domenica 28 febbraio 2016

Fungo killer degli ospedali: scoperto un antidoto anche da team italiani

(Getty Images)
Una molecola contro la Candida glabrata, che uccide 4 pazienti su 10, specie se l’infezione viene presa in reparto da anziani o soggetti immunodepressi. A tutt’oggi era diventata resistente alle terapie comunemente utilizzate

Avete presente i famigerati funghi killer? Sono quelli che possono causare gravi infezioni che spesso portano a morte, soprattutto se a prenderli sono persone anziane o immunodepresse: un problema grave in molti ospedali, anche perché spesso sono diventati resistenti alle terapie oggi disponibili. Ebbene è stato scoperto un potenziale “antidoto” contro uno di essi, la Candida glabrata, responsabile di gravi infezioni con esito fatale nel 40% dei casi. La molecola è stata sperimentata con successo dai ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico A. Gemelli di Roma, insieme a colleghi della Harvard University di Boston e del Policlinico Universitario di Losanna.

Le infezioni simili gravi minacce sanitarie

La sostanza è stata battezzata come «iKix1» e isolata da una libreria di 140 mila molecole. La scoperta è stata resa nota sulla rivista Nature. Le infezioni da Candida glabrata  colpiscono soprattutto pazienti immunodepressi, sottoposti a importanti interventi chirurgici e anziani. Si  sviluppano  come malattie  che vanno  ad  interessare  tutto l’ organismo,  coinvolgendo i diversi   organi  e   tessuti,  e   hanno   una  mortalità   in  4   pazienti   su   10.   Non   a   caso l’ Organizzazione  Mondiale  della  Sanità  ha considerato  le infezioni da lieviti  resistenti  ai farmaci una delle minacce crescenti in ambito sanitario. L’elevata mortalità é legata non solo alla  virulenza  del   fungo,  ma   soprattutto  alla   sua  particolare  propensione   a  diventare resistente agli “azoli”, i farmaci antifungini più comunemente usati.

I passi successivi

In particolare il gruppo di ricerca della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica ha condotto tutti gli esperimenti nei modelli in vivo di infezione e trattamento. «Senza questi esperimenti il lavoro non sarebbe stato pubblicato- sottolinea il professor Sanguinetti- . Abbiamo infettato gli animali con diversi ceppi di Candida glabrata (sensibili e resistenti agli azoli) poi abbiamo curato l’infezione sia con farmaci convenzionali (fluconazolo), con iKix1 e con combinazioni di questi a diversi dosaggi». Si e’ visto che iKix1 era in grado di neutralizzare la resistenza ai farmaci e di rendere il fungo meno virulento, riducendo significativamente la gravità delle patologie. «Al momento stiamo continuando a collaborare con i gruppi di ricerca di Harvard e di Losanna per l’estensione dello studio ad altri patogeni fungini. In ogni caso l’interesse della ricerca é legato al fatto che si introduce una nuova strategia terapeutica avente come bersaglio non la vitalità del fungo patogeno, ma la sua sensibilità ai farmaci e la sua virulenza», conclude il professor Sanguinetti. I prossimi passi saranno testare iKix1 su pazienti per verificarne la sicurezza e la tollerabilità e in seguito l’efficacia nel ripristinare la sensibilità del patogeno ai farmaci azoli, conclude l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

FONTE: corriere.it

I passi successivi


sabato 27 febbraio 2016

1° marzo: arriva la ricetta elettronica, valida in tutte le regioni d'Italia

Un esempio della nuova ricetta

Il paziente potrà ricevere in ogni farmacia la medicina di cui ha bisogno pagando il ticket che pagherebbe nella regione di provenienza (che magari è diverso)

Primo marzo, parte ufficialmente la ricetta nazionale elettronica. Valida in tutte le farmacie italiane, non più regionale. Esempio: se un medico di famiglia di Roma prescrive un farmaco rimborsabile, lo farà elettronicamente sul computer o tablet e darà al paziente un tagliandino. Consegnandolo assieme alla tessera sanitaria in una qualsiasi farmacia italiana, dunque non solo nel Lazio, il paziente riceverà la medicina di cui ha bisogno pagando il ticket che pagherebbe nella regione di provenienza che magari è diverso. Il sistema della ricetta rossa digitale scatta in modo completo a livello nazionale martedì.

Come funziona

In realtà già oggi le farmacie e i medici di famiglia sono informatizzati, tranne che in certe realtà (in ritardo ad esempio la Calabria). «Un bel passo avanti – accoglie la rivoluzione Annarosa Racca, presidente dell’associazione Federfarma che rappresenta la maggior parte dei farmacisti italiani – . Un vantaggio per noi, per i cittadini e i medici. La carta non sparisce. La ricetta rossa tradizionale mantiene la sua validità ma è destinata a tramontare». L’operazione è partita con un decreto di tre anni fa sulla digitalizzazione. Ci è voluto del tempo perché tutti gli attori si preparassero al cambiamento. Oltre a garantire la tracciabilità delle prescrizioni, il nuovo corso determinerà notevoli risparmi per la Sanità sul costo della carta, vidimazione dei blocchetti rossi, spedizione alle Asl. Un’agevolazione per il paziente che potrà essere riconosciuto dal sistema informatico con un codice corrispondente alla prescrizione consegnata dal medico, ovunque si trovi. Il bigliettino da consegnare al farmacista non ci sarà più quando il sistema avrà ingranato.

Perplessità dei medici

I medici di famiglia della sigla Fimmg vedono però un appesantimento del lavoro. Secondo Giacomo Milillo, uno dei leader della federazione, c’è il rovescio della medaglia: «Qualcuno ha confuso gli studi medici con gli uffici dei centri anagrafici, vista la mole di dati che ci troveremo a maneggiare». Si riferisce anche al contestato decreto sull’appropriatezza, cioè sui limiti imposti a livello nazionale per evitare prescrizioni inutili, circa 200 tra visite specialistiche, esami diagnostici e analisi sottoposti a note di contenimento. Da questa fase di avvio della ricetta nazionale sono esclusi però alcuni farmaci, come gli stupefacenti, l’ossigeno, i medicinali che possono essere ritirati solo in base a un piano terapeutico stabilito da un centro specialistico.

FONTE: Margherita De Bac (corriere.it)

giovedì 25 febbraio 2016

Primo cuore artificiale magnetico impiantato su un minorenne

L’operazione al Bambin Gesù di Roma. Prima volta al mondo su un paziente «pediatrico». La ragazza, una sedicenne, era affetta da una miocardiopatia dilatativa severa

Un nuovo cuore artificiale magnetico è stato impiantato con successo per la prima volta al mondo in un paziente pediatrico, una ragazza di 16 anni che rischiava la morte improvvisa in attesa di un organo compatibile. L’operazione è stata eseguita all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. L’intervento è stato eseguito come soluzione ponte (cioè in attesa di un cuore per il trapianto) il 7 gennaio scorso su una ragazza di 16 anni che soffriva di miocardiopatia dilatativa severa. Dopo 4 giorni si è reso disponibile un cuore compatibile e la paziente è stata trapiantata l’11 gennaio. 

Il nuovo dispositivo meccanico si chiama Heart Mate 3. Impedisce l’attrito delle parti meccaniche tra di loro, prevenendo così l’usura del dispositivo. L’Ospedale ha realizzato il primo impianto di cuore artificiale nel 2002. Da allora sono stati impiantati oltre 60 cuori artificiali.  

L’operazione è stata eseguita da un’equipe mista del Dipartimento medico chirurgico di cardiologia pediatrica, diretta dal dottor Antonio Amodeo, responsabile ECMO e assistenza meccanica cardiorespiratoria. 

La caratteristica di questo nuovo dispositivo consiste in una pompa centrifuga a levitazione magnetica che consente di eliminare l’attrito tra le parti meccaniche e il sangue e quello delle parti meccaniche tra di loro riducendo sensibilmente gli eventi avversi. 

Il nuovo dispositivo, Heart Mate 3, negli Stati Uniti è ancora sottoposto al trial clinico mentre in Europa ha ottenuto il marchio CE nell’ottobre del 2015 ed è stato impiantato da allora solo su popolazione adulta. 

Alla luce degli ottimi risultati ottenuti nella sperimentazione europea, l’equipe del Bambino Gesù ha deciso di chiedere il permesso alla casa produttrice, la St. Jude Medical, di utilizzare questo modello per la prima volta al mondo su un paziente pediatrico. Su 50 pazienti adulti trapiantati non si sono registrati eventi avversi (trombosi, emolisi o malfunzionamenti meccanici) che sono tra le cause principali di morte. La giovane operata, ha detto il dottor Amodeo, sta bene ed è già stata dimessa dall’Ospedale. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 24 febbraio 2016

Il primo nano-satellite Made in Italy

Un rendering del nano-satellite ArgoMoon

Costruito a Torino sarà lanciato nello spazio con lo «Space Launch System» della Nasa La coordinatrice del progetto: «Volerà intorno alla Luna. La missione alla fine del 2018»

«Sarà il primo nano-satellite a volare lontano nello spazio, addirittura intorno alla Luna, e lo costruiremo noi, in Italia». Anna Frosi è emozionata a raccontare la nascita di un’impresa nella quale si trova protagonista di una missione storica per l’America, l’Exploration Mission EM-1. Alla fine del 2018 partirà per il suo primo volo il nuovo razzo «Space Launch System» che la Nasa sta realizzando per volare in futuro con gli astronauti su un asteroide e poi verso Marte. È il più grande e potente mai concepito e nella sua spedizione d’esordio collauderà anche la capsula Orion, senza uomini a bordo in questo caso. Una volta circumnavigata la Luna rientrerà, quindi, sulla Terra. Ma prima che Orion si eclissi dietro la «pallida Selene» entrerà in scena l’Italia. «Il nostro ArgoMoon, come è stato battezzato — racconta la coordinatrice del progetto — si separerà dal vettore e inizierà a fotografarlo assieme agli altri 12 nano-satelliti nati negli Stati Uniti e in altri Paesi e che via via verranno liberati nello spazio».

Una donna ingegnere ai comandi

Anna, 27 anni, milanese, nel dicembre 2013 è uscita dal Politecnico di Milano ingegnere spaziale. Dopo una meritata vacanza ha mandato il suo curriculum alla piccola società (una ventina di ingegneri) Argotec di Torino, da poco creata, ma con la determinazione di cercare vie produttive nello spazio partendo dalla ricerca. A febbraio era già al lavoro e iniziava a macinare risultati. Nei mesi scorsi ha completato un sistema innovativo che a breve volerà sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) . È uno scambiatore di calore che si potrà applicare nelle caldaie dei nostri condomini migliorandone l’efficacia. Ora la selezione di ArgoMoon, prima da parte dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) che coordina la missione — il responsabile è Gabriele Mascetti, capo dell’Unità volo umano e microgravità — e poi da parte dell’Agenzia spaziale europea (Esa) . Infine la scelta della Nasa che fa volare i sogni. ArgoMoon rappresenterà addirittura l’Europa.

Inseguendo il fascino delle stelle

Spiega Anna Frosi: «Tutte le tecnologie saranno sviluppate in Italia, tranne alcune parti come i minuscoli propulsori e le ottiche delle due camere. Ma il sistema in cui queste saranno inserite sarà tutto nazionale». E ancora: «Ho sempre guardato all’ingegneria perché dava risposte concrete alle mie curiosità e nello spazio trovo il modo più completo per soddisfare i miei interessi. Non sono mai stata attratta dalla fantascienza ma guardavo le stelle fin da bambina ed ero soggiogata dal fascino che mi trasmettevano, dalle domande che mi spingevano a pormi».

Grande come una scatola di scarpe

Nel 2018 gli occhi elettronici del nano-satellite, grande come una scatola di scarpe (30 per 20 per dieci centimetri), riprenderanno la Terra da lontano e i profili deserti della Luna. «La Luna – continua — mi attrae perché la vediamo davanti noi, possiamo raggiungerla con le nuove tecnologie che ora possediamo imparando così a compiere il grande balzo verso Marte che resta, però, ancora lontano per le nostre capacità». Quando esce dalle camere bianche di Argotec Anna si tuffa nella letteratura. «Amo Delitto e Castigo perché è una magnifica introspezione psicologica e tra l’esplorazione dell’uomo e dello spazio trovo una sintonia».

Verso l’orbita della Luna

ArgoMoon nasce per ruotare intorno alla Luna per qualche anno, grazie alle idee del gruppetto di una decina di ingegneri (età media 28-29 anni) ora indaffarati a realizzare il progetto. «La ricerca è sempre stata l’anima dei nostri progetti — sottolinea David Avino, fondatore della società torinese proiettata nel cosmo —. Cercando sempre delle prospettive di applicazioni terrestri». Così l’azienda ha creato alcuni cibi usati sulla Iss da Luca Parmitano, Paolo Nespoli e Samantha Cristoforetti e in seguito commercializzati sulla Terra; poi ha costruito la prima macchina da caffè portata sulla base orbitale usando miscele Lavazza. E ora da Torino si proietta sulla Luna. «Ma è solo una tappa intermedia», ricorda Anna Frosi sorridendo.

FONTE: Giovanni Caprara (corriere.it)
Inseguendo il fascino delle stelGrande come una scatola di scarpe

martedì 23 febbraio 2016

L'anello «medicato» da 5 dollari che protegge le donne dall'Aids

L’utilizzo di questo dispositivo riduce il tasso di infezione del 30% ed è più efficace nelle meno giovani rispetto alle più giovani. Nel mondo 37 milioni di persone infettate

La scelta la può fare la donna, senza nemmeno informare il partner. E la scelta è quella di usare un anello vaginale, capace di proteggerla, se non completamente ma almeno in parte, da un’infezione da Hiv. Tanto più se il partner non ne vuole sapere di preservativi o di microbicìdi vaginali (che la donna dovrebbe usare prima di ogni rapporto). Parliamo di un mezzo di prevenzione (l’anello vaginale, appunto) che si sta dimostrando efficace soprattutto nell’Africa Sub-sahariana dove l’infezione è ancora molto diffusa. Niente a che fare con i «condom al femminile» tanto propagandati nei tempi passati, ma difficilissimi da usare. 

Antivirali e silicone

L’anello è di silicone, è impregnato con un farmaco antivirale, la dapivirina (farmacologicamente parlando si tratta, tecnicamente, di un inibitore della trascrittasi inversa non nucleosidico, un enzima che blocca il virus Hiv, impedendone la moltiplicazione nelle cellule umane, che viene rilasciato lentamente e crea una barriera contro il virus). Il dispositivo si usa facilmente e la sua azione dura un mese circa, dopo di che deve essere cambiato. I due studi, presentati a Boston in occasione del Croi (Conference on retrovirus and opportunistic infections) e pubblicati in contemporanea sulla rivista New England Journal of Medicine, hanno coinvolto più di 4500 donne e hanno dimostrato che l’utilizzo di questo dispositivo riduce il tasso di infezione del 30 per cento circa, con percentuali diverse a seconda dell’età delle donne: più efficace nelle meno giovani rispetto alle più giovani (ma qui intervengono comportamenti sessuali diversi che meriterebbero un’analisi più approfondita). 

L’anello vaginale costa 5 dollari

«Speriamo di aver trovato un sistema per proteggere davvero le donne dall’Aids – ha commentato Jared Baeten dell’University of Washington a Seattle che ha coordinato uno dei due studi chiamato Aspire. – Ma mi sento di affermare che sono davvero ottimista per il futuro». Attualmente almeno 37 milioni di persone in tutto il mondo sono infettate con l’Hiv, e più della metà sono donne. E la maggioranza di queste persone vivono proprio nell’Africa sub-sahariana. Trovare un sistema efficace di prevenzione significa salvare centinaia di vite umane, con un costo, quello dell’anello, di soli 5 dollari.

FONTE: corriere.it
L’anello vaginale costa 5 dollari

lunedì 22 febbraio 2016

Trovato “anticorpo intelligente” contro emicrania

Studiato da specialisti del San Raffaele di Roma. Si inietta sottocute una volta al mese. Ridotto il 62% degli attacchi. Usato solo per i casi cronici. Presto anche per gli «episodici»

Novità per prevenire l’emicrania cronica: se finora la profilassi del mal di testa è avvenuta con farmaci, adesso a Roma si impiega un anticorpo intelligente, costruito in laboratorio, che va a scovare e neutralizzare una sostanza fisiologica chiamata CGRP (Calcitonin Gene Related Peptide) il cui eccesso è implicato nell’emicrania.  

«I risultati sperimentali pubblicati finora - spiega Piero Barbanti, responsabile del Centro per la diagnosi e terapia delle cefalee e del dolore dell’Irccs San Raffaele Pisana di Roma - sono molto promettenti e indicano una riduzione degli attacchi superiore al 62% dopo 3 mesi e un’alta percentuale di responder (74%)». «L’anticorpo - aggiunge - viene iniettato sottocute una volta al mese per alcuni mesi consecutivi e la tollerabilità appare ottima, a differenza della maggior parte delle cure preventive finora utilizzate che possono invece indurre sonnolenza, astenia e aumento di peso».  

Per il momento il trattamento sperimentale è destinato ai soli soggetti con emicrania cronica (cioè con almeno 15 giorni di mal di testa al mese da almeno 3 mesi consecutivi) ma nel secondo semestre del 2016 sono attesi all’Irccs San Raffaele trattamenti analoghi anche per gli emicranici in forma episodica.  

Ma attenzione: «Curare un mal di testa complesso - precisa Barbanti -non può mai tradursi in un “mi dia una cura”: al paziente è richiesto un attento monitoraggio degli attacchi, un contenimento dell’uso improprio di analgesici e un trattamento delle eventuali situazioni (vedi stress, depressione, ansia) che alimentano la sua patologia».

FONTE: lastampa.it

domenica 21 febbraio 2016

I minerali più rari al mondo: al primo posto l’Ichnusaite, trovata in Sardegna

I diamanti in confronto sono estremamente dozzinali. È uscito su American Mineralogist l’elenco dei 2.500 minerali al mondo più rari, belli, e molto complessi

Sono circa 2.550 i minerali più rari dei diamanti. Microscopici: per molti di loro la quantità totale presente sull’intero pianeta starebbe in un ditale. Nessuno è stato rinvenuto in più di cinque località in tutto il mondo. I più rari dei più rari sono 25: alcuni presenti in uno solo luogo sulla faccia della Terra. Come l'ichnusaite sarda, un fragile minerale scoperto a Su Seinargiu, Cagliari, nel 2013. Se ne conosce un unico esemplare.

L’ichnusaite è un molibdato idrato di torio, affine alla nuragheite, un altro minerale rarissimo. Il suo studio è interessante per scoprire l’alterazione del combustibile esausto delle centrali nucleari e l’eventuale rilascio di radioattività durante lo stoccaggio.

FONTE: Carola Traverso Saibante (corriere.it)


sabato 20 febbraio 2016

Scoperta proteina-vettore delle cellule tumorali: cancellarla evita estensione metastasi

Scoperta proteina-vettore delle cellule tumorali: cancellarla evita estensione metastasi
Si chiama Mical2. Uno studio internazionale coordinato dai ricercatori della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa ne ha verificato la presenza significativa nel carcinoma gastrico e in quello renale, ma soprattutto svelandone il ruolo nel 'trasporto' delle cellule malate verso organi sani. Da qui la prospettiva di un farmaco che, disinnescandola, possa fermare la malattia

ELIMINARE una proteina può rendere inattive le cellule tumorali, evitando che si spostino verso i tessuti sani. E' la scoperta di un gruppo di ricercatori dei Laboratori di scienze mediche dell'Istituto di scienze della vita della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, che apre nuovi scenari per la messa a punto di farmaci in grado di evitare la proliferazione delle cellule cancerose. La ricerca è pubblicata su 'Oncontarget' ed è stata finanziata dall'Istituto toscano tumori, impegnando un'ampia rete di centri di ricerca italiani e stranieri, con la Scuola Sant'Anna in qualità di istituzione capofila.

La proteina Mical2. Il nuovo 'attore' individuato sulla scena della crescita tumorale e della diffusione di metastasi è la proteina Mical2, che aiuta le cellule cancerose a sfuggire dalla massa del tumore andando a colonizzare gli organi distanti. Grazie a questa scoperta, i ricercatori hanno osservato per la prima volta come Mical2 sia presente in misura significativa nel carcinoma gastrico e in quello renale, in particolare negli stadi più aggressivi della malattia, ma assente nei corrispettivi tessuti normali. Inoltre, le cellule tumorali in cui è presente la proteina sono localizzate proprio al fronte invasivo del tumore, e nelle masse distaccate che in un secondo momento colonizzeranno gli organi distanti per formare nuove metastasi.

Quando la proteina Mical2 viene eliminata dalle cellule tumorali attraverso tecniche di ingegneria genetica, queste tornano ad acquisire una forma normale, presentando una minore capacità di proliferare, e soprattutto non appaiono più in grado di invadere la matrice circostante.

E' noto da tempo ai ricercatori che la capacità invasiva delle cellule tumorali è determinata da diversi fattori, come la modificazione della morfologia della cellula, la capacità di proliferare e le dinamiche di adesione e di motilità su una superficie. La proteina Mical2 - sottolineano gli scienziati - è capace di influenzare tutti questi aspetti, probabilmente grazie alla sua capacità di modificare in maniera chimica un componente fondamentale dell'ossatura della cellula, la 'F actina' del citoscheletro.

Un biomarcatore diagnostico. La ricerca suggerisce dunque che Mical2 può essere una specie di biomarcatore diagnostico nella progressione tumorale e un possibile bersaglio terapeutico nella prevenzione del processo metastatico. "Caratterizzando meglio il meccanismo di azione della proteina Mical2, e il fatto che venga 'accesa' nelle cellule tumorali - spiega la coordinatrice dello studio, Debora Angeloni - punteremo a progettare farmaci che possano bloccare la diffusione delle cellule tumorali".

"Le metastasi, uno dei tratti distintivi della malattia tumorale - continua la ricercatrice - sono perlopiù tipiche delle fasi avanzate del tumore e sono responsabili della maggior parte delle morti per cancro. L'ostacolo principale alla loro eliminazione è la resistenza ai farmaci chemioterapici o ai trattamenti radioterapici. Spesso, infatti, le cellule metastatiche presentano nuove mutazioni genetiche rispetto al tumore di origine, che ne complicano il trattamento. Tuttavia, una migliore comprensione dei meccanismi biologici che stanno alla base dello sviluppo metastatico - conclude - consentirà di sviluppare trattamenti sempre più specifici ed efficaci".

FONTE: repubblica.it

giovedì 18 febbraio 2016

Tumori, arriva la biopsia dalla saliva: risultati in 10 minuti


Tumori, arriva la biopsia dalla saliva: risultati in 10 minuti

Non è invasivo, costa poco meno di 20 euro e in soli 10 minuti può accertare la presenza di un tumore da una sola goccia di saliva: è il nuovo test capace di rilevare i frammenti del Dna tumorale nei fluidi del corpo. A svilupparlo David Wong dell'università, della California di Los Angeles, che ne ha presentato il prototipo al convegno dell'Associazione americana per l'avanzamento delle scienze. Una biopsia liquida, che si aggiunge a quelle in studio sul sangue.

Il test, assicura il ricercatore, si è mostrato accurato al 100% ed è così semplice da poter essere fatto nello studio del medico, dal farmacista, dal dentista o persino a casa. Finora il test si è mostrato accurato sul tumore ai polmoni e quest'anno dovrebbe entrare in piena sperimentazione clinica sui pazienti con questa malattia in Cina. Gli attuali metodi per rilevare un cancro al polmone dal sangue sono complicati, danno risultati in due settimane e possono monitorare la diffusione del cancro, ma non essere usati come esame iniziale. La biopsia liquida della saliva invece dà una diagnosi definitiva non appena il tumore si sviluppa. Wong immagina di usarla insieme ad altri strumenti diagnostici. Ad esempio, se da una radiografia dovesse emergere un nodulo sospetto, il test potrebbe confermare la presenza del tumore dalla saliva. Secondo il ricercatore l'approvazione da parte della Food and drug administration (l'agenzia Usa che regola i farmaci) dovrebbe arrivare entro un paio d'anni, ed essere disponibile nel Regno Unito in 4 anni. La biopsia liquida della saliva potrebbe essere la chiave per la diagnosi precoce di alcuni tumori, come quello del pancreas, per cui attualmente non esistono screening precoci efficaci. «Più avanti - conclude Wong - potrebbe essere possibile avere un test in grado di rilevare contemporaneamente più tipi di tumore». Questa è però solo l'ultima, in ordine di tempo, tra le biopsie liquide allo studio.

C'è anche il progetto italiano Cancer-Id, dell'Istituto oncologico veneto (Iov), che punta a individuare nuovi marker che, mediante l'analisi del sangue, possano evitare la biopsia, permettendo di monitorare la riduzione o meno dei tumori e l'efficacia delle cure nei pazienti sotto terapia. E poi il test del National Cancer Institute degli Stati Uniti, che dal sangue è riuscito a prevedere la ricomparsa del tumore con oltre tre mesi di anticipo rispetto alla tac, e identificare i pazienti che probabilmente non avrebbero risposto alla terapia. Una frontiera sempre più interessante, tanto che negli Usa è appena nata una nuova azienda biotech dai laboratori della 'Illuminà di San Diego, che ha nel suo cda i fondatori di Microsoft e Amazon.

FONTE: salute.ilmessaggero.it

martedì 16 febbraio 2016

Cellule Ogm danno nuova speranza ai malati terminali di Leucemia

Studio italiano presentato negli Usa. Le cellule immunitarie dei pazienti prelevate e modificate con molecole in grado di colpire il tumore

Si accende una nuova speranza per i malati terminali affetti da leucemia. Un gruppo di ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Centre di Seattle ha annunciato lo straordinario successo dei primi studi clinici su un nuovo trattamento che consiste nell’iniettare nel paziente cellule del sistema immunitario geneticamente modificate per attaccare uno specifico tumore del sangue.  

In uno studio presentato al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science a Washington, il 94 per cento dei pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta, una grave forma di leucemia che può uccidere nel giro di pochi mesi, ha beneficiato della completa scomparsa dei sintomi. 

Invece, i pazienti affetti da altre forme di leucemia hanno riportato tassi di risposta superiore all’80 per cento e più della metà è entrata in remissione completa. «Non ci sono stati altri casi in medicina, a essere onesti, in cui ci fossero reazioni tali in pazienti a uno stadio così avanzato», ha detto Stanley Riddel, lo scienziato che ha guidato lo studio. Questo trattamento prevede il prelievo delle cellule immunitarie dei pazienti, successivamente modificate con molecole in grado di colpire specificatamente il tumore. Una volta «ingegnerizzate» queste cellule vengono iniettate nel paziente. I risultati sono davvero eccezionali. «Questi sono pazienti su cui i trattamenti tradizionali hanno fallito»; ha detto Riddell, «La maggior parte dei pazienti del nostro studio avrebbero avuto dai due ai cinque mesi di vita», ha aggiunto.  

La nuova scoperta vede protagonisti anche studiosi italiani. Il Times che dedica l’apertura della prima pagina a questa scoperta sottolinea il ruolo cruciale di un team del San Raffaele di Milano, citando l’ematologa Chiara Bonini. L’obiettivo degli scienziati italiani per questo lavoro era selezionare «soldati scelti» del sistema immunitario, modificarli geneticamente in modo da trasformarli in un esercito armato costruito in laboratorio e in grado di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali. «Ci siamo riusciti - assicura Chiara Bonini, vicedirettore della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive del San Raffaele - e abbiamo individuato quali sono i linfociti con le maggiori probabilità di riuscire in questa impresa». Cellule che sono come una sorta di «farmaco vivente», ha detto l’esperta.

FONTE: lastampa.it

lunedì 15 febbraio 2016

​Le prugne proteggeranno le ossa degli astronauti in viaggio su Marte

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Secondo un esperimento della NASA questi frutti avrebbero effetti benefici nel contrastare la perdita di massa ossea causata dalle radiazioni spaziali. Ma i risultati su larga scala sono ancora da verificare.

Per le prossime missioni nello spazio, gli astronauti potrebbero avere bisogno di fare scorta di prugne secche (e non per combattere la stitichezza). L'ha ipotizzato un esperimento del NASA Ames Research Center e di alcune università americane che, seppure condotto su piccola scala, ha evidenziato i benefici di questo frutto contro gli effetti negativi  prodotti dalle radiazioni spaziali sulle ossa.

RADIAZIONI DANNOSE. Il problema delle radiazioni spazialiriguarda, più che l'equipaggio della ISS, gli astronauti che si imbarcheranno nelle future missioni verso Marte e altri luoghi dello spazio non più protetti dalla magnetosfera terrestre. Infatti, avventurarsi oltre questo strato protettivo che riesce a filtrare le particelle solari cariche e i raggi cosmici galattici (ovvero il flusso di protoni e ioni proveniente dall'esterno del sistema solare), significa esporsi a rischi più gravi per la salute, in particolare per le ossa.

PIÙ PRUGNE, PIÙ OSSA. Durante l'esperimento sono stati somministrati a gruppi di dieci topi quattro trattamenti diversi – acido diidrolipoico, una soluzione di cinque antiossidanti, ibuprofene, prugne - utili a prevenire la perdita del tessuto osseo causata dalle radiazioni ionizzanti. Dopo aver esposto i roditori a raggi gamma (simili alle radiazioni spaziali) per ventuno giorni, è emerso che i topi che avevano mangiato le prugne non hanno subito alcuna perdita di massa ossea, contrariamente a tutti gli altri esemplari coinvolti, che hanno visto una diminuzione del 32%.

Tuttavia, è ancora presto per affermare con sicurezza che le prugne saranno sufficienti a proteggere anche gli astronauti nelle missioni spaziali. Gli scienziati dovranno realizzare l'esperimento su un campione più vasto e su tipi di ossa più compatte rispetto a quelle dei topi.

FONTE: focus.it

domenica 14 febbraio 2016

Sclerosi multipla: scoperta una proteina chiave nella progressione della malattia e possibile target per nuove terapie



FONTE: msdsalute.it

Uno  studio   australiano  appena  pubblicato  su  Nature Communications annuncia l’ individuazione di una proteina  chiave  coinvolta  nelle  risposte  ‘super-infiammatorie’  del   sistema immunitario, le stesse alla base della sclerosi multipla e di altre patologie autoimmuni.  
   
La proteina in questione è un recettore delle chemochine, sostanze che attraggono i linfociti T (in particolare i linfociti T helper produttori di IL-17 o Th17) per indurli, in condizioni fisiologiche a combattere le infezioni oppure, come accade nel corso di una malattia autoimmune, ad attaccare i tessuti sani, determinando così danni di variabile entità.  Questo recettore, detto CCR2, fino ad oggi non era stato implicato nella patogenesi delle malattie autoimmuni. L’attenzione dei ricercatori era infatti tutta puntata su un altro recettore, il CCR6 che adesso i ricercatori australiani dimostrano avere un ruolo molto più marginale.  
   
“Il nostro studio – afferma il professor Shaun McColl, Direttore del Centre for Molecular Pathologydell’Università di Adelaide – dimostra che il recettore da colpire è il CCR2; paradossalmente infatti, bloccando il recettore CCR6 si va a peggiorare la patologia. Riteniamo che se riuscissimo a bloccare in maniera selettiva il CCR2 sulle cellule T, potremmo controllare la progressione della sclerosi multipla. Fino ad oggi non si è ancora riusciti a controllare in maniera efficace questa malattia e per questo c’è un enorme bisogno di nuove terapie”.  
   
Ma il recettore CCR2 per le chemochine, oltre a giocare un ruolo importante nel controllare la progressione delle malattie autoimmuni, quali appunto la sclerosi multipla, sembra avere anche altri assi nella manica.  
Un altro potenziale campo di applicazione di questa scoperta riguarda infatti la possibilità di migliorare la risposta ad alcuni vaccini.  
   

“A differenza delle malattie autoimmuni, nel corso delle quali il corpo distruggere le sue proprie cellule e dove l’obiettivo della terapia è quello di bloccare la migrazione delle cellule T – spiega McColl - nel caso di infezioni persistenti l’obiettivo è quello di attivare una risposta ‘super-infiammatoria’ e di favorire la migrazione delle cellule immunitarie verso i focolai di infezione. I risultati della nostra ricerca possono aiutare anche a sviluppare vaccini in grado di potenziare in maniera più efficace la risposta immunitaria”.









sabato 13 febbraio 2016

La vagina è uguale in tutte le donne?

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Tutte diverse, come nasi, mani e...

Assolutamente no. In particolare, la lunghezza interna del canale vaginale, dall’imboccatura alla fine, dove si trova il collo dell’utero, varia da donna a donna (tra 7,5 e 9 cm circa), allo stesso modo in cui variano da persona a persona la lunghezza del naso o le dimensioni delle mani e, nei maschi, del pene.

Del resto, già l’Anaga Ranga, famoso manuale medievale indiano sull’arte di amare, aveva classificato le donne in tre categorie diverse a seconda delle dimensioni della loro “yoni”, ovvero cavità vaginale. La yoni di piccole dimensioni corrisponde, secondo questa visione, alla donna “cerbiatta”; la donna “cavalla” ha una vagina di medie dimensioni, mentre la donna “elefante” possiede una yoni di dimensioni superiori alla media.

Le differenze nel canale vaginale non compromettono in alcun modo il rapporto sessuale. Il canale infatti è molto flessibile e si adatta alle dimensioni del pene del partner.

INTIME LABBRA. L’altra differenza può essere nella forma e nelle dimensioni delle piccole e delle grandi labbra, che proteggono l’entrata della vagina. In alcuni casi sono più pronunciate (le prime o le seconde), in altri meno. Negli ultimi anni, anche questa parte intima è diventata oggetto delle “cure” dei chirurghi estetici.

FONTE: focus.it

giovedì 11 febbraio 2016

Gli energy drink possono far salire la pressione e causare aritmie. Pericolosi soprattutto per i ragazzi

(Getty Images)

Nei giovanissimi la caffeina può costituire un «innesco» per cardiopatie congenite di cui ancora non si ha coscienza. Se ne bevono grandi quantità a differenza dei caffè

Servono a tenersi svegli, sentirsi più attivi e li consuma regolarmente un adolescente su tre. Ma, secondo un numero sempre più nutrito di ricerche, potrebbero avere effetti collaterali negativi sul cuore. Gli energy drink, infatti, a causa del loro contenuto di caffeina possono far salire la pressione e favorire le aritmie.

Lo studio

Uno degli studi più recenti arriva dalla Mayo Clinic statunitense ed è un’indagine pilota su 25 adulti sani, condotta facendo bere ai volontari una lattina di energy drink (contenente, oltre a 240 milligrammi di caffeina, 2 grammi di taurina ed estratti di guaranà, ginseng e cardo mariano) oppure un placebo simile per gusto, aspetto e calorie fatta eccezione per gli stimolanti. Nè i partecipanti né i medici sapevano di volta in volta di che bevanda si trattasse. I volontari, non fumatori e non in cura con farmaci, non dovevano consumare nè caffeina, né alcol nelle 24 ore precedenti i test, persone il più “pulite” possibile, insomma, per verificare l’effetto immediato dell’energy drink su pressione, frequenza cardiaca e parametri ematici come la glicemia o la noradrenalina, un neurotrasmettitore-ormone che provoca risposte simili a quelle dell’adrenalina. I test sono stati condotti mezz’ora dopo aver bevuto, in condizioni di relax o, viceversa, di stress mentale o fisico e i risultati sono stati chiari: il drink stimolante produce un aumento della pressione di circa il 6 per cento e un incremento della noradrenalina del 73 per cento, indipendentemente dalle condizioni di stress o tranquillità in cui ci si trova quando lo si beve.

Una lattina come una tazzina di caffè

Qualche conseguenza c’è quindi pure con una sola lattina ma Giuseppe Lippi, docente di Biochimica clinica dell’università di Verona e autore di numerosi studi sul legame fra energy drink e rischio cardiovascolare, sottolinea che i problemi si hanno esagerando: «L’elemento più determinante di un energy drink è la caffeina e una lattina equivale più o meno a una tazzina di caffè. Capita difficilmente però di bere un espresso dietro l’altro, così il metabolismo ha modo e tempo di assimilare la caffeina; il consumo di energy drink invece è diverso e i ragazzi, nelle serate con gli amici, bevono anche sette o otto lattine di stimolanti in un lasso di poche ore. Se a questo si aggiunge l’associazione molto frequente con alcolici vari, si spiega perché gli eccessi possano essere pericolosi». Sono stati segnalati infatti casi di aritmie e palpitazioni e perfino otto giovani in cui troppi energy drink hanno provocato un infarto; inoltre queste bevande sembrano in grado di aumentare la glicemia, il colesterolo, i trigliceridi, l’aggregazione delle piastrine e il livello di disfunzione endoteliale, tutti elementi che potrebbero incrementare il rischio cardiovascolare nel lungo termine.

Può fungere da «innesco»

«Nei ragazzi il pericolo di eventi avversi è più alto perché possono avere cardiopatie congenite non ancora riconosciute: la troppa caffeina da energy drink può costituire un “innesco”, il primo elemento di disturbo che si incontra nella vita in grado di scatenare i sintomi — osserva Lippi —. A oggi però si conosce un unico caso di un ragazzo in cui problemi gravi sono comparsi dopo una sola lattina di stimolante. È opportuno evitare del tutto gli energy drink se si ha una storia familiare di morti improvvise o infarti, altrimenti possono essere consumate a patto di non esagerare con le dosi». Un’avvertenza necessaria soprattutto per gli uomini: secondo uno studio appena pubblicato su Health Psychology sono più a rischio di eccessi perché consumano gli energy drink pensando che ciò li renda più “maschi” e migliori le loro performance “mascoline”. Intanto, in accordo con il ministero della Salute molte aziende produttrici hanno iniziato a segnalare in etichetta che si tratta di prodotti non adatti ai bambini o durante la gravidanza e l’allattamento.

FONTE: Alice Vigna (corriere.it)
Una lattina come una tazzina di cafQualche conseguenza c’è quindi pure con una sola lattina ma Giuseppe Lippi, docente di Biochimica clinica dell’università di Verona e autore di numerosi studi sul legame fra energy drink e rischio cardiovascolare, sottolinea che i problemi si hanno esagerando: «L’elemento più determinante di un energy drink è la caffeina e una lattina equivale più o meno a una tazzina di caffè. Capita difficilmente però di bere un espresso dietro l’altro, così il metabolismo ha modo e tempo di assimilare la caffeina; il consumo di energy drink invece è diverso e i ragazzi, nelle serate con gli amici, bevono anche sette o otto lattine di stimolanti in un lasso di poche ore. Se a questo si aggiunge l’associazione molto frequente con alcolici vari, si spiega perché gli eccessi possano essere pericolosi». Sono stati segnalati infatti casi di aritmie e palpitazioni e perfino otto giovani in cui troppi energy drink hanno provocato un infarto; inoltre queste bevande sembrano in grado di aumentare la glicemia, il colesterolo, i trigliceridi, l’aggregazione delle piastrine e il livello di disfunzione endoteliale, tutti elementi che potrebbero incrementare il rischio cardiovascolare nel lungo terminePuò fungere da «innesco»«Nei ragazzi il pericolo di eventi avversi è più alto perché possono avere cardiopatie congenite non ancora riconosciute: la troppa caffeina da energy drink può costituire un “innesco”, il primo elemento di disturbo che si incontra nella vita in grado di scatenare i sintomi — osserva Lippi —. A oggi però si conosce un unico caso di un ragazzo in cui problemi gravi sono comparsi dopo una sola lattina di stimolante. È opportuno evitare del tutto gli energy drink se si ha una storia familiare di morti improvvise o infarti, altrimenti possono essere consumate a patto di non esagerare con le dosi». Un’avvertenza necessaria soprattutto per gli uomini: secondo uno studio appena pubblicato su Health Psychology sono più a rischio di eccessi perché consumano gli energy drink pensando che ciò li renda più “maschi” e migliori le loro performance “mascoline”. Intanto, in accordo con il ministero della Salute molte aziende produttrici hanno iniziato a segnalare in etichetta che si tratta di prodotti non adatti ai bambini o durante la gravidanza e l’allattamento.