mercoledì 21 dicembre 2016

Un bicchiere di vino al giorno? Non fa bene a tutti

Studio australiano sulla sindrome del «cuore in vacanza» e lo squilibrio dei battiti cardiaci a causa dell’assunzione di alcol

Un bicchiere di vino al giorno potrebbe anche far bene. Ma non a tutti. Una ricerca australiana ha dimostrato che su 900 mila persone, l’8% - ovvero in 72 mila - ha un rischio maggiore di irregolarità del battito cardiaco anche se ingerisce piccole dosi di alcool. Anche quel mezzo bicchiere di vino rosso al pasto da sempre considerato un «toccasana». 

Lo studio, coordinato dal dottor Peter Kistler dell’Alfred Hospital di Melbourne, è stato pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology ed evidenzia come la «Holiday heart syndrome» - la sindrome del «cuore in vacanza» che provoca irregolarità nei battiti cardiaci a causa del troppo bere durante una festa o nel fine settimana - potrebbe verificarsi anche consumando un solo bicchiere alcolico al giorno. 
 
«L’alcool non è una sostanza universalmente buona per il cuore – ha dichiarato il dottor Kistler –. Può essere buona per i vasi, ma per la parte elettrica cardiaca probabilmente non lo è». Nello specifico, questo studio ha evidenziato gli effetti dell’alcool sulla fibrillazione atriale, ovvero al battito cardiaco irregolare che può provocare coaguli, ictus, insufficienza cardiaca e altre complicanze. Se non viene opportunamente trattata, questa irregolarità raddoppia il rischio di morte per cause cardiache ed aumenta di cinque volte il rischio di ictus. 
 
Sono tre le motivazioni ipotizzate dei ricercatori australiani. Bere alcool può danneggiare direttamente le cellule cardiache e portare alla formazione di piccole quantità di tessuto fibroso, causando le irregolarità di battito. Oppure l’alcool potrebbe portare all’irregolarità cardiaca stimolando il sistema nervoso autonomo. Infine, un altro motivo potrebbe essere collegato al fatto che l’alcool determina obesità, problemi all’apparato respiratorio e pressione elevata, che indeboliscono il cuore di chi beve. 
 
Per approfondire il meccanismo ci sarà ora bisogno di altri studi, anche perché «il problema della maggior parte delle ricerche del settore è che i ricercatori si affidano al ricordo delle persone su quanto bevono: un processo che porta spesso a sottovalutare il consumo di alcool», ha dichiarato alla Reuters Health l’esperto Tim Stockwell, direttore del Center for Addicrions Research e professore al British Columbia di Vancouver, in Canada. Il suo consiglio è quindi «bere sì, ma a dosi basse per ridurre l’esposizione del cuore alle tossine». 

FONTE: lastampa.it



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