lunedì 13 giugno 2016

L’inferno delle malattie infiammatorie croniche intestinali e la speranza in un nuovo anticorpo

Come vivono i malati di morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Lavoro e vita privata messi a dura prova dai sintomi della patologia. Il farmaco «vedolizumab» agisce in 6 settimane

«Una discesa all’inferno». Non usano giri di parole gli specialisti, per descrivere la piega che assume la vita di quei pazienti - almeno duecentomila in Italia, ma non esiste un registro ufficiale - che soffrono di malattie infiammatorie croniche intestinali: morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. 

La metafora è presto spiegata. Più tardivo è l’intervento, maggiore è il danno. Così condizioni croniche che nei casi meno severi possono essere curate con i farmaci, in altre situazioni non possono prescindere dal ricorso alla chirurgia: nemmeno sempre risolutiva.  

I DRAMMATCI SINTOMI DEL CROHN E DELLA RETTOCOLITE ULCEROSA  
Dolori addominali, spossatezza, sanguinamenti, urgenza di correre al bagno anche più di dieci volte al giorno. Non si racconta nulla di nuovo a quei pazienti colpiti da una malattia infiammatoria cronica intestinale, le cui diagnosi oggi sono in aumento anche tra i bambini. Molti di loro sono giovani, scoprono di essere ammalati nel pieno della carriera lavorativa e di dover sottoporsi a una terapia per tutta la vita.  

È presto chiaro dunque perché le ricadute sulla qualità della vita siano notevoli. «Si tratta di malattie che tolgono il sonno, spesso anche il lavoro e condizionano la quotidianità», racconta Alessandra Tongiorgi, psicologa dell’Unità operativa di gastroenterologia dell’azienda ospedaliera-universitaria di Pisa. Persino le vacanze diventano un’impresa per questi pazienti, che oltre ai disagi della malattia sono costretti a frequenti assenze dal luogo di lavoro. In Italia le tutele sono pochissime: nulle per i liberi professionisti, migliori per i dipendenti pubblici. Nel mezzo c’è chi lavora per aziende private, che «usufruisce prima dei giorni malattia, poi comincia a erodere il monte ferie per sottoporsi ai controlli», afferma Salvo Leone, direttore generale di Amici Onlus, l’associazione nazionale per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino.  

NUOVO FARMACO PER CHI NON RISPONDE PIÙ ALLE TERAPIE  
In questo scenario difficile, però, c’è anche una buona notizia. Si chiamavedolizumab il nuovo anticorpo monoclonale (Takeda) approvato per il trattamento di pazienti adulti con colite ulcerosa e malattia di Crohn in forma attiva da moderata a grave che hanno avuto una risposta inadeguata o si sono dimostrati intolleranti alla terapia convenzionale o a un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa. A spiegare il meccanismo di funzionamento del farmaco èSilvio Danese, responsabile del centro di ricerca e cura per le malattie infiammatorie croniche intestinali dell’istituto Humanitas di Rozzano(Milano). 

«Vedolizumab ha un meccanismo d’azione che si basa sull’inibizione selettiva dei linfociti che transitano e vengono reclutati nell’intestino infiammato. I globuli bianchi hanno una sorta di codice di avviamento postale che li indirizza e fa sì che vengano attratti nell’intestino. Legandosi a esso, vedolizumab blocca solo questi linfociti. L’effetto è evidente: si osserva una minore tossicità e un’ottima efficacia clinica».  

Dai dati delle ricerche condotte è emerso che in una buona percentuale di pazienti il trattamento esplica la sua azione in appena sei settimane. È stata osservata anche una riparazione del danno strutturale - più del novanta per cento dei pazienti ha avuto un miglioramento delle ulcere intestinali - e la remissione è stata mantenuta fino a tre anni.  

FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it)

Nessun commento: