lunedì 17 ottobre 2016

Degenerazione maculare, aumentano i farmaci efficaci per il trattamento

(Getty images)

Il «fondo dell’occhio» ora si può curare meglio. Resta il problema della durata variabile della terapia. Talvolta è sufficiente uno schema fisso che prevede un numero preciso di iniezioni, mentre altre volte viene preferita la somministrazione «al bisogno»

Nell’Era digitale la salute degli occhi passa anche attraverso una App. Ce n’è più d’una, scaricabile dagli store, come per esempio iVista, e tutte propongono test capaci di intercettare anomalie della visione, compresi i primi sintomi di una malattia sempre più diffusa a causa del progressivo invecchiamento della popolazione: la degenerazione maculare senile. All’inizio questo disturbo fa sì che si cominci ad avere una visione offuscata e , guardando un foglio, si vedano storte righe che, in realtà, sono diritte. Poi i sintomi peggiorano: compare una macchia scura al centro del campo visivo e, con il tempo i pazienti non riescono più a riconoscere i visi (si ha infatti una perdita della visione centrale).

Le due forme di degenerazione maculare
Identificare all’esordio questa patologia, soprattutto nella cosiddetta forma umida, significa curarla con più probabilità di successo. «Esistono due forme di degenerazione maculare — precisa Federico Ricci, oftalmologo e direttore del Centro di riferimento regionale per le patologie retiniche all’Ospedale Policlinico, Università di Tor Vergata — quella umida (caratterizzata da proliferazione di vasi sanguigni ed essudazione della retina, ndr) e quella secca (in cui, invece, si formano depositi di lipoproteine chiamati drusen, ndr ). Per la prima ci sono nuovi farmaci in grado non solo di rallentare la progressione della malattia, ma anche di migliorare l’acutezza visiva dei pazienti. Per la seconda, che progredisce più lentamente, non esistono al momento terapie, ma si stanno sperimentando». 
  
I farmaci
 
La rivoluzione nella cura della degenerazione maculare umida (che rappresenta il 20 per cento dei casi di malattia, il resto è costituito dalla forma secca) è avvenuta negli ultimi dieci anni: prima non esistevano terapie efficaci non solo nel rallentare la malattia, ma anche nel migliorare la visione. Il primo farmaco che i pazienti hanno avuto a disposizione, con una precisa indicazione per la cura di questa patologia, è stato il pazopanib (oggi poco utilizzato), poi è arrivato il ranizumab e infine l’aflibercept. Parallelamente viene usato anche il trastuzumab: è registrato come antitumorale, ma in oculistica è usato off label, cioè al di fuori delle indicazioni ufficiali; tutti sono inibitori del Vegf, un fattore di crescita dei vasi sanguigni. «Perché un farmaco venga approvato per la commercializzazione — spiega Ricci — è necessario che dimostri la sua sicurezza e la sua efficacia in una serie di studi clinici controllati (trial clinici, ndr) condotti in centri specialistici e con pazienti selezionati. Questi studi servono anche per stabilire dosaggi e tempi di somministrazione». Per il ranizumab l’indicazione è di 11 iniezioni intraoculari all’anno, per l’aflibercept è di sette, ma questo schema non è sempre rispettato nella pratica clinica (soprattutto per ragioni di costi) e i farmaci vengono utilizzati “al bisogno” (cioè a discrezione del medico quando vede che la malattia un po’ peggiora).  
 
FONTE: Adriana Bazzi (corriere.it)

Nessun commento: