sabato 23 luglio 2016

Nuova arma contro i batteri «cattivi» che vivono nel nostro intestino

(Getty Images)
Messo a punto un vaccino in grado di ridurre gli stati infiammatori: potrebbe essere utile per prevenire malattie metaboliche, come l’aterosclerosi e il diabete di tipo 2

Per prevenire alcune malattie metaboliche, come l’aterosclerosi o il diabete di tipo 2, potrebbe essere utile (in futuro) un vaccino messo a punto da ricercatori dell’Ospedale San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria. Massimo Clementi e Roberto Burioni (Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele) e Filippo Canducci (Insubria), coordinatori del lavoro pubblicato su Scientific Report, hanno scoperto - su topi - che immunizzando l’organismo verso alcuni batteri “cattivi” che vivono nell’intestino (e che sono presenti in sovrannumero in chi segue una dieta ricca di zuccheri e grassi), aumenta la produzione di globuli bianchi che modulano la risposta immunitaria, riducendo il processo infiammatorio.

Flora batterica intestinale

Gli autori hanno indagato il complesso equilibrio tra la flora batterica intestinale e il sistema immunitario dell’organismo che la ospita. «È noto che la dieta occidentale, ricca di grassi e povera di fibre, altera la flora batterica favorendo la crescita di determinati batteri e sfavorendone altri. Alcuni di questi batteri però, se presenti in sovrannumero, attivano il sistema immunitario, avviando il processo di infiammazione e favorendo l’insorgenza di malattie metaboliche e cardiovascolari» spiegano. In laboratorio, i topi vaccinati hanno mostrato «ridotti livelli di infiammazione, meno zucchero nel sangue e una progressione più lenta delle placche aterosclerotiche». Questo risultato, secondo Canducci, «apre una via di studio veramente nuova e rappresenta il primo passo verso la messa a punto di vaccini volti a ridurre le conseguenze nocive di una cattiva alimentazione».

Ecco nel dettaglio come è avvenuto l’esperimento. «Abbiamo somministrato ai topi una proteina, chiamata ompK36, che è naturalmente presente sulla superficie di alcuni tipi di batteri - spiega Canducci -. Questa proteina solitamente regola il passaggio di molecole dall’interno all’esterno dei batteri e viene riconosciuta dal nostro sistema immunitario. Nel nostro lavoro abbiamo scoperto che è in grado di attivare una risposta nelle cellule immunitarie, inducendole a produrre un’altra proteina, chiamata apoE. Quest’ultima ha il compito di trasportare i lipidi, ma è anche un potentissimo antinfiammatorio. Dunque con il vaccino la produzione di apoE aumenta e questo fa diminuire lo stato infiammatorio nell’intestino, nel fegato e nella placca aterosclerotica (degenerazione delle pareti arteriose dovuta al deposito di placche, ndr)».

I batteri potenzialmente «cattivi»

I batteri presi di mira dagli scienziati abitano naturalmente il nostro intestino ma se presenti in numero eccessivo possono essere spia di un’infiammazione sistemica (ovvero che interessa l’intero organismo) o essere causa loro stessi di uno stato infiammatorio: si tratta dell’Helicobacter e delle Enterobatteriacee, come l’E. coli o la Klebsiella. «Non vogliamo eliminare questi batteri, che devono essere presenti nell’organismo - prosegue Canducci -, ma solo modificare i loro effetti. In pratica, polarizziamo la risposta immunitaria in modo da renderla antinfiammatoria e un valore aggiunto dello studio è anche quello di aver capito come funziona il meccanismo della proteina apoE». Nei topi l’effetto positivo si è verificato nonostante il proseguimento della dieta ricca di grassi e zuccheri. «Abbiamo calcolato che il regime alimentare cui abbiamo sottoposto gli animali corrispondeva a quello di un essere umano che mangia abitualmente hamburger nei fast food - conclude Canducci -. Il vaccino ha la proprietà di “addolcire” gli effetti negativi di questo tipo di dieta». Lo studio è stato finanziato dai Ministeri dell’Istruzione e della Salute. Ora i ricercatori sperano di trovare finanziamenti per proseguire il lavoro e testare il vaccino anche sull’uomo.

FONTE: Laura Cuppini (corriere.it)



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