sabato 30 gennaio 2016

Virus Zika, l’Oms convoca comitato di emergenza

Margaret Chan, direttrice dell’organizzazione Onu chiede riunione urgente e definisce il fenomeno «di proporzioni allarmanti». «Si propaga in maniera esplosiva»

l virus Zika si propaga «in maniera esplosiva» e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha convocato un comitato d’emergenza per la prossima settimana. Lo ha reso noto la direttrice dell’organizzazione Onu, Margaret Chan durante un incontro informativo sulla questione con gli Stati membri nel quale ha dichiarato che Zika è passato dall’essere una minaccia lieve a una «di proporzioni allarmanti».   

Il Comitato di emergenza dell’Oms si riunirà lunedì 1° febbraio a Ginevra per fare il punto sull’emergenza legata alla diffusione del virus, collegato alla comparsa di migliaia di casi di microcefalia fetale in Brasile, e per decidere se il diffondersi dell’infezione debba essere dichiarata un’emergenza sanitaria internazionale. Nella riunione del 1° febbraio verranno decise raccomandazioni ulteriori per i Paesi colpiti. 

Intanto 4 casi di contagio da virus Zika si sono registrati in Italia, ma nell’anno passato. Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma spiega che si tratta «di 4 italiani che rientravano dal Brasile ed i casi si riferiscono alla scorsa primavera. Tre pazienti sono stati trattati allo Spallanzani ed uno a Firenze. Sono guariti».  

FONTE: lastampa.it

giovedì 28 gennaio 2016

Farmaci in vendita sul web, ecco come identificare i siti autorizzati

Le caratteristiche delle farmacie virtuali con il «bollino» di garanzia che possono vendere online solo medicinali senza prescrizione medica. Il 95% delle farmacie sul web è illegale

Da luglio scorso anche in Italia le farmacie possono vendere medicinali senza prescrizione medica su internet. Per farlo, però, devono rispettare rigidi criteri di sicurezza che ora sono stati puntualizzati in una circolare del Ministero della Salute dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il 25 gennaio, del decreto dello scorso luglio che regolamenta la novità.

Obiettivo sicurezza

Lo scopo è disciplinare un settore dove sono purtroppo tantissimi i casi di falsificazione: il 95 per cento delle farmacie sul web è infatti illegale, i medicinali contraffatti risultano in continua crescita, per cui il «bollino» di garanzia che consente ai consumatori di acquistare farmaci in sicurezza è una tutela preziosa per tutti. La nuova circolare chiarisce le caratteristiche principali delle farmacie online: il sito, per esempio, deve contenere l'identificazione dell'Autorità competente che ha rilasciato l'autorizzazione, il link al sito del Ministero dedicato alla vendita online, il logo identificativo nazionale definito dal Ministero in conformità alle indicazioni europee. Il logo deve essere ben visibile su tutte le pagine, inoltre la «vetrina virtuale» può contenere foto dei farmaci, indicazioni per l'uso ma nessun messaggio pubblicitario.

Istruzioni per le farmacie

La circolare spiega ai farmacisti interessati quale sia la procedura per richiedere l'autorizzazione al commercio di medicinali via web (consultabile anche sull'apposita sezione del sito del Ministero) e specifica come debba realizzarsi il trasporto, per sottolineare l'importanza di prendere provvedimenti in modo che avvenga senza deteriorare i prodotti; infine, viene di nuovo sottolineato che sul web è possibile acquistare solo prodotti venduti senza obbligo di prescrizione medica. Una precauzione importante per evitare l'eccesso di fai da te, un'avvertenza essenziale per i consumatori che devono diffidare delle farmacie virtuali che propongono medicinali con ricetta. Per informare i cittadini sulle modalità di vendita online, il sito del Ministero ha anche messo a disposizione una sezione in cui trovare il logo che deve essere presente nei siti delle farmacie virtuali e l'elenco di tutte quelle già autorizzate.

FONTE: Elena Meli (corriere.it)

mercoledì 27 gennaio 2016

Moringa, la pianta "magica" promossa dalla Fao

Moringa, la pianta "magica" promossa dalla Fao
Una coltivazione a cui perfino Fidel Castro tiene molto: sarebbe il segreto della sua cura, racchiuso nelle foglie verdi ricche di vitamine, proteine, minerali e con diverse proprietà antibiotiche

LA SALUTE di Fidel Castro resta ancora avvolta nel mistero, ma sembra esserci un segreto "naturale" dietro le sue cure: la moringa oleifera. Foglie verde smeraldo e fiori bianchi, un sapore che ricorda gli asparagi e un'altezza che può arrivare a dieci metri, è una pianta conosciuta anche con il nome di "albero miracoloso" o "albero della vita". Appartiene alla famiglia delle moringaceae e cresce in India e ai piedi dell'Himalaya, ma viene coltivata per lo più nelle zone tropicali ed equatoriali del pianeta, soprattutto Etiopia, Filippine e Sudan. In Sudamerica si trova a Cuba, nella Repubblica dominicana, in Paraguay e in Argentina. 
Fidel Castro avrebbe una piantagione privata dalla quale "pizzicare" la medicina taumaturgica, tanto che alcune fonti parlano del suo apparire pieno di vitalità nonostante, a 89 anni, abbia subito diversi interventi all'intestino per un presunto, ma smentito, cancro allo stomaco. Sono proprio le foglie di questa pianta ad essere miracolose, considerate un elisir di lunga vita. "moringa, originaria dell'India, è l'unica pianta che ha ogni tipo di amminoacido. Con una corretta gestione, la produzione della foglia verde può superare 300 tonnellate per ettaro in un anno. Ha decine di proprietà medicinali", ha detto Fidel. "I suoi effetti sul sistema digestivo sono molto buoni, come con tutte le piante, oltre alle sue elevate qualità di proteine, ma non si dovrebbero superare i 30 grammi al giorno. So che alcuni ne consumano più in forma di tè, o in polvere, con ottimi risultati grazie anche alle sue qualità sedative che sono utili per il riposo", ha detto il leader cubano, che pensa possa essere decisiva anche nella lotta alla denutrizione. 
 
Cuba sta investendo pesantemente in moringa, con acri e acri piantati e una cooperazione con la Cina attraverso strutture di ricerca nello Yunnan oltre che a L'Avana. "Campioni di semi di diverse varietà sono state fornite agli istituti di ricerca agricola nel nostro Paese. Ci sarà presto modo di conoscere meglio il potenziale di questa pianta". L'istituto di biotecnologia cubano, famoso per la sua ricerca nel campo dell'innovazione medica, ha sviluppato altri vaccini anti-cancro che potrebbero presto diventare disponibili negli Stati Uniti dopo la revoca dell'embargo

FONTE: repubblica.it
  

martedì 26 gennaio 2016

Curarsi a rate: italiani indebitati per medicine, esami e interventi

Chiedere un prestito per operazioni, cure odontoiatriche  e farmaci è un fenomeno in crescita,  anche  per le lunghe  lista d’ attesa  nei  servizi  pubblici.  In  molti lo  fanno anche per  la  chirurgia estetica, ma qualcuno si  indebita per  cure oncologiche o per l’epatite C che il Servizio sanitario non può rimborsare a tutti
Un prestito di 10 mila euro da rimborsare in quarantotto mesi, per pagare un intervento chirurgico in una struttura privata o la parcella del dentista, può costare, per esempio, 11.523 euro, rimborsabili con rate mensili di 239 euro, oppure 11.628 con rate da 242 euro, a seconda delle diverse fonti di finanziamento. Se il tempo del rimborso si accorcia a 24 mesi, anche la cifra totale da restituire può scendere a poco più di 10.700 euro, ma la rata da versare ogni mese si alza fino a 450 euro circa. Che ne valga la pena o meno, lo giudicherà ciascuno in base alle proprie necessità e alle proprie tasche. Per avere i conti, del resto, basta usare uno dei tanti simulatori online (molti non chiedono dati anagrafici) proposti dalle società di intermediazione creditizia.

L’identikit di chi chiede il prestito

C’è solo l’imbarazzo della scelta: si va su internet e alla voce «prestiti per spese mediche» o anche solo »prestiti» (allora la finalità «medica» si troverà tra altre voci: arredamento, viaggi e vacanze, matrimonio, camper…) e si scoprono finanziamenti offerti da banche o da finanziarie. Ma prestiti vengono proposti anche dagli istituti bancari agli sportelli, dall’Inps per i pensionati, da Posteitaliane, nonché da strutture sanitarie private, dalle «catene» di centri di cure dentali e da singoli medici ai loro pazienti, attraverso convenzioni con finanziarie. Il fenomeno dell’indebitamento per curarsi è in aumento. Secondo dati raccolti da Facile.it in collaborazione con Prestiti.it (società di mediazione del credito), delle 20 mila richieste di prestito personale giunte da giugno a novembre 2015 solo a questi portali quasi il 4% aveva come finalità dichiarate le «spese mediche». Gli esperti di queste società hanno stimato che nello stesso periodo siano stati erogati in totale in Italia a sostegno di prestazioni sanitarie 28 mila prestiti, per un ammontare complessivo di 340 mila euro. L’analisi delle domande giunte ai due comparatori indica che la cifra media richiesta per un prestito personale di questo tipo è 6.600 euro; 44 anni l’età media del richiedente. Nel 2013 la stessa fonte, scandagliando 30 mila domande per tutte le possibili finalità, rilevava che i finanziamenti per spese mediche erano l’1%.

Chirurgia estetica, dentista e cure oncologiche

Ma per quali necessità in particolare? Stando alle analisi, non pochi si indebitano per operazioni di chirurgia estetica (vai poi a sapere se per motivi funzionali, o solo per togliersi le borse sotto gli occhi…), ma molti cercano un prestito per pagare cure odontoiatriche, per affrontare lunghe terapie, o un intervento chirurgico in una struttura privata. Lo conferma un’indagine di Altroconsumo dell’ottobre 2015: su 1.680 italiani (età 25-74 anni) interpellati con un questionario, il 13% ha dichiarato di aver chiesto un prestito in banca per pagare prestazioni sanitarie. E quanto testimoniano, ad esempio, due segnalazioni giunte al PIT Salute (Progetto Integrato di Tutela) del Tribunale dei diritti del malato-Cittadinanzattiva. Dalla Liguria: «Mia madre, che ha più di 70 anni, deve essere sottoposta ad un’operazione, con una certa urgenza a detta del chirurgo. È già in lista d’attesa da mesi nel Servizio sanitario, così ora stiamo pensando di rivolgerci a una clinica privata, ma per pagarla chiederemo un prestito». E dalla Sicilia: «Sono un paziente oncologico, da tempo uso un farmaco che mi consente di sopravvivere. Fino a qualche mese fa era passato dal Servizio sanitario, ora è diventato a pagamento e costa molto. Impossibile comprarlo per me che prendo 800 euro al mese di pensione. Chiederò un prestito, ma lo concederanno a un malato di 78 anni?».

33 miliardi spesi per la sanità privata

«Non stupisce che aumenti la domanda di credito per cure mediche — commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale dei diritti del malato- Cittadinanzattiva —. La spesa sanitaria privata è a livelli importanti (33 miliardi nel 2014, secondo l’indagine Censis-RBM Salute, di giugno 2015; il 2% in più rispetto all’anno precedente, ndr) e la prospettiva è ancora più preoccupante, perché si comprimono le risorse economiche della Sanità pubblica e scarseggiano le politiche per migliorare l’accesso ai servizi». I conti sono presto fatti:«Per effetto anche dell’ultima Legge di stabilità — sottolinea Aceti —, possiamo contare su 7 miliardi di euro in meno rispetto a quanto era stato previsto dal Patto per la salute per la Sanità nel 2015-2016. Inoltre, lo Stato chiede alle Regioni un contributo alla finanza pubblica per circa 15 miliardi attraverso la riduzione della spesa nel periodo 2017-2019, e ciò potrà avvenire anche mettendo mano, ancora una volta, alle risorse del Servizio sanitario».

FONTE: Cristina D’Amico (corriere.it)

lunedì 25 gennaio 2016

Tumore orofaringeo, il sesso orale

 
Uno studio americano quantifica le maggiori possibilità di esporsi a un rischio tumorale attraverso questa pratica. Protagonista dell’analisi statistica il noto papilloma virus
 
Nel mondo ogni anno 500mila persone subiscono una diagnosi di tumore al cavo orale, ma la percentuale è in netto aumento. Tra le categorie a rischio non ci sono solo accaniti fumatori e bevitori, ma anche coloro che hanno rapporti orali. Il sesso orale viene infatti chiamato in causa da questo ennesimo studio che ne mette in luce i rischi, quantificando con precisione e per la prima volta i pericoli a cui espone. 
 
Percentuali precise
 
Da tempo è noto che i rapporti orali contribuiscono ad aumentare il rischio di tumore, ma l’ultima ricerca in questa direzione, promossa dall’Albert Einstein College of Medicine di New York e pubblicata su Jama Oncology, quantifica direttamente questo legame, chiamando in causa il papilloma virus (HPV), responsabile di una larga parte dei tumori orofaringei. La ricerca parla delle maggiori possibilità di ammalarsi di cancro attraverso questa pratica sessuale che sostanzialmente costituirebbe una sorta di autostrada per il virus, trasportandolo dall’utero alla bocca. La bocca, a livello cellulare, è infatti molto simile alla vagina e alla cervice e tutte e tre presentano mucose con una struttura che costituisce il target ideale di due tipi di HPV, il 16 e il 18. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha infatti confermato l’evidenza oncogena per 12 tipi di HPV e si stima in particolare che HPV 16 e HPV 18 siano responsabili di oltre il 70 per cento dei casi tumorali. Lo studio americano è il primo a dimostrare che la presenza del papilloma virus nel cavo orale porta allo sviluppo del tumore orofaringeo e sostiene che il rischio di sviluppare un tumore è 22 volte superiore per chi ha questo virus rispetto a chi non lo ha.
Papilloma virus
 
L’infezione da papilloma virus (HPV) gioca un ruolo cruciale nello sviluppo del tumore della cervice uterina e oggi si ritiene che svolga un ruolo importante anche nell’eziopatogenesi dei tumori del cavo orale e dell’orofaringe. Attualmente rappresenta la causa di circa il 35 per cento dei tumori dell’orofaringe in Italia, con un costante incremento. Negli Stati Uniti la situazione è ben peggiore e sta raggiungendo livelli endemici (70 per cento dei tumori dell’orofaringe). Il gruppo di virus conosciuto come HPV trova un ambiente fertile nelle membrane umide, tra cui il collo dell’utero, la bocca e la gola, e a rischio sono chiaramente anche gli uomini. Le neoplasie del cavo orale colpiscono dunque particolari categorie e in questa ottica è più che mai fondamentale una capillare opera di sensibilizzazione.
 
FONTE: Emanuela di Pasqua (corriere.it)

sabato 23 gennaio 2016

Test genetico in gravidanza, italiano il più efficace al mondo

Test genetico in gravidanza, italiano il più efficace al mondo
Validato con 600 mila test (contro i 35 mila di altri progetti), l'esame sul sangue materno consente di identificare diverse eventuali anomalie cromosomiche del feto con percentuali di sensibilità superiori al 99%. E può essere fatto già dalla decima settimana di gestazione

Si chiama G-Test ed è interamente made in Italy lo screening prenatale che permette di identificare diverse anomalie cromosomiche di cui potrebbe essere portatore il feto. Il test è stato messo a punto dai ricercatori del Bioscience Genomics, Spin Off dell’Università di Roma Tor Vergata, ed è stato validato con oltre 600mila test (di cui quasi 150mila pubblicati su importanti riviste internazionali) rispetto ai 35mila di altri progetti. E anche se non è il primo né l’unico sul sangue materno, viene considerato il migliore per sensibilità e accuratezza del risultato.

Massima sensibilità - Questo test - che al momento non è offerto dal Servizio sanitario nazionale ed ha un costo di 750 euro - presenta la più alta percentuale di sensibilità per lo screening della Trisomia 21 (99,17%) e della Trisomia 13 (100%) e la minor percentuale di falsi positivi (0,05% e 0,04%). Inoltre include automaticamente l’analisi delle aneuploidie dei cromosomi sessuali, delle Trisomie 9, 16 e 22 e di 9 sindromi da delezione, anomalie caratterizzate dall’assenza di un tratto di cromosoma e quindi dei geni localizzati sul frammento mancante.

Pochi falsi allarmi - "Test infallibili non esistono - spiega Giuseppe Novelli, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata e direttore del Dipartimento di genetica umana - perché c’è sempre un 3% di possibilità che il figlio nasca con gravi disabilità dovuta alla mutazione continua del Dna dei genitori". Ma il G-test ha un valore predittivo negativo maggiore del 99,99%, vale a dire, ad esempio, che se il test indica che un feto non è affetto da Sindrome di Down, questa valutazione risulterà corretta con una probabilità del 99,99%. Grazie anche alla bassissima percentuale di falsi allarmi provocati dai cosiddetti 'falsi positivi', si riduce drasticamente il rischio di far sottoporre gestanti risultate ad alto rischio di avere un figlio Down ad approfondimenti invasivi non necessari, con relativo rischio abortivo.

Quando si può eseguire - Il G-test può essere fatto dalla decima settimana di gestazione. Già a partire da questa data, infatti, si riesce a trovare nel sangue materno una quantità di Dna fetale tale da permettere una analisi attendibile. "Non dimentichiamo che nel giro degli ultimi due anni il numero delle amniocentesi è crollato del 70% - sottolinea Massimo Giovannini, direttore del Dipartimento materno infantile della Asl Roma 3 - e che, a differenza del G-test, l’amniocentesi è possibile solo dopo la 15-18ma settimana". Il G-test, invece, si può fare prima ed inoltre è un'analisi meno invasiva perché si esegue su sangue materno e quindi non comporta alcun rischio per il feto o per la mamma. In caso di risultato di alto rischio, si può richiedere gratuitamente una consulenza genetica e il supporto per l’esecuzione di eventuali test di approfondimento diagnostico.

Test a chilometro zero - Il G-Test può contare anche su un altro vantaggio, cioè quello di essere disponibile in Italia. Il vantaggio di avere i laboratori a Roma non è irrilevante perché i lunghi viaggi oltreoceano, a cui sono sottoposti i campioni inviati negli USA, rappresentano una causa di potenziale insuccesso del test per i rischi connessi alla durata del trasporto e ai possibili sbalzi termici.

FONTE: Irma D'Aria (repubblica.it)

venerdì 22 gennaio 2016

Un fascio di luce per eliminare i microrganismi resistenti

Nanoparticelle attivate solo quando serve permettono di colpire selettivamente alcuni batteri. Un’arma in più per combattere la resistenza agli antibiotici

Oggi il rischio è quello di tornare agli anni bui della medicina quando si poteva morire per un’infezione.La resistenza agli antibiotici causa 25 mila morti l’anno in Europa, cifra che raggiungerà quota 10 mila nel 2050, per un costo di 1,5 miliardi di euro. Da tempo, oltre alla ricerca di nuovi antibiotici, gli scienziati stanno cercando vie alternative per eliminare i batteri super-resistenti. Uno di essi potrebbe essere la luce. In uno studio della University of Colorado, pubblicato dalla rivista Nature Materials, un gruppo di ricercatori ha messo a punto delle nanoparticelle che, attivate con la luce, sono in grado di eliminare selettivamente i microrganismi patogeni resistenti

RESISTENZA AGLI ANTIBIOTICI, UN PROBLEMA MONDIALE
  
Grazie agli antibiotici negli ultimi 70 anni si è potuta abbassare drasticamente la mortalità dovuta alle più svariate infezioni batteriche. Armi molto potenti, che, però, negli ultimi tempi, stanno sempre più perdendo d’efficacia a causa della progressiva selezione di popolazioni di microrganismi resistenti. Ciò è particolarmente dovuto all’inadeguatezza con la quale vengono prescritti. Un vero problema perché quando queste molecole non funzionano più procedure mediche come parti cesarei, interventi chirurgici e trapianti diventano sempre più difficili. 

LA LUCE ATTIVA LE NANOSFERE SOLO QUANDO SERVE 

Accanto al tentativo di sviluppare nuovi farmaci gli scienziati statunitensi si sono concentrati nella ricerca di possibili modelli alternativi di eliminazione dei patogeni. Già in passato precedenti studi hanno dimostrato che nanoparticelle metalliche sono capaci di indurre la morte dei microrganismi. L’unico problema è la scarsa selettività: a morire sono anche le cellule sane circostanti dell’organismo infettato. Partendo da questa evidenza gli autori dello studio hanno cercato di sviluppare una tecnica capace di agire in maniera specifica solo sui microrganismi. 

LA TECNOLOGIA ELIMINA OLTRE IL 90% DEI BATTERI RESISTENTI
  
Per fare ciò sono state sviluppate delle nanosfere capaci di condurre elettricità se stimolate opportunamente. Dalle analisi, per ora svolte in vitro, è emerso che se sottoposte ad un fascio di luce ad una determinata lunghezza d’onda le nanosfere sono in grado di «distruggere» con precisione solo gli agenti patogeni lasciando intatte le cellule circostanti. In particolare è emerso che le nanoparticelle sono state capaci di eliminare il 92% dei batteri resistenti appartenenti al genere Salmonella, Escherichia Coli e Staphylococcus, tra i microrganismi maggiormente implicati nelle resistenze agli antibiotici. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

giovedì 21 gennaio 2016

Sensori biodegradabili nel cranio per controllare i traumi

Creati innovativi dispositivi da impiantare per misurare pressione e temperatura endocranica. Utili ad esempio per monitorare il paziente durante l’anestesia

È un dispositivo wireless biodegradabile posto all’interno del cranio in grado di inviare informazioni sullo stato dei tessuti prima di venire completamente riassorbito. Questo sensore biodegradabile e biocompatibile, innovativa versione dei dispositivi convenzionali in uso, è stato creato da un team di scienziati coreani e statunitensi guidati dal professor John Rogers, docente di ingegneria e scienze dei materiali dell’Università dell’Illinois, e da Wilson Ray, professore di neurochirurgia della Washington University a St. Louis. 

«Si tratta di una nuova classe di impianti elettronici biomedici» ha spiegato il professor Rogers. «Questi tipi di sistemi hanno un grande potenziale in una serie di pratiche cliniche dove i dispositivi terapeutici o di monitoraggio vengono impiantati o ingeriti». 

I nuovi avanzati dispositivi sono costituiti da sensori di pressione e di temperatura (foto 1), piccolissimi integrati su un chip biodegradabile posto sulla superficie del cervello e collegato ad un trasmettitore wireless applicato all’esterno del cranio (foto 2). Il monitoraggio continuo della pressione intracranica è una procedura standard fondamentale, ad esempio, nel trattamento dei traumi cerebrali. 

L’impianto dei sensori multifunzionali – spiegano i ricercatori sulle pagine di Nature - è stato eseguito sui ratti, dove si è visto che possono monitorare le variazioni di temperatura e di pressione intracranica per esempio durante una procedura in anestesia. L’intero dispositivo è configurato in modo tale da dissolversi completamente nel fluido cerebrale (in foto 3) dopo alcune settimane di funzionamento; la sua completa biocompatibilità è stata confermata dalla mancanza di cicatrici intorno al sito dell’impianto. 

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)



mercoledì 20 gennaio 2016

Veicoli più leggeri ed efficienti: arriva il "supermetallo"

Veicoli più leggeri ed efficienti: arriva il "supermetallo"

E' costituito al 14% di nanoparticelle di carburo di silicio e all'86% di magnesio permettendo di ottenere un materiale molto resistente senza perdere la plasticità

RESISTENTE ma ultraleggero: è il nuovo supermetallo che potrà essere usato per costruire veicoli più efficienti e maneggevoli. Sviluppato dai ricercatori della Scuola di ingegneria dell'Università della California a Los Angeles, il materiale è composto da magnesio e nanoparticelle di carburo di silicio. Lo studio è stato descritto sulla rivista Nature e apre nuove prospettive di sviluppo nella costruzione di automobili, aerei e veicoli spaziali più leggeri, motori più efficienti, dispositivi elettronici e biomedici.

Il nuovo materiale è stato ottenuto grazie alla tecnica che permette di disperdere e stabilizzare le nanoparticelle nei metalli fusi, combinata con un metodo di produzione che potrebbe aprire la strada a metalli leggeri con migliori prestazioni. I ricercatori avevano già intuito la capacità delle nanoparticelle di aumentare la forza dei metalli, senza perdere in plasticità, ma finora non erano riusciti a disperdere quelle di ceramica presenti nei metalli fusi. Il nuovo metallo è costituito al 14% di nanoparticelle di carburo di silicio e all'86% di magnesio. I metalli usati per costruire edifici e veicoli sono quelli strutturali e quindi portanti. Il magnesio, che ha solo due terzi della densità dell'alluminio, è il metallo strutturale più leggero che esista. Il carburo di silicio è una ceramica ultradura usata comunemente nelle lame da taglio industriali. I ricercatori hanno inserito
nel magnesio un gran numero di particelle di carburo di silicio, più piccole di 100 nanometri, consentendo di avere un metallo molto resistente e duraturo e che rimane stabile anche alle alte temperature. Il nuovo metallo, secondo i ricercatori, non dovrebbe danneggiare l'ambiente.

FONTE: repubblica.it

lunedì 18 gennaio 2016

I danni dell’ansia sulla nostra salute: fino all’Alzheimer

Studio svedese ha stabilito che il disturbo condiziona alcune funzioni quali la memoria , la capacità critica, il linguaggio. Ma può anche indurre patologie gravi e irreversibili

Può rovinare il presente, ma anche condizionare il futuro. L’ansia quasi mai è amica della salute:riducendo l’efficienza del sistema immunitario, ci espone a un più alto rischio di sviluppare infezioni. Ma non solo. Chi vive costantemente sotto stress è anche a un rischio più alto (del cinquanta per cento) di ammalarsi di una forma di demenza senile, la più diffusa tra le quali è la malattia di Alzheimer. 

IL TEST SUI GEMELLI STUDIATI PER 28 ANNI  

La notizia giunge da uno studio svedese pubblicato sulla rivista Alzheimer’s and Dementia che ha indagato l’evolversi dello stato psicologico di 541 coppie di gemelli, arruolati nel 1984 e osservati per ventotto anni. Studiati attraverso test psicologici ogni tre anni, tutti i soggetti coinvolti nella ricerca sono poi stati sottoposti a un’indagine di screening per valutare la comparsa di una forma di demenza senile nel corso del periodo di osservazione. Da qui è emerso che chi aveva segnalato in maniera autonoma di soffrire di disturbi d’ansia era in realtà risultato più esposto - anche rispetto al proprio gemello, meno ansioso - al rischio di sviluppare una demenz a.  

Un disturbo che comporta la perdita di funzioni intellettive precedentemente acquisite. Come lamemoria, il pensiero astratto, la capacità critica, il linguaggio e l’orientamento spazio-temporale

ALLA BASE DEI RISCHI C’E’ L’AUMENTO DI CORTISOLO? 

Se finora s’era lavorato soprattutto sul presunto legame tra la depressione e la demenza, la nuova ricerca fa luce sui rapporti tra una condizione cronica (l’ansia) e la privazione di alcune capacità fino a quel momento considerate scontate. I ricercatori scandinavi non si sono limitati a prendere atto di quanto osservato, ma hanno anche formulato un’ipotesi in grado di spiegare la possibile correlazione. 

A condizionare la salute cerebrale sarebbe l’aumento del cortisolo, un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali da tempo conosciuto come «ormone dello stress». In condizioni di massima tensione, infatti, la sua secrezione aumenta ed è responsabile di un aumento dei livelli di zuccheri nel sangue. Con più cortisolo in circolo s’è già visto che a rischio è anche la salute cardiovascolare, oltre a risultare aumentato il rischio di ammalarsi di depressione.  

L’ALZHEIMER RIMANE LA FORMA DI DEMENZA PIÙ DIFFUSA  

La forma di demenza più diffusa rimane la malattia di Alzheimer, che in Italia riguarda da vicino 1,2 milioni di persone . Restano ancora diversi gli aspetti della malattia da scoprire. Al momento è molto difficile effettuare una diagnosi precoce: quando la demenza mostra i suoi segni, il decadimento cognitivo è in realtà in corso già da diversi anni. Anche in ambito terapeutico ce n’è di strada da fare. L’ultimo filone di ricerca riguarda l’immunoterapia. Attraverso la somministrazione di un vaccino contenente piccole porzioni della proteina beta-amiloide si punta a indurre una risposta da parte del sistema immunitario in grado di distruggere le placche responsabili (non uniche) della malattia. 

FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it)

domenica 17 gennaio 2016

Un collirio riduce danni alla vista di pazienti con glioma

Frutto di una ricerca degli specialisti del Policlinico Gemelli di Roma

Con un collirio «riparati» parzialmente i danni visivi di pazienti con un tumore che danneggia le vie ottiche (le vie nervose che trasmettono le immagini dalla retina al cervello), il glioma. Il collirio è a base del fattore di crescita NGF, scoperto dal Nobel Montalcini. 
È il risultato di uno studio clinico (pubblicati sulla rivista britannica «Brain») condotto su 18 pazienti di 2-23 anni al Policlinico Gemelli da Antonio Chiaretti, Benedetto Falsini e Riccardo Riccardi, insieme al CNR di Roma. 

«Abbiamo testato efficacia e sicurezza del NGF - spiega Chiaretti - somministrato come collirio attraverso la via congiuntivale». In questo modo NGF penetra direttamente all’interno delle vie ottiche dove può esplicare la sua azione senza determinare alcun effetto collaterale. 

Dieci pazienti hanno ricevuto per 10 giorni 0,5 milligrammi di NGF, 3 volte al giorno, gli altri 8 hanno ricevuto identiche dosi di un placebo. Tutti sono stati valutati prima e dopo il trattamento per l’acuità visiva, il campo visivo, i potenziali visivi evocati (PEV) - esame che valuta la funzionalità del nervo ottico - gli elettroretinogrammi (ERG) - per valutare la funzionalità della retina - e altri test specifici. Tali esami sono stati ripetuti a 15, 30, 90 e 180 giorni dalla fine della terapia. 

I pazienti trattati con NGF hanno mostrato miglioramenti significativi agli esami e un significativo incremento del campo visivo, che ha permesso loro una migliore qualità della vita rendendoli più autonomi nelle normali attività quotidiane. Invece nel gruppo placebo è stata osservata una progressione della patologia con un peggioramento dell’acuita’ visiva. 

«I nostri risultati - afferma Falsini - aprono una nuova strada sul possibile impiego terapeutico del NGF nel trattamento dei gravi deficit visivi indotti dai gliomi delle vie ottiche, incoraggiando la ricerca non solo in questo specifico campo di applicazione, ma anche in altri tipi di lesioni interessanti i meccanismi della visione, quali la retinopatia degenerativa e il glaucoma».  

FONTE: lastampa.it 

sabato 16 gennaio 2016

Metastasi al fegato, ideata da Italiani la terapia genica per sconfiggerle

Lo studio è stato realizzato dal San Raffaele di Milano. La tecnica consiste nello stimolare le cellule immunitarie a produrre interferone. Testata solo su animali da laboratorio

Al momento i dati sono stati ottenuti solo nel topo ma le premesse di successo anche nell’uomo ci sono tutte. Una ricerca tutta italiana, coordinata dal dottor Giovanni Sitia -responsabile dell’Unità di Epatologia Sperimentale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele-, ha identificato un innovativo approccio terapeutico basato su una tecnica di terapia genica in grado di contrastare efficacemente le metastasi al fegato causate da tumori del colon-retto. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Embo Molecular Medicine. 

L’innovativa tecnica messa a punto dai ricercatori italiani, in collaborazione con il professor Luca Guidotti, vice direttore scientifico e capo dell’Unità di Immunopatologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e con il professor Luigi Naldini, direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica, consiste nel modificare geneticamente le cellule del sistema immunitario affinché producano molecole capaci di bloccare la crescita tumorale. 

Le cellule ingegnerizzate –in questo specifico caso i macrofagi- richiamate nei pressi delle metastasi producono interferone che, accumulandosi nel fegato e in particolare nelle zone cancerose, può esercitare la sua funzione anti-tumorale evitando gli effetti tossici della somministrazione sistemica sull’organismo. «Una volta nel fegato, l’interferone agisce sul microambiente epatico, riducendo precocemente la crescita e la colonizzazione metastatica e in seguito favorendo la risposta immunitaria contro le metastasi da colon-retto» spiega Giovanni Stia. 
Le cellule modificate sono state testate in modello animale e i risultati preliminari sono davvero incoraggianti: la produzione di interferone è stata in grado di conferire protezione a lungo termine senza causare apparenti effetti collaterali o incapacità a rispondere adeguatamente a infezioni virali sistemiche. «I nostri risultati forniscono una prova incoraggiante dell’efficacia e sicurezza della strategia nei modelli sperimentali. È ora necessario effettuare ulteriori studi preclinici volti a valutare quali pazienti con metastasi epatiche da tumori del colon-retto possano meglio beneficiare di questa terapia genica e preparare la sperimentazione clinica che potrebbe cominciare tra qualche anno». 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

giovedì 14 gennaio 2016

Iss, stanno per sbocciare i primi fiori in ambiente di microgravità

Iss, stanno per sbocciare i primi fiori in ambiente di microgravità

L'esperimento rientra negli studi sui sistemi biorigenerativi che cercano di verificare la possibilità di produrre autonomamente cibo nello spazio

FIORI freschi sullo spazio. Dopo la lattuga rossa gli astronauti dell'Iss (International Space Station) vedranno sbocciare i primi fiori in ambiente dimicrogravità.  Lo scorso novembre l'astronauta della Nasa Kjell Lindgren ha curato la semina delle zinnie all'interno della serra cosmica. Si tratta del primo esperimento che interessa una pianta da fiore: un'apposita struttura fornisce acqua, sostanze nutrienti e luce alle zinnie che hanno iniziato a crescere e ora sono seguite dagli astronauti Scott Kelly della Nasa e Tim Peake dell'Esa. La crescita delle piante sta avvenendo in modo diverso l'una dall'altra e quindi anche le cure sono personalizzate.

La finalità del progetto è quella di verificare il comportamento delle piante da fiore in condizioni di microgravità e per studiare le modalità di conservazione dei semi in orbita. Inoltre questo test anticipa la coltivazione di altri frutti e ortaggi come i pomodori che dovrebbero sbocciare in orbita nel 2017. L'esperimento rientra negli studi sui sistemi biorigenerativi che cercano di verificare la possibilità di produrre autonomamente cibo nello spazio, fondamentale per viaggi e lunghe permanenze in orbita. L'Asi (Agenzia Spaziale Italiana), è attiva da tempo in questo ambito con un ruolo centrale grazie al coordinamento nazionale Ibis (Italian Bio-Regenerative Systems).

Le zinnie sono il secondo risultato della Facility Veggie (Vegetable Production System), realizzata dall'azienda americana Orbital Technologies che già aveva prodotto, lo scorso 10 agosto, verdura fresca come la lattuga rossa romana.

FONTE: repubblica.it

mercoledì 13 gennaio 2016

Un tweet sulla scoperta delle onde gravitazionali, scienziati in fibrillazione

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Il Guardian riprende un lancio su Twitter di un cosmologo americano a proposito delle debolissime "vibrazioni" dello spazio tempo previste da Einstein

IL TWEET di un cosmologo dell'Arizona, ripreso dal quotidiano britannico The Guardian, parla di rumor sulla scoperta delle onde gravitazionali, le debolissime "vibrazioni" dello spazio tempo previste un secolo fa dalla teoria della relatività di Albert Einstein. Voci di una possibile scoperta, mai confermate, si stanno ripetendo da tempo e forse sono destinate ad aumentare, considerando che la scoperta delle onde gravitazionali è stata indicata dalle riviste Science Nature come una delle più attese nel 2016.

Il tweet di Lawrence Krauss, cosmologo dell'università dell' Arizona, saggista e giornalista, si riferisce all'esperimento internazionale Ligo: "le mie prime indiscrezioni su Ligo sono state confermata da fonti indipendenti. Rimanete sintonizzati! Le onde gravitazionali potrebbero essere state scoperte!! Emozionante". Raggiunto però dai giornalisti del Guardian, Krauss è stato più prudente spiegando: "Non so se le indiscrezioni siano solide. Se non dovessi più sentire nulla nei prossimi due mesi allora capirò che sono false".

FONTE: repubblica.it

martedì 12 gennaio 2016

Leucemia, dimezzati i rischi post trapianto: un'italiana ha elaborato la terapia rivoluzionaria


Trapianto del midollo osseo

Nella lotta contro la leucemia, la ricerca parla sempre di più italiano. Lo fa attraverso la voce di una dottoressa del Policnico bolognese Sant’Orsola Malpighi, Francesca Bonifazi, segnalata dal prestigioso giornale New England journal of Medicine per uno studio rivoluzionario.  E’ stata lei, trapiantologia di 46 anni e mamma di tre bambini, insieme ad altri due colleghi, uno spagnolo e uno tedesco, a mettere a punto un nuovo metodo terapeutico che può evitare un grosso problema per i pazienti che combattono contro questa malattia. Ovvero il rischio di complicanze gravi che spesso si presentano dopo i trapianti di midollo osseo. Il metodo si chiama `Graft versus host disease´ (Gvhd) e significa letteralmente lotta contro la patologia dell’ospite e ha già ottenuto grossi risultati.  La mortalità post-trapianto  è infatti scesa dal 68% al 32%.

Nello studio di portata internazionale i tre scienziati, con la Bonifazi in testa, hanno evidenziato un’ipotesi di grande impatto clinico. Ovvero che l’aggiunta di un siero contro i linfociti (detto Atg) al regime standard di preparazione al trapianto  riesca a ridurre in maniera concreta la possibilità di temibili complicanze. Soprattutto senza che questa modifica influenzi in alcun modo l’efficacia dell’operazione o ne pregiudichi i risultati.

La ricerca ha preso in esame 161 pazienti con leucemia acuta che avevano utilizzato questo metodo  prima del trapianto da cellule staminali emopoietiche da cellule staminali periferiche. Rimanendo in osservazione per un lasso di tempo di due anni, si è dimostrata la diminuzione delle complicanze che si sono quasi dimezzate. Insieme all’aumento della speranza nel futuro per tanti malati.

FONTE: salute.ilmessaggero.it

lunedì 11 gennaio 2016

Le bende del futuro saranno di gel e rilasceranno i farmaci solo quando servono

Messo a punto dagli scienziati del MIT il dispositivo funziona attraverso dei sensori incorporati e si adatta a qualsiasi parte del corpo

Come saranno le bende e i cerotti di domani? Scordatevi quelli attuali, il futuro è hi-tech. A lavorarci sono moltissimi gruppo di ricerca: se da un lato sono già stati inventati cerotti in grado di accelerare la guarigione e di segnalare l’eventuale presenza di microrganismi dannosi per la ferita, dall’altro gli scienziati sono all’opera nel tentativo di sviluppare delle vere e proprie bende capaci dirilasciare farmaci solo quando serve. Un esempio è il prototipo di benda ad idrogel messo a punto dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston. A loro va il merito di averne creata una capace di rilasciare molecole terapeutiche in base al cambio di temperatura corporea. I risultati dello studio sono stati pubblicati dalla rivista Advanced Materials

Come spiega l’ingegner Xuanhe Zhao, uno dei “padri” della tecnologia, «ciò che è elettronico è solitamente duro e secco. Esattamente il contrario di ciò che è il corpo umano. Ecco perché se si vuole mettere in stretto contatto il nostro corpo con device in grado di monitorarne i parametri è importante rendere questi dispositivi facilmente adattabili al corpo umano. Ciò è possibile grazie all’idrogel». Partendo da questa idea lo scienziato ha sviluppato una benda elastica, composta principalmente da acqua, capace di adattarsi alla perfezione in qualsiasi zona del corpo. 

All’interno del gel gli scienziati hanno incorporato sia una serie di circuiti elettrici e di sensori sia dei “serbatoi” contenenti diversi farmaci. Così facendo, al cambiare della temperatura, la benda hi-tech è capace di rilasciare la quantità giusta di farmaco solo dove e quando serve. Sperimentata sulla cute secondo i ricercatori questa tecnologia potrà essere adottata anche all’interno del corpo. Ma attenzione perché le novità non finiscono qui: sulla superficie della benda sono stati posti dei LED capaci di segnalare alla persona che indossa il presidio quando il farmaco si sta esaurendo. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

sabato 9 gennaio 2016

Scoperti i "neuroni della musica"

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Scoperto per la prima volta un gruppo di neuroni che si attiva selettivamente all'ascolto della musica e delle note.

La musica non si ascolta solo con le orecchie, ma anche con il cervello. Secondo uno studio americano c'è un gruppo di neuroni che rispondono solo alle note, contraddicendo la teoria per cui l'apprezzamento musicale è una semplice "ricaduta" della capacità di ascoltare altri suoni, come le conversazioni.

Gli scienziati hanno sottoposto 10 volontari a 165 suoni diversi (ad esempio parti di discorso, frammenti di musica, rumore di passi, motore dell'auto, squillo del telefono), scoprendo che nella corteccia uditiva esiste un "set'" di neuroni che si accendono e inviano i propri impulsi solo in presenza di musica. Gli scienziati hanno analizzato l'attività cerebrale con la risonanza magnetica funzionale, trovando una sorta di 'carillon' cerebale: un'area che si è evoluta in modo specifico per apprezzare una melodia o un ritmo. I risultati dello studio sono stati pubblicati su "Neuron".

MI ACCENDO CON LA MUSICA. «Abbiamo trovato un gruppo di cellule nervose del cervello umano che rispondo in modo selettivo alla musica - spiega Josh McDermott del Mit - L'esperimento ha mostrato anche un gruppo che si attiva solo in presenza di conversazioni. In entrambi i casi la risposta neurale è stata più forte quando le persone ascoltavano la musica o le conversazioni, e più debole per tutti gli altri suoni che abbiamo testato».

I 2 gruppi di neuroni si trovano in diverse parti della corteccia uditiva, "suggerendo l'esistenza di percorsi separati nel cervello per l'analisi della musica e della parola". In passato i ricercatori pensavano che apprezzare la musica fosse un effetto collaterale del decifrare altri suoni complessi, come il discorso, ricorda l''Independent' che ha ripreso lo studio. Il nuovo lavoro suggerisce invece che la musica può anche aver avuto un ruolo nello sviluppo del cervello umano.

NATI PER LA MUSICA? Analizzando le immagini ottenute dagli scanner celebrali, gli scienziati hanno identificato 6 gruppi di neuroni che si attivano in modo selettivo. Uno di questi lo fa per la musica. Resta da chiarire se le persone nascono con neuroni "musicali" o se le cellule nervose acquisiscono un gusto per la musica durante lo sviluppo infantile.

Per McDermott «è possibile che emergano nel corso dello sviluppo, in risposta alla massiccia esposizione alla musica che la maggior parte di noi ha durante la vita. Un modo per affrontare la questione - continua il ricercatore - sarebbe verificare se sono presenti risposte simili nel cervello dei bambini, cosa che non abbiamo ancora fatto».

Inoltre non è chiaro se questi neuroni "musicofili" possano spiegare le differenze nella capacità musicale, che sembra coinvolgere i geni e l'educazione. «Nessuno dei partecipanti al nostro esperimento ha studiato musica e non abbiamo fatto valutare la loro abilità musicale - precisa McDermott - Il prossimo passo è quello di ripetere l'esperimento sui musicisti, per vedere se la loro selettività neuronale differisce in qualche modo da quella non addetti ai lavori».

«Il fatto che sembra esistere una popolazione neuronale che risponde in modo altamente selettivo alla musica è un'indicazione dell'importanza delle note per gli esseri umani, ma non dice nulla sulle origini evolutive della musica. Detto questo - conclude lo studioso - ora possiamo indagare se le risposte selettive sono presenti fin dalla nascita e in culture che hanno tradizioni musicali divergenti».

FONTE: focus.it