domenica 17 luglio 2016

Vaginosi batteriche, il test molecolare che potrà aiutare nella diagnosi

(Getty Images)

VaginArray può misurare le alterazioni della flora batterica ed è un buon alleato nel monitoraggio delle terapie. Le infezioni possono aumentare il rischio di malattie sessualmente trasmesse e di problemi durante un’eventuale gravidanza

Le infezioni batteriche della vagina sono uno dei problemi ginecologici più frequenti durante l’età riproduttiva e possono aumentare il rischio di malattie sessualmente trasmesse e di problemi durante un’eventuale gravidanza. Per questo riconoscerle e curarle in modo tempestivo e adeguato è fondamentale, così in futuro potrebbe rivelarsi utile VaginArray, un test molecolare messo a punto da ricercatori dell’università di Bologna che può “mappare” la popolazione di batteri vaginali aiutando nella diagnosi e anche nel monitoraggio delle terapie.
Un test molecolare
Il test comprende 17 set di “sonde” molecolari, ciascuno specifico per le varie specie batteriche più rappresentative dell’ecosistema vaginale fisiologico e patologico: in questo modo i germi possono essere riconosciuti efficacemente e anche quantificati, misurando l’intensità della fluorescenza emessa da ciascuna “sonda”. Il test è stato messo alla prova e i risultati, pubblicati su Antimicrobial Agents and Chemotherapy, mostrano che con questo metodo è possibile valutare eventuali alterazioni dell’ecosistema vaginale e anche misurare gli effetti delle terapie antibiotiche: sarà perciò una tecnica preziosa per la diagnosi e il monitoraggio delle infezioni vaginali, che sono purtroppo un’evenienza in continuo aumento come spiega Francesco De Seta della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’Ospedale materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste: «Dati italiani mostrano che sono in crescita i serbatoi orali di batteri a causa di un incremento dei rapporti oro-genitali; le abitudini sessuali infatti sono uno dei fattori di rischio per le vaginosi batteriche, accanto al fumo e ad alcune condizioni favorenti come disturbi intestinali, carenza di vitamina D, ipotiroidismo, anemia con carenza di ferro».

Diagnosi e terapia giusta
Le vaginiti batteriche sono caratterizzate dalla crescita di germi prevalentemente anaerobi che tendono a rimpiazzare i lattobacilli presenti usualmente nella vagina; quando accade il pH vaginale si alza passando dai valori attorno a 4,5 della situazione fisiologica a oltre 7, inoltre compaiono sintomi come perdite abbondanti di cattivo odore e prurito, ma anche bruciori e dolore nei rapporti sessuali. In caso di sospetta infezione, è necessaria la visita dal ginecologo: «Il fai da te non è mai consigliabile, neppure quando già si è avuto un episodio e si pensa di saper riconoscere un’eventuale ricaduta - osserva De Seta -. Si è dimostrato, infatti, che quando in una seconda occasione la donna pensa di ravvedere i segni di un’infezione già avuta e prova quindi a curarsi come ha fatto in passato sbaglia in ben il 60 per cento dei casi. Basarsi solo sui sintomi porta all’errore, serve una diagnosi certa che solo il ginecologo può fare. Il medico, inoltre, è fondamentale nei casi, circa il 10 per cento del totale, in cui le vaginosi batteriche diventano ricorrenti e si manifestano anche tre o quattro volte in un anno: è essenziale per esempio capire se ci siano condizioni sottostanti che favoriscano la ricomparsa delle infezioni, per trattarle ed eliminare il problema “alla radice”, oltre che per impostare una terapia adeguata per la prevenzione delle recidive. L’infezione acuta, tuttavia, si cura facilmente e con successo nel 90 per cento delle pazienti». «Le vaginosi batteriche sono una sorta di “disastro ecologico” della vagina - interviene Filippo Murina, responsabile del Servizio di Patologia Vulvare all’Ospedale Buzzi di Milano -. Si curano facilmente con antibiotici vaginali come clindamicina o metronidazolo, ma non devono essere sottovalutate perché in gravidanza, per esempio, possono avere conseguenze sulla salute di mamma e bambino. È importante intervenire per ridurre il rischio di recidive e intercettarle presto e bene: le donne che hanno la tendenza a perdite maleodoranti dopo il ciclo, per esempio, dovrebbero essere indagate per capire se hanno infezioni in atto e per impedire una progressione verso quadri più seri e vaginiti ricorrenti».

FONTE: corriere.it

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