giovedì 31 marzo 2016

Bere acqua brucia calorie e idrata i muscoli

Studio Usa. L’esperimento ha dimostrato che un aumento dell’1% del consumo giornaliero di acqua è associato a una diminuzione dell’8,6% dell’apporto energetico complessivo

Dopo la maratona pasquale a tavola, dunque, l’acqua può rivelarsi un valido alleato per ritrovare il peso forma in vista dell’estate. Bere acqua brucia infatti calorie e idrata i muscoli, mantenendoli più attivi. Un effetto descritto dalla scienza in vari studi, l’ultimo dei quali indica che consumare da 1 a 3 bicchieri al giorno potrebbe tagliare da 68 a 205 kcalorie al dì, oltre a diminuire il consumo di sodio, zuccheri e grassi saturi.  

La ricerca, pubblicata sul «Journal of Human Nutrition and Dietetics», è stata condotta dall’università dell’Illinois esaminando le abitudini alimentari di 18.300 americani. I partecipanti sono stati invitati a riportare tutto ciò che hanno mangiato o bevuto in 2 giorni, e per ognuno è stata calcolata la quantità di acqua consumata quotidianamente. L’apporto calorico medio era di 2.157 calorie, di cui circa 125 provenienti da bevande zuccherate e 432 da alimenti a basso impatto nutrizionale come dessert e spuntini. Si è visto che un aumento dell’1% del consumo giornaliero di acqua era associato a una diminuzione dell’8,6% dell’apporto energetico complessivo. L’incremento comportava inoltre un calo da 5 a 18 grammi di zuccheri assunti, da 7 a 21 g di grassi saturi e da 78 a 235 g di sodio.  

Gli autori hanno anche spiegato le ragioni del potere brucia-calorie: una volta introdotta nel nostro organismo, l’acqua viene portata da 22 a 37 gradi C, e questo riscaldamento è in grado di bruciare i grassi negli uomini e i carboidrati nelle donne. Risultati poi confermati nel 2007 da un altro studio di controllo. Un effetto simile è stato riscontrato nel 2011 da un gruppo di ricerca israeliano, in bambini maschi dagli 8 agli 11 anni e in sovrappeso. 

I ricercatori hanno descritto un aumento medio del 25% del tasso metabolico dopo aver bevuto acqua (10 millilitri per chilo corporeo, a una temperatura di 4°C): l’effetto cominciava entro 24 minuti dall’ingestione e durava in media 40 minuti. Oltre all’effetto termogenico, gli scienziati evidenziano il ruolo della «spinta metabolica» dei muscoli conseguente all’idratazione: un tessuto muscolare correttamente dissetato è più attivo. «Una buona motivazione per raggiungere l’obiettivo di almeno un litro e mezzo al giorno - raccomandano gli esperti - e beneficiare di tutte le proprietà amiche della salute che l’acqua può vantare». 

E benché la dieta italiana non sia uguale a quella americana, i benefici di una corretta idratazione non hanno cittadinanza: «La letteratura scientifica internazionale rende evidente il ruolo dell’acqua nell’attivare una serie di meccanismi metabolici conosciuti come termogenesi, ossia la produzione di calore con dispendio energetico, che ci aiutano realmente a perdere peso - sottolinea Nicola Sorrentino, docente di Igiene nutrizionale all’università di Pavia, direttore scientifico delle Terme sensoriali di Chianciano Terme e autore del libro «La dieta dell’acqua», nonché esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino - Un altro aspetto molto importante è che l’effetto dell’acqua sul metabolismo è di breve durata, tra mezz’ora e un’ora. Ecco perché non è importante solo bere, ma farlo spesso durante tutto l’arco della giornata, senza arrivare ad avere sete».

FONTE: lastampa.it

mercoledì 30 marzo 2016

Il primo robot flessibile del mondo, il brevetto è italiano

Il robot flessibile (Istituto italiano di tecnologia)

Forma tubolare e un diametro di tre centimetri. Applicazioni in campo medico, aerospaziale e per le ricerche sotto le macerie in ambienti colpiti da disastri

Può muoversi ovunque evitando qualsiasi ostacolo: all’interno del corpo umano, senza toccare organi sensibili o vitali, dentro i satelliti per individuare possibili guasti passando alla larga da componenti elettronici delicati, oppure tra le macerie di un terremoto infilandosi in stretti pertugi di difficile accesso alla ricerca di persone da soccorrere. Si tratta del primo robot flessibile al mondo in grado di evitare ostacoli e zone sensibili o pericolose in luoghi difficilmente accessibili, completamente frutto della tecnologia made in Italy. È stato infatti brevettato dal gruppo di ricerca guidato da Edoardo Sinibaldi, del Centro di microbiorobotica di Pontedera (Pisa) dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) in collaborazione con la Scuola superiore Sant’Anna.

Un sistema interlacciato

Il robot è costituito da due strumenti flessibili identici e intrecciati, che avanzano uno sull’altro supportandosi a vicenda, in modo alternato. Ciascuno dei due strumenti può diventare temporaneamente rigido e guidare con precisione l’altro, in modo da consentire a tutto il robot di costruirsi una guida tramite il suo stesso avanzamento, senza usare supporti esterni. «È un sistema cosiddetto interlacciato, cioè fatto da due strutture identiche che lavorano insieme», spiegaEdoardo Sinibaldi, team leader del progetto. «Sono robot gemelli inanellati: a vicenda l’uno fa da guida all’altro». Funziona così: il primo segmento avanza, si ferma e diventa rigido per far scorrere su di sé l’altra parte che a sua volta, dopo aver percorso un tratto pari alla sua lunghezza, si blocca, si irrigidisce e permette al primo segmento di ripetere la procedura. Il ciclo consente di compiere traiettorie complesse e con grande curvatura, utili per circumnavigare ogni tipo di ostacolo.

FONTE: corriere.it

martedì 29 marzo 2016

La molecola che rende iperattivi gli spermatozoi

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E li conduce alla meta. Identificata da ricercatori americani, aiuterà nei trattamenti contro l'infertilità maschile e servirà per studiare nuovi contraccettivi.

L'interruttore cellulare che permette agli spermatozoi di aumentare la loro motilità e raggiungere la cellula uovo è stato scoperto da un gruppo di ricercatori statunitensi. Lo studio, finanziato dagli Istituti Nazionali di Sanità americani e pubblicato su Science, potrebbe servire a mettere a punto nuovi metodi contraccettivi, ma anche a trattare i casi di infertilità legati alla salute delle cellule sessuali maschili.

RUSH FINALE. Le limitate capacità di movimento dei flagelli - le "code" - degli spermatozoi non sono sufficienti, da sole, a condurli verso l'ovulo. Affinché raggiungano la meta una volta entrati nel tratto riproduttivo femminile, occorre siano attivati dal progesterone, un ormone rilasciato dalla cellula uovo stessa che dà lo sprint decisivo ai gameti maschili. 

TARGET MIRATO. Per agire correttamente - rivela lo studio - il progesterone deve legarsi alla proteina ABHD2, che si trova sulla membrana cellulare esterna degli spermatozoi. Quando questa è stata disattivata in laboratorio, le cellule sessuali maschili non hanno risposto allo "slancio" dato dal progesterone. 

APPLICAZIONI. Lo sviluppo di molecole in grado di bloccare la ABHD2 potrebbe fornire una nuova classe di contraccettivi che impediscano agli spermatozoi di raggiungere l'ovulo. Al contrario, strategie per potenziare o bypassare questa proteina potrebbero contrastare alcune cause di infertilità maschile.

FONTE: focus.it

sabato 26 marzo 2016

Ecco i super-anticorpi che possono sconfiggere il virus Hiv (e che fanno sperare nella creazione di un vaccino)

I super-anticorpi anti Hiv (credit: C. Bickel / Science, 2016)

La maggior parte delle persone ha alcune cellule immunitarie che, se stimolate, possono produrre anticorpi capaci di neutralizzare numerose varianti del patogeno

Non è ancora scacco al virus, ma i vaccinologi si sono assicurati un’altra buona mossa nella difficile partita in corso con l’Hiv. Un lavoro in uscita su Scienceconferma il grande potenziale dell’ultima strategia in voga, quella degli “anticorpi ampiamente neutralizzanti”. Infatti si è scoperto che la maggior parte delle persone è naturalmente equipaggiata con alcune cellule immunitarie che, opportunamente stimolate, sono capaci di produrre dei super-anticorpi diretti contro il virus dell’Aids. Gli approcci classici finora hanno mostrato i propri limiti di fronte all’Hiv e la cronaca scientifica ci ha raccontato di grandi speranze puntualmente deluse in fase di sperimentazione clinica. Non c’è da stupirsi che questo virus rappresenti la “bestia nera” della vaccinologia. Muta furiosamente, beffando le difese dell’organismo. Si dissemina rapidamente nel corpo lasciando poco tempo per un intervento precoce. Trova nascondigli da cui muovere attacchi a sorpresa. La sua variabilità genetica lo rende un bersaglio difficile da centrare con i vaccini classici, preparati con virus attenuati o inattvati.

Obiettivo: stimolare il sistema immunitario

Per questo nell’ultimo decennio molti ricercatori si sono convinti che, invece di sottoporre le persone a somministrazioni multiple della stessa molecola immunogena, si debbano utilizzare in serie delle proteine leggermente diverse tra loro. Si tratterebbe, insomma, di stimolare il sistema immunitario presentandogli i pezzi giusti del virus nell’ordine giusto. L’obiettivo è indurre il corpo a produrre degli anticorpi capaci di neutralizzare contemporaneamente molte varianti del patogeno, perciò detti “ampiamente neutralizzanti”. Fino al 25% delle persone sieropositive è in grado di produrli spontaneamente, ma la risposta si attiva troppo tardi per riuscire a contenere il virus. L’idea, dunque, è di ispirarsi a questo fenomeno naturale per progettare molecole immunogene particolarmente versatili ed efficaci, adatte per l’immunizzazione. È questa la strategia perseguita dal nuovo studio, firmato da ricercatori dello Scripp Research Institute, del La Jolla Institute for Allergy and Immunology e dell’International Aids Vaccine Initiative. Il primo potente immunogeno che è stato identificato si chiama eOD-GT8 e sembra in grado di indurre la produzione di super-anticorpi con una potenza molto superiore alle altre molecole studiate finora.

FONTE: Anna Meldolesi (corriere.it)

venerdì 25 marzo 2016

Tumori, dieci segnali da tenere d’occhio

Un inspiegabile calo di peso, una febbricola che persiste da settimane, un sanguinamento anomalo o una ferita che non si rimargina. Potrebbero essere questi, secondo l’American cancer society, alcuni dei campanelli di allarme di un tumore. Segnali da non sottovalutare, soprattutto se durano a lungo nel tempo o se tendono a peggiorare.

Attenzione alla “fatica” persistente, una insolita spossatezza che non dà tregua e che non passa dopo una bella dormita. Se non è giustificata da attività fisica intensa o da un periodo di stress, merita delle indagini. Potrebbe essere uno dei primi sintomi di un tumore del sangue come la leucemia.

Se l’ago della bilancia continua a scendere e non c’è un perché, bussate alla porta del medico. Un calo ponderale di cinque chili o più potrebbe essere uno dei primi segni di cancro a pancreas, stomaco, esofago o polmone. «Ciò accade perché le cellule del tumore consumano molta dell’energia del corpo per svilupparsi», spiega l’American cancer society, «oppure perché rilasciano sostanze in grado di interferire con il metabolismo del cibo».

Anche un dolore che dura da settimane e che non scompare con l’uso di analgesici potrebbe essere la spia di qualcosa che non va. «Il dolore è uno dei sintomi precoci di tumore alle ossa o ai testicoli - avverte l’organizzazione americana -. Una cefalea che non passa e che si associa a giramenti di testa potrebbe essere sintomo di un tumore al cervello, così come un dolore continuo alla schiena potrebbe indicare un cancro al colon, al retto o all’ovaio».

Una febbriciattola di lunga durata che non scende con i rimedi comuni non va ignorata. A volte leucemie e linfomi aggrediscono il sistema immunitario e il corpo cerca di “difendersi” provocando la febbre.

Quando fate la doccia, date un’occhiata alla schiena, alle braccia, alle gambe: ricordate che ogni neo o verruca che cambia forma o colore potrebbe nascondere un melanoma. Attenzione anche alla pelle che appare più scura (iperpigmentazione), alla colorazione gialla della cute e degli occhi (ittero), ad arrossamenti cutanei e a prurito. Se per caso vi accorgete di un nodulo o di un rigonfiamento sotto la pelle, soprattutto al seno o ai testicoli, non tergiversate nel fare approfondimenti. Potrebbe essere una banale cisti, ma anche il segnale di un tumore.

La necessità di urinare più frequentemente del solito e il dolore alla minzione potrebbero essere segno di un cancro alla vescica o alla prostata. Diarrea ricorrente o costipazione potrebbero invece essere associate a tumori del colon-retto.

FONTE: Paola Arosiao (corriere.it)

giovedì 24 marzo 2016

Diabete, ecco il cerotto che rilascia cellule beta: potrebbe sostituire le iniezioni

Diabete, ecco il cerotto che rilascia cellule beta: potrebbe sostituire le iniezioni
Messo a punto dai ricercatori delle università del North Carolina-Chapel Hill e North Carolina State. 'Trasmette' dall'esterno quelle cellule del pancreas che nelle persone sane secernono naturalmente quantità adeguate di insulina

UN CEROTTO meno doloroso e più semplice di una puntura,  a maggior ragione di due o tre punture, quante sono quelle che chi soffre di diabete  - 380 milioni di persone nel mondo - deve somministrarsi ogni giorno per mantenere sotto controllo il livello di zucchero nel sangue. Una gestione complessa, che richiede attenzione e tempo, sette giorni alla settimana e per sempre. Da queste considerazioni devono essere partiti i ricercatori delle università del North Carolina-Chapel Hill e North Carolina State che hanno messo a punto un cerotto di cellule beta, cioè di quegli elementi del pancreas che nelle persone sane secernono naturalmente quantità adeguate di insulina, l'ormone che metabolizza gli zuccheri, e che nei diabetici non sono in grado di funzionare come dovrebbero. I risultati ottenuti grazie al nuovo smart patch sono stati appena pubblicati su Advanced Material.

Un cerotto caricato a cellule beta. Lo smart patch cellulare, che ha le dimensioni di una moneta ed è di un materiale comunemente utilizzato nel settore cosmetico e diagnostico, è ricoperto di uno strato di centinaia di minuscoli aghi grandi come ciglia e riempiti di migliaia di cellule beta immagazzinate in microcapsule di alginato, un polimero biocompatibile. Quando il cerotto - che è stato per ora sperimentato su topi di laboratorio con diabete di tipo 1 dimostrandosi efficace per 10 ore - viene applicato sulla pelle, i microaghi penetrano nei capillari stabilendo un contatto tra l'ambiente interno e le cellule beta esterne. Grazie ad amplificatori del segnale di glucosio (in pratica sostanze chimiche sensibili allo zucchero nel sangue) contenuti in microscopiche vescicole sintetiche, le cellule beta del patch riescono a "sentire" il livello di glucosio ematico, e quindi a rispondere "on demand", rilasciando insulina in maniera adeguata.

La tappa precedente: il cerotto a insulina. Lo scorso anno seguendo la stessa tecnologia innovativa che gli anglofoni chiamano smart insuline patch, gli autori dello studio avevano messo a punto un cerotto simile a questo (i risultati erano stati pubblicati sui Proceedings of  National Academy of Sciences ). Ma mentre quello conteneva vescicole di insulina, cioè del prodotto delle cellule beta, questo nuovo patch è di tipo cellulare e integra gli aghi direttamente con le cellule beta in tempo reale. In effetti da decenni gli scienziati tentano il trapianto nei pazienti diabetici di cellule pancreatiche produttrici dell'ormone insulinico, ma senza ottenere grandi successi a causa delle numerose reazioni di rigetto o degli effetti collaterali dei farmaci immunosoppressori necessari per impedirle.

Un nuovo approccio. Questo nuovo approccio, che utilizza cellule beta, ma fuori dal corpo, eviterebbe, una volta sperimentato con successo sugli esseri umani, entrambi gli ostacoli. "Il nostro studio fornisce una possibile soluzione al problema del rigetto che da tempo affligge il settore dei trapianti di cellule pancreatiche - ha detto Zhen Gu, autore senior della ricerca e  professore presso il dipartimento di ingegneria biomedica  della North Carolina State - . Inoltre dimostra che siamo in grado di costruire un ponte tra i segnali fisiologici all'interno del corpo e queste cellule terapeutiche al di fuori del corpo per mantenere i livelli di glucosio sotto controllo".

FONTE: Tina Simoniello (repubblica.it)

mercoledì 23 marzo 2016

Lanciato il modulo “Cygnus”. A bordo, l’esperimento italiano ARTE


Un nuovo veicolo spaziale "cargo" è stato lanciato questa notte (le 22.05 locali, le 4,05 in Italia), dal Centro Spaziale Kennedy di Cape Canaveral. E' un modulo spaziale costruito in buona parte in Italia ...

Un nuovo veicolo spaziale “cargo” è stato lanciato questa notte (le 22.05 locali, le 4,05 in Italia), dal Centro Spaziale Kennedy di Cape Canaveral. E’ un modulo spaziale costruito in buona parte in Italia, ed è il sesto lanciato verso la ISS, la Stazione Spaziale Internazionale, che è di nuovo abitata da sei astronauti, dopo l’ultimo lancio Sojuz di tre giorni fa. Cygnus fa parte di una serie di moduli-cargo realizzati negli stabilimenti torinesi di Thales Alenia Space. L’accordo siglato dall’azienda di Thales e Finmeccanica con la compagnia americana Orbital ATK, porterà a realizzare in tutto dieci moduli spaziali, in un programma commerciale chiamato Cygnus/PCM (Pressurized Cargo Module – Moduli cargo pressurizzati) in collaborazione con la Orbital, all’interno del servizio Commercial Resupply Services della NASA. 

IL CYGNUS DI OGGI E QUELLI FUTURI  
I “Cygnus”, moduli automatici (che quindi non ospitano astronauti a bordo) sono un po’ più piccoli dei cargo come i “moduli logistici” costruiti in passato, ed inviati verso la ISS con gli space shuttle. Ma sono comunque molto capienti: quello partito oggi porta 3.280 chilogrammi tonnellate di rifornimenti (cibi, attrezzature e nuovi esperimenti scientifici, acqua, ecc) agli astronauti della Stazione Spaziale. E’ lungo 6 metri, con diametro di 3, ed è stato battezzato “Rick Husband” in onore del comandante dello shuttle Columbia deceduto nell’incidente del 2003. Dopo il lancio con il razzo Atlas 5, e una volta “liberato” nello spazio dal suo ultimo stadio 20 minuti dopo il lancio, il “Cygnus” si dirige automaticamente verso la stazione spaziale, che dovrà raggiungere sabato mattina. Una volta arrivato nei pressi del sistema di aggancio, il braccio robotizzato della stazione spaziale lo “preleverà”, guidato dagli astronauti Tim Kopra e Timoty Peake, e lo attraccherà ad uno dei portelloni della ISS, dove resterà per 55 giorni. Dopo il completamento della sua missione, il modulo si staccherà dalla Stazione Spaziale, verrà caricato di rifiuti e materiale non più utilizzabile, e si disintegrerà al rientro negli strati atmosferici. E già si guarda ai futuri moduli, con novità tecnologiche per i Cygnus 9 e 10, sui quali si sta lavorando alla messa a punto con una nuova e innovativa tecnica: “I segmenti del modulo pressurizzato e il modulo propulsivo verranno uniti con saldature ad attrito” - dice Piero Messidoro, di Thales Alenia Space Italia - “e quindi senza apporto di materiale aggiuntivo. Con una saldatura è possibile in condizioni di plasticità amalgamare le due parti senza altri materiali. Con migliore efficienza e risparmio di tempo e di costi”. “Stiamo lavorando ai moduli numero 9 e 10, mentre i 6, 7 e 8 sono già consegnati da tempo, ma guardiamo oltre” - aggiunge Messidoro - “Abbiamo aumentato la capacità di carico con i tre segmenti, da 2.700 fino a 3.500 chilogrammi”.  

UN ARTE ITALIANA A BORDO  
Il nome è in inglese, ma l’esperimento Advanced Research Thermal Exchange (Ricerca Avanzata per Scambio Termico), che si trova a bordo del Cygnus lanciato questa notte, è tutto italiano. E’ un dimostratore tecnologico progettato e realizzato da Argotec, nei laboratori di Torino, e coordinato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), nell’ambito del bando “Volo Umano Spaziale per Ricerche e Dimostrazioni Tecnologiche sulla ISS” promosso dall’ASI. Il Politecnico di Torino è intervenuto nella fase iniziale di progettazione dell’elettronica con la messa a punto di un prototipo. Pensando alle missioni future, in cui l’esplorazione umana si spingerà sempre più lontano, cresce in parallelo l’attenzione verso sistemi semplici, affidabili e che richiedano poca manutenzione. In questo contesto, le heat pipe (scambiatori di calore) diventano una soluzione per il trasferimento del calore, poiché sono sistemi passivi, il cui utilizzo non richiede un intervento umano o un controllo esterno. Infatti sono dispositivi che sfruttano il passaggio di fase del fluido, che contengono al loro interno, per trasferire il calore da una zona calda ad una zona fredda, senza l’uso di pompe o dispositivi che richiedano energia elettrica. 

UN PROGETTO PER AUMENTARE LA SICUREZZA IN ORBITA PER GLI ASTRONAUTI  
Nello spazio le superfici dei moduli sono soggette a temperature molto differenti, poiché esposte in parte direttamente al Sole e in parte verso lo spazio profondo. In condizioni di microgravità, inoltre, l’aria presente all’interno del modulo abitato non si muove naturalmente, ma deve essere forzatamente tenuta in movimento per mezzo di ventole al fine di raffreddare tutti i dispositivi che producono calore a bordo. Al momento non ci sono questi sistemi di scambio termico collocati all’interno degli ambienti abitati dagli astronauti, poiché i fluidi utilizzati sono tossici e un loro eventuale rilascio comporterebbe un rischio catastrofico. Il progetto ARTE (Advanced Research for passive Thermal Exchange) rappresenta una svolta, poiché la ricerca è stata incentrata su fluidi che garantiscano le prestazioni richieste e al contempo siano caratterizzati da una bassa tossicità. L’attività scientifica svolta in microgravità e i risultati ottenuti rappresenteranno un valido contributo per le possibili applicazioni terrestri di questi dispositivi innovativi. L’esperimento è stato programmato per il prossimo 5 aprile, quando Thermal Exchange sarà installato all’interno della Microgravity Science Glovebox (un piccolo laboratorio con il quale si opera dall’esterno con uso di guanti), presente nel modulo americano Destiny. Gli ingegneri di Argotec supporteranno le operazioni in tempo reale presso il Centro di Controllo dell’azienda, a Torino, in collegamento con i centri di controllo della NASA.  

FONTE: Antonio Lo Campo (lastampa.it)

martedì 22 marzo 2016

Immunoterapia: nuova frontiera contro i tumori a volte sorprendente

(Getty Images)

Intervista a Michele Maio, direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, uno dei maggiori esperti mondiali del trattamento

È l’ultima frontiera della lotta al cancro. «Non c’è dubbio: l’immunoterapia è diventata una delle quattro strategie che abbiamo a disposizione per trattare il cancro, ovviamente accanto alla chirurgia, alla chemioterapia e alla radioterapia», dice Michele Maio, direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, uno dei maggiori esperti mondiali di questo tipo di trattamento.

Come agiscono questi farmaci

Quello che ha cambiato la storia dell’immunoterapia dei tumori è stato l’avvento di particolari farmaci (degli anticorpi costruiti ad hoc) che sono in grado di modulare il funzionamento del sistema immunitario in quanto bloccano delle molecole che lo tengono a freno. Il risultato è un’attivazione dei meccanismi di difesa dell’organismo. «La caratteristica di questi anticorpi è che non hanno nessuna necessità di raggiungere il tumore perché il loro bersaglio è sulle cellule del sistema immunitario – spiega l’esperto -. Abbiamo due grosse categorie di molecole e quindi di anticorpi che possono essere utilizzati per mantenere elevata l’attività del sistema immunitario. I primi a essere sviluppati sono stati gli anticorpi diretti contro CTLA-4 , (ipilimumab e tremelimumab) una molecole espressa sulla superficie dei linfociti T attivati e che ha il compito di mandare alla cellula dei segnali negativi di attivazione». Perciò, una volta bloccato il CTLA-4 con l’anticorpo, la cellula rimane attiva e quindi in grado di attaccare il tumore.

Le scoperte apripista

«Ipilimumab è stato il primo a dimostrare che si riesce a più che raddoppiare la sopravvivenza nel melanoma metastatico a 5 e a 10 anni: è stata una rivoluzione – ricorda Maio -. La seconda rivoluzione è arrivata con gli anticorpi diretti contro PD-1 o il suo recettore PDL-1, anch’essi espressi sulle cellule del sistema immunitario e che, come CTLA-4, hanno la funzione di mandare segnali negativi. Sono molti gli anticorpi in sviluppo e che hanno dimostrato di essere verosimilmente più efficaci dei CTLA-4, perché aumentano il numero di pazienti in cui la malattia si riduce e agiscono più velocemente. Cominciamo anche a vedere che a 3-4 anni aumentano la sopravvivenza dei pazienti con melanoma». Il melanoma ha fatto da apripista, ma ormai sono numerosi i tumori in cui si può utilizzare l’immunoterapia. «Un anticorpo anti PD-1, il nivolumab, ha dimostrato una netta superiorità rispetto al trattamento standard nel carcinoma del polmone squamoso, tanto che lo studio è stato interrotto prematuramente perché i risultati erano talmente importanti che le agenzie regolatorie, in particolare l’FDA, hanno ritenuto che il farmaco dovesse essere messo subito a disposizione dei pazienti», ricorda l’oncologo. Altre ricerche hanno documentato l’efficacia dell’immunoterapia nei tumori della testa e del collo, in quello del rene, nel linfoma di Hodgkin, malattie per le quali questi farmaci sono già in fase di approvazione.

Associazione con altri trattamenti

«Sono in corso studi praticamente per qualunque tipo di tumore solido ed ematopoietico. Non c’è tipo di tumore in cui, in alcune fasi della terapia, non sia possibile sperimentarla», Maio non nasconde un certo ottimismo, anche perché le nuove armi terapeutiche possono essere combinate fra loro e con le altre esistenti, con la chemioterapia, con la terapia target e anche con nuovi farmaci in fase di sviluppo. Cominciano per esempio ad arrivare le prime indicazione che l’associazione di due tipi di anticorpi diretti contro i due differenti bersagli del sistema immunitario funzionano meglio del singolo anticorpo. Ancor più eccitanti sono le aspettative nei confronti di un’associazione molto particolare, quella con la terapia epigenetica che agisce cioè modificando il DNA delle cellule tumorali. Una ricerca di questo tipo, partita lo scorso ottobre nel centro senese, sfrutta la combinazione fra ipilimumab, l’anticorpo che blocca il CTLA-4, e un nuovo farmaco (SGI-110) che modifica il DNA delle cellule tumorali (attraverso un processo di demetilazione) in modo tale da consentire l’espressione di alcuni geni, normalmente silenziati nelle cellule tumorali. «Abbiamo compreso che fra i vari geni soppressi dalla metilazione nel corso della trasformazione tumorale ci sono moltissimi geni che sono cruciali per l’interazione fra il tumore e il sistema immunitario – spiega Maio -. L’idea è quindi di utilizzare farmaci che, demetilando il DNA, fanno sì che il tumore sia più in grado di essere visto e riconosciuto dal sistema immunitario. La speranza è che, mettendo insieme in sequenza questi trattamenti, si possa ottenere più di ciò che si riesce a ottenere con la sola immunoterapia».

Lo studio è uno dei 42 attualmente in corso nel centro senese, una struttura nata nel 2004 “con l’obiettivo preciso, allora molto ambizioso e ad alto rischio, di considerare che l’immunoterapia sarebbe diventata la terapia per curare il cancro”. Una scommessa vinta, a vedere i risultati.

FONTE: Franco Marchetti (corriere.it)

lunedì 21 marzo 2016

Insonnia, 9 milioni di italiani non dormono

Oggi Giornata Mondiale del Sonno. Riposare è un aiuto fondamentale contro le malattie e per lo sviluppo fisico e neurologico. Le differenze fra chi si sveglia e chi non si addormenta

Il sonno è stato a lungo un grande mistero per la scienza e ancora oggi sono molti i quesiti in cerca di risposte. Sappiamo che dormire è fondamentale per la nostra salute e, per i più piccoli, per il corretto sviluppo fisico e neurologico. I disturbi del sonno hanno una stretta correlazione con molte patologie e hanno quindi delle conseguenze di natura medico-sanitaria ma anche sociali, come incidenti stradali, sul lavoro, diminuita produttività. Per sensibilizzare sull’importanza di un corretto riposo, cui dedichiamo sempre meno tempo e attenzioni, si celebra oggi la Giornata Mondiale del Sonno con il motto «Un buon sonno è il sonno raggiungibile».

ECCO PERCHE’ ABBIAMO BISOGNO DI DORMIRE  
«Il sonno è un bisogno vitale come bere e mangiare: in qualche modo il sonno può essere considerato uno degli alimenti per il nostro cervello. Pur rimanendo un mistero per tanti aspetti, ci sono diversi studi che sottolineano come avere un buon sonno permette di mantenere in salute la nostra mente, la memoria, il sistema cardiovascolare ed anche quello immunitario» spiega la dottoressa Carolina Lombardi, responsabile del Centro di Medicina del sonno dell’Auxologico di Milano. «Concederci l’adeguato riposo notturno non è una “perdita di tempo” come la nostra società a volte ci spinge a pensare, ma fa parte delle strategie necessarie a preservare la nostra salute». 

DISTURBI DEL SONNO: QUANTI ITALIANI NE SOFFRONO  
I disturbi del sonno sono sempre più diffusi tanto che oltre 9 milioni di italiani soffrono di insonnia cronica e oltre il 45% della popolazione soffre di insonnia acuta o transitoria. Secondo un sondaggio dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (condotto su un campione di 900 persone), sette italiani su dieci manifestano disturbi del sonno, quattro su dieci hanno difficoltà ad addormentarsi. Tre su dieci hanno diversi risvegli durante la notte e due su dieci si svegliano sempre molto prima della sveglia.  

Ma oltre alla difficoltà a prender sonno, ai risvegli continui o precoci al mattino, altri disturbi possono influire sulla qualità del riposo notturno. Ad esempio, «circa il 24% della popolazione maschile soffre di russamento, nella sua forma più severa tra il 2 e il 4%; la sindrome delle gambe senza riposo riguarda il 10% della popolazione e il 5-6% della popolazione soffre di disturbi secondari legati al sonno» spiega la dottoressa Caterina Lombardi. «Inoltre, si stima in particolare che tra il 15 e il 30% dei bambini hanno sperimentato almeno una volta un episodio di sonnambulismo, mentre il 6% presenta episodi ricorrenti». 

I VARI TIPI DI INSONNIA  
«Generalmente quando si pensa ai disturbi del sonno si è portati a pensare all’insonnia. In realtà essa rappresenta il disturbo con la maggiore prevalenza nella popolazione generale, ma non è quello più frequentemente studiato con strumenti specifici nei Centri di Medicina del Sonno. Recentemente è stato osservato che il tipo di insonnia che più facilmente tende a cronicizzare (70% dei casi) è proprio quello caratterizzato da frequenti risvegli nel corso della notte; invece, la forma in cui si tende ad assumere più frequentemente farmaci è quella “iniziale”, con difficoltà di addormentamento.  

Quasi il 20% della popolazione generale adulta assume almeno saltuariamente un farmaco a scopo ipnotico, mentre quasi il 10% lo assume in maniera continuativa», afferma il professor Luigi Ferini Strambi, Presidente della World Association of Sleep Medicine e direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro a Milano, dove questa mattina alle 10.30 si terrà un incontro aperto al pubblico (via Stamira D’Ancona 20, aula S. Chiara, piano rialzato, Palazzina D). 

PERCHE’ IL POCO SONNO RENDE INSTABILI EMOTIVAMENTE  
Lo sa bene chi dorme poco e male. A volte, la mancanza di sonno ci rende più instabili emotivamente e con la tendenza a reagire eccessivamente a situazioni, commenti, frasi che altrimenti avremmo considerato innocue. Uno studio del Tel Aviv Medical Center e dell’Università di Haifa ha scoperto il meccanismo alla base di questa perdita di neutralità, che dipende da un’immediata e accesa risposta dell’amigdala, area cerebrale che generalmente si attiva in condizioni emotivamente coinvolgenti, come se fosse compromessa l’abilità di distinguere cosa è importante da cosa non lo è.  

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale fMRI e l’elettroencefalogramma EEG, i ricercatori hanno infatti visto nei soggetti attivazioni cerebrali anche di fronte ad immagini emotivamente neutre, come se il nostro cervello diventasse incapace di ignorare tali stimoli ininfluenti, perdendo il controllo cognitivo sulle emozioni. Sottoposti a così tanti stimoli, gli insonni diventano più instabili emotivamente con le note conseguenze sullo stress e il benessere sul lavoro e nella vita quotidiana.  

STANCHI E TRISTI? ECCO IL LEGAME TRA SONNO E DEPRESSIONE  
Si sa che i lavoratori su turni sono maggiormente vulnerabili, tra le altre malattie, anche alla depressione e che anche gli insonni sono maggiormente a rischio. Ma in che modo le alterazioni del sonno incidono sul nostro umore? È del mese scorso la scoperta dell’Università di San Francisco del legame biologico tra due fenomeni strettamente connessi, sonno e depressione, in particolare una forma di depressione che colpisce in alcuni periodi dell’anno, la SAD disturbo affettivo stagionale, di cui soffre il 10% delle popolazioni delle alte latitudini. Si tratterebbe di un gene – PER3 - che fungerebbe da intersezione molecolare tra il nostro umore e l’orologio interno, l’orologio circadiano, che stabilisce i ritmi di sonno e veglia. I ricercatori hanno visto che alterazioni del gene erano comuni a soggetti che soffrivano di depressione stagionale e a soggetti con insonnia e che i topi geneticamente modificati con le due mutazioni incriminate sviluppavano SAD e disturbi del sonno.  

IL SONNO: ALLEATO CONTRO L’INVECCHIAMENTO  
Si chiama «Beauty sleep» (sonno di bellezza) la giusta quantità di sonno che ci rende belli e freschi al risveglio. Eppure non è solo una faccenda estetica. Numerosi studi mostrano che la carenza di sonno è associata a disturbi di memoria ad ogni età. Ma il sonno è un alleato prezioso contro l’invecchiamento. Numerosi studi epidemiologici indicano che il 50% degli anziani può soffrire di disturbi del sonno: quanto dormire possa diventare più difficile con il passare degli anni, il sonno è un fattore di protezione contro il fisiologico decadimento cognitivo dovuto all’età. Lo dimostrano numerosi studi condotti con la risonanza magnetica funzionale dai quali emerge che dormire almeno sette ore per notte riduce l’atrofia cerebrale in aree chiave per il ragionamento e la memoria. Anche se non è ancora del tutto chiaro in che modo ciò avvenga, l’evidenza mostra che il sonno è cruciale per numerosi meccanismi fisiologici, dalla riparazione cellulare al consolidamento delle memori e.

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)


domenica 20 marzo 2016

ExoMars, lanciata la sonda per Marte. L’Europa a caccia di tracce di vita aliena

ExoMars, lanciata la sonda per Marte. L’Europa a caccia di tracce di vita aliena
È l’inizio di un lungo viaggio che non è rappresentato solo dai chilometri che la sonda percorrerà” dice Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia spaziale italiana (Asi). "È un'emozione intensissima vedere la fiammata e sentire il boato, mentre si sollevano 4000 chili di scienza e tecnologia italiana a bordo di questo meraviglioso razzo"

Un messaggero europeo spicca il volo verso Marte. Nel giorno del 137esimo compleanno di Albert Einstein, quando in Italia sono appena passate le 10:30 del mattino, i potenti motori del razzo russo Proton-M illuminano il nebbioso cielo del cosmodromo diBajkonur, nelle steppe del Kazakistan. E proiettano la sonda ExoMars (Exobiology on Mars) verso le stelle, permettendole di vincere l’abbraccio gravitazionale della Terra. Il lancio è stato salutato con un applauso da appassionati e curiosi riuniti in piazza del Popolo per seguire la diretta satellitare dell’evento, attraverso il maxischermo dell’installazione “L’Italia va su Marte”.
“Il momento del countdown è sempre un’emozione fortissima – commenta dalla piazza capitolina la moglie di uno dei tecnici italiani che da più di 30 anni con passione lavora nel settore aerospaziale -. Bastano, infatti, pochi secondi per vanificare il lavoro di anni”. “È affascinante”, aggiunge a caldo un passante incuriosito, al momento dell’accensione dei motori, nonostante in piazza lo schermo, con il sole proprio di fronte rendesse complicata l’osservazione. Entusiasmo ancora più grande al centro di controllo della missione, presso l’Aerospace logistics technology engineering company (Altec), a Torino. “Se tutto va bene, per la prima volta l’Europa non guarderà più Marte dall’alto, ma lo studierà dal terreno”, commentano gli esperti italiani dall’Altec. 
FONTE: ilfattoquotidiano.it

mercoledì 16 marzo 2016

Pillola del giorno dopo senza ricetta: Aifa abolisce obbligo


Pillola del giorno dopo senza ricetta: Aifa abolisce obbligo
Per acquistare la pillola del giorno dopo non servirà più la prescrizione medica, se si è maggiorenni. L'obbligo di ricetta non ripetibile rimane invece per le minorenni. È quanto prevede la determina dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 3 marzo e in vigore dal 4, come rende noto Federfarma dal suo sito. Il provvedimento si riferisce al norlevo (a base di levonorgestrel), che diventa dunque un farmaco sop (cioè senza obbligo di prescrizione) per le pazienti maggiorenni e mantiene l'obbligo della ricetta non ripetibile per le minorenni.

«Nei casi in cui la maggiore età di chi fa richiesta non fosse evidente - precisa Federfarma in una circolare - le farmacie chiederanno un documento di identità e rifiuteranno la dispensazione senza ricetta qualora la persona risultasse minorenne». In precedenza, lo scorso febbraio, l'Aifa aveva già modificato allo stesso modo il regime prescrittivo di altri due contraccettivi d'emergenza a base di levonorgestrel (stromalidan ed escapelle).  

FONTE: salute.ilmessaggero.it

martedì 15 marzo 2016

Usa, farmaci antitumorali e fiale: costano 16 miliardi di euro in un anno, ma ne vanno sprecati 1,6

(Getty images)

Uno studio su 20 medicine ha stimato l’enorme dispendio dovuto ai residui delle confezioni aperte che va dall’uno al 33 per cento del totale. La soluzione italiana: raggruppare nello stesso giorno i pazienti che fanno la stessa terapia

Quanti preziosi e costosissimi farmaci oncologici vengono buttati ogni giorno? Quanti residui di fiale, gocce equivalenti a centinaia o migliaia di euro, finiscono nel cestino perché la dose da somministrare a un singolo paziente è inferiore al contenuto di una singola fiala? E gli avanzi non si potrebbero riciclare? Il problema, affrontato in un articolo da poco pubblicato sul British Medical Journalda ricercatori americani è di stringente attualità: tagliare gli sprechi è indispensabile. Bisogna cercare ogni possibile «sperpero» nel sistema oncologico e porvi rimedio, se si vuole che il nostro Sistema sanitario continui a sostenere la copertura gratuita dei trattamenti per tutti i malati di cancro, tenendo presente che ogni giorno in Italia si diagnosticano circa mille nuovi casi.

La spesa in Italia per i farmaci anticancro: 3,899 milioni di euro

In tempi di crisi e tagli, la coperta del Sistema sanitario è sempre più corta, mentre il numero di malati è in crescita e sale pure, proprio grazie ai successi terapeutici, anche la cifra di quanti riescono a rendere il cancro una malattia cronica, sottoponendosi a varie terapie per anni, talvolta decenni. E se in Italia nel 2014 la spesa per medicinali oncologici ospedalieri è stata pari a 3,899 milioni di euro, il problema non è soltanto nostro visto che nello stesso anno il costo dei farmaci anti-cancro ha raggiunto a livello mondiale la cifra record di cento miliardi di dollari . E’ in quest’ottica che s’inquadra la recente analisi statunitense, che prende avvio dalla priorità assoluta di eliminare gli sprechi in sanità e dalla relativa carenza di studi che riguardano i possibili danni (non solo economici) provocati da confezioni di farmaci che contengono dosaggi maggiori del necessario.

«Sprecato» tra l’1 e il 33 per cento del contenuto di ogni fiala

«Le fiale hanno contenuti standard – spiega Maurizio Tomirotti, presidente del Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO) e direttore dell’Oncologia Medica all’Ospedale Maggiore Policlinico Ca’ Granda di Milano – basati su un quantitativo medio “ragionevole”. Il problema nasce dal fatto che la dose viene personalizzata sul singolo paziente in base al suo peso corporeo o al rapporto fra chili e altezza. Raramente, in pratica, la quantità di medicinale necessaria equivale precisamente al contenuto della fiala, che una volta aperta non può essere conservata. Si finisce così per buttare ogni volta costosissimi quantitativi di liquidi, che per di più si trasformano in rifiuti tossici da smaltire ». Dopo aver analizzato i dati relativi ai 20 farmaci anticancro più utilizzati negli Usa (somministrati in base al peso corporeo del paziente e impacchettati in fiale), i ricercatori hanno stimato gli «avanzi» che, a seconda del tipo di medicinale, variano tra l’1 e il 33 per cento. In denaro, se si calcola che la spesa complessiva prevista negli Usa nel 2016 per i 20 farmaci è pari 18 miliardi di dollari (circa 16 miliardi di euro), la quantità di denaro sprecata nei resti è pari in media al 10 per cento del totale (ovvero 1,6 miliardi di euro).

La soluzione italiana: riunire i pazienti in base alla terapia che seguono

L’analisi appena pubblicata sul British Medical Journal propone diverse possibili soluzioni per risolvere il problema. Da un lato chiama in causa le aziende farmaceutiche che potrebbero, secondo gli autori, bilanciare meglio il contenuto di ciascun «pacchetto» per minimizzare gli scarti oppure utilizzare fiale di diverse misure in modo che gli oncologi possano aprire quella più adeguata al paziente che hanno di fronte (ampolle più o meno piccole in base, in pratica, a malati più o meno alti o pesanti). D’altro canto chiede un intervento delle istituzioni regolatorie e infine guarda a opzioni praticabili nella pratica clinica quotidiana. «In Italia si sta diffondendo quello che chiamiamo il drug day (il giorno del farmaco, ndr) – dice Tomirotti, ricordando che il Cipomo da anni ha sottoscritto un Manifesto per la Green Oncology con dieci comportamenti saggi da adottare per un’oncologia più sostenibile -. In pratica, soprattutto quando si devono somministrare farmaci innovativi dai prezzi elevati, concentriamo i pazienti che devono essere curati con lo stesso medicinale nello stesso giorno, in modo tale da poter utilizzare i contenuti delle fiale che apriamo su un numero di persone, riducendo così gli avanzi il più possibile».

FONTE: Vera Martinella (corriere.it)