasce “Biosuit” per vivere su Marte

Da un’iniziativa internazionale le tute destinate ai viaggi del futuro. Il Mit di Boston collabora con il brand italiano Dainese

La tuta spaziale che gli astronauti indosseranno su Marte sarà quasi come una seconda pelle, aderente ed elastica, comoda da indossare e facile da rimuovere. Naturalmente sicura, ma meno ingombrante rispetto a quella pesante e voluminosa dentro la quale si nascondevano Neil Armstrong e Buzz Aldrin durante lo storico sbarco sulla Luna del 1969. 

Ma è già da prima, dalla metà degli Anni 50, che si pensava che la «spacesuit» dovesse essere leggera e pratica: proprio come quella color argento di Gordon Cooper, del progetto Mercury, il primo programma spaziale della Nasa. Ora l’agenzia Usa, per il viaggio umano sul Pianeta Rosso, previsto intorno al 2030, ha deciso di tornare alle origini: da quattro anni è in corso un progetto per mettere a punto una nuova tuta spaziale, più leggera e pratica. Ideata da Dava Newman, docente del Mit di Boston e «Deputy administrator» della Nasa, è stata progettata dallo studio Trotti and Associates dell’architetto spaziale argentino Guillermo Trotti. Un lavoro di gruppo a cui sta dando un contributo anche l’Italia. A realizzare i primi prototipi, infatti, è Dainese, l’azienda di Vicenza dove nasce l’abbigliamento per motociclisti e sciatori. 

È qui, nel laboratorio dei «Progetti speciali», che sta prendendo forma la tuta, prevista per le camminate spaziali. «La novità è che sostituiremo la pressurizzazione pneumatica con una pressurizzazione di tipo meccanico», dice il responsabile Michele Brasca. «Oggi - racconta - l’interno della tuta degli astronauti, perché l’uomo possa resistere nello spazio, dev’essere pressurizzata, come la fusoliera di un aereo. La pressione all’interno, però, rende la tuta ingombrante e rigida, il che aumenta notevolmente lo sforzo dell’astronauta per spostarsi. Il nuovo progetto cambia tutto». 

Punto di partenza è uno studio del fisico americano Arthur Iberall, che all’inizio degli Anni 40 scoprì che nel corpo ci sono punti particolari: nonostante i movimenti, non si contraggono e non si allungando e, collegandoli attraverso le cosiddette «linee di non estensione», la pressione dell’organismo rimane costante. «La nuova tuta è concepita in modo da congiungere questi punti, esercitando una pressione meccanica sul corpo senza interferire, però, con il movimento degli astronauti». 

Lo si vede già dal design: le linee di non estensione sono rappresentate dai filamenti rossi e neri che decorano il prototipo della Biosuit, questo il suo nome, indossato nelle immagini ufficiali proprio da Dava Newman. La tuta sarà realizzata con materiale elastico, ma sulle altre caratteristiche le ipotesi sono aperte. «Dai laboratori di Boston arrivano sempre nuovi tessuti da testare». 

Di sicuro la «spacesuit» dovrà garantire agli astronauti il giusto apporto di ossigeno, proteggendoli dall’assenza di gravità, dalle radiazioni solari, dall’impatto con le particelle in movimento a velocità elevatissime. Uno scudo che oggi è costituito da 12 materiali diversi, sovrapposti, che danno vita a uno scafandro rigido dal costo di 10 milioni di dollari. La sfida è rendere la struttura e i costi decisamente più «agevoli», migliorando il comfort. 

Quel comfort che Dainese cerca di ottenere anche in un altro progetto, in collaborazione con l’Esa, l’Agenzia spaziale europea. Obiettivo: realizzare una tuta «da interno», da indossare nella Stazione Internazionale. «Al posto dei normali abiti o delle polo con cui abbiamo visto anche Samantha Cristoforetti», racconta Brasca. Il problema è che, in orbita, la massa muscolare diminuisce, il che provoca una serie di microdanni alla colonna vertebrale. Così, al rientro sulla Terra, la riabilitazione è lunga. «La nostra “Skinsuit” - spiega Brasca - è studiata per ricreare la stessa forza di gravità del nostro Pianeta». 

Realizzata in materiale elastico bidirezionale messo a punto nei laboratori del «Dainese Technology Center» e dotata di inserti che ne limitano l’estensione, la tuta è già stata testata in orbita dal danese Andreas Mogensen. La prova ha avuto esito positivo. «Ora ci stiamo preparando a tornare dello spazio». Con gli occhi puntati al 2030. 

FONTE: lastampa.it


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