sabato 11 giugno 2016

Il veleno della tarantola per combattere il colon irritabile

Analizzati 109 animali velenosi per trovare l’antidoto al mal di pancia. Il veleno della tarantola attiva una proteina che argina i livelli patologici del dolore

A volte anche un terribile nemico per la salute si può rivelare una potenziale cura per le malattie che affliggono l’essere umano. Lo dimostra la scienza: il veleno della vipera, ad esempio, è alla base di quei trattamenti che hanno permesso di arrivare alla trombolisi, ovvero lo «scioglimento» del coagulo di sangue che blocca la circolazione in un’arteria coronarica, consentendo di curare meglio l’infarto in urgenza. Ora un altro veleno, quello che caratterizza un ragno che vive nell’Africa occidentale, potrebbe nascondere al suo interno una sostanza capace di dare sollievo alle tante persone che, in forma più o meno grave, soffrono di quella che volgarmente viene chiamata colite spastica ma che i medici definiscono sindrome dell’intestino irritabile.

Analizzati 109 animali velenosi per trovare l’antidoto al mal di pancia

Ad aprire la via alla speranza per chi quotidianamente fa i conti con mal di pancia, gonfiore addominale e difficoltà ad andare di corpo normalmente – capita almeno ad un adulto su dieci in Italia, e molto più spesso si tratta di donne - è una ricerca che ha visto allearsi grossi calibri del mondo scientifico. Gli studiosi delle Università del Queensland e di Adelaide in Australia insieme a quelli dell’Università della California di San Francisco e della Johns Hopkins di Baltimora, negli Usa, hanno pubblicato su Nature gli esiti della loro indagine nel mondo degli animali velenosi, arrivando a definire un potenziale, futuro trattamento per il colon irritabile. I ricercatori hanno esaminato ben 109 animali tra scorpioni, millepiedi e ragni, per trovare un possibile antidoto al mal di pancia che perseguita senza sosta e che non è sostenuto da alcuna vera malattia o alterazione anatomica.

Il veleno della tarantola

La loro attenzione si è concentrata su una specifica sostanza contenuta nel veleno dell’heteroscodra maculata, una tarantola presente nell’Occidente del continente africano. Il veleno, normalmente impiegato dall’animale per difendersi e per uccidere le prede, sarebbe infatti in grado di attivare una proteina presente nei nervi e nei muscoli, chiamata NaV1.1. In pratica questa sostanza giocherebbe un ruolo significativo nella sensibilità intestinale e nella trasmissione del dolore: l’ipotesi degli scienziati è che la proteina possa «arginare» i livelli patologici di dolore che incidono pesantemente sull’esistenza di chi fa i conti con la «colite». Così, dalla tossina che il ragno libera per scatenare il dolore in chi tenta di attaccarlo, in futuro potrebbe nascere un farmaco per curare gli esseri umani.

Una patologia estremamente diffusa

«In Italia la sindrome dell’intestino irritabile riguarda circa l’11-12 per cento delle persone, in particolare le donne (in rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini) e con un tasso più alto di prevalenza dai 20 ai 50 anni. Questo disturbo è caratterizzato da gonfiore o dolore addominale – spiega Giovanni Barbara, Professore Associato dell’Università di Bologna, nonché Presidente della Società Europea di Neurogastroenterologia - associati all’alterazione della funzione intestinale come diarrea, stitichezza o una fastidiosa alternanza delle due condizioni. Tutti sintomi, quelli descritti, che contribuiscono a un costante senso di disagio e a un diffuso stato di ansia, con ricadute significative sulle attività quotidiane». Sicuramente lo stress gioca un ruolo fondamentale, ma non può essere l’unico elemento che può dare il via ai problemi. La scienza sta puntando l’attenzione anche sui batteri che vivono all’interno dell’intestino. «Miliardi di batteri popolano il nostro intestino e quando si alterano per infezioni, l’uso di antibiotici o una dieta sbagliata, producono gas, gonfiore e disturbi delle funzioni intestinali – precisa Enrico Corazziari, Professore Ordinario dell’Università “La Sapienza” di Roma. Negli ultimi anni si è ipotizzato un possibile legame tra i geni che controllano il sistema immunitario e il microbiota. Infine, non meno importante, in un paziente su dieci anche la gastroenterite, la classica influenza intestinale, dà il via allo sviluppo di sindrome dell’intestino irritabile». Di certo c’è che il disturbo va diagnosticato con attenzione. La sindrome è caratterizzata da un dolore addominale di lunga durata (almeno tre mesi), che diminuisce o aumenta con la defecazione, si associa a una diminuzione o a un aumento della frequenza della defecazione ed è legato ad a un aumento o a una diminuzione della consistenza delle feci.

FONTE: corriere.it

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