venerdì 29 aprile 2016

L’aspettativa di vita degli Italiani? In calo per la prima volta nella storia

Dal rapporto Osservasalute nel 2015 il trend per gli uomini è stato 80,1 anni e 84,7 per le donne

Per la prima volta nella storia d’Italia l’aspettativa di vita degli italiani è in calo. Lo afferma il rapporto Osservasalute, presentato oggi, secondo cui il fenomeno è legato ad una riduzione della prevenzione. Nel 2015 la speranza di vita per gli uomini è stata 80,1 anni, 84,7 anni per le donne, spiega Walter Ricciardi, direttore dell’osservatorio sulla Salute delle Regioni. Nel 2014, la speranza di vita alla nascita era maggiore e pari a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne. L’andamento ha riguardato tutte le regioni. 

Nella PA di Trento si riscontra, sia per gli uomini sia per le donne, la maggiore longevità (rispettivamente, 81,3 anni e 86,1 anni). La Campania, invece, è la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa, 78,5 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne.  

Per quanto riguarda le cause di morte, dai dati del 2012, quelle più frequenti sono le malattie ischemiche del cuore, responsabili da sole di 75.098 morti (poco più del 12% del totale dei decessi).  

Seguono le malattie cerebrovascolari (61.255 morti, pari a quasi il 10% del totale) e le altre malattie del cuore non di origine ischemica (48.384 morti, pari a circa l’8% del totale).  

«Il calo è generalizzato per tutte le regioni - ha spiegato Ricciardi -. Normalmente un anno ogni quattro anni, è un segnale d’allarme, anche se dovremo aspettare l’anno prossimo per vedere se è un trend. Siamo il fanalino di coda nella prevenzione nel mondo, e questo ha un peso». 


LO STILE DI VITA PERO’ È MIGLIORATO  
Sempre in base al rapporto Osservasalute 2015 migliora, almeno un poco, lo stile di via degli italiani. Tra gli elementi positivi si registra per il 2014 un calo dei fumatori di sigarette rispetto all’anno precedente, e del numero medio di sigarette fumate al giorno; diminuisce anche la prevalenza di consumatori di alcolici (63,9% contro 63,0%), mentre si registra un contemporaneo aumento della percentuale di non consumatori (34,9% contro 35,6%). Diminuisce, inoltre, la percentuale di bambini di 8-9 anni in sovrappeso: dal periodo 2008-2009 al 2014, si passa infatti da una quota pari al 12% di bambini obesi al 9,8%; per il sovrappeso si passa dal 23,2% al 20,9%. 

Per quanto riguarda l’attività fisica, la percentuale di quanti praticano attività sportiva in modo continuativo passa dal 19,1% nel 2001 al 23% nel 2014. Cala la sedentarietà: nel 2014 i sedentari sono circa 23 milioni e 500 mila, pari al 39,9% degli italiani. Nel 2013 erano 24 milioni e 300 mila, pari al 41,2%. Nota dolente, invece, un calo del consumo di 5 porzioni e più al giorno di verdura e frutta (nel periodo 2005-2014 si passa dal 5,3% della popolazione al 4,9%). 

ITALIANI SEMPRE PIU’ IN SOVRAPPESO  
Inoltre, gli italiani sono sempre più grassi: nel periodo 2001-2014, è aumentata la percentuale delle persone in sovrappeso (33,9% contro 36,2%), ma soprattutto è aumentata la quota degli obesi (8,5% contro 10,2%).  

VACCINI: TROPPO SCARSA L’ATTENZIONE  
Sul fronte della prevenzione, inoltre, si nota la scarsa attenzione degli italiani alle vaccinazioni. Se nel 2013 per quelle obbligatorie (tetano, poliomielite, difterite ed epatite B) si registrava il raggiungimento dell’obiettivo minimo stabilito nel vigente Piano nazionale prevenzione vaccinale - in accordo con le raccomandazioni dell’Oms - pari ad almeno il 95% di copertura entro i 2 anni di età, nel periodo 2013-2014 si registrano valori di copertura al di sotto dell’obiettivo minimo stabilito, pur rimanendo comunque al di sopra del 94%. Lo stesso andamento in diminuzione si evidenzia per le coperture di alcune vaccinazioni raccomandate, quali anti-Hib e pertosse. 

Quanto al vaccino antinfluenzale, è significativo il calo delle adesioni tra gli anziani, che sono peraltro proprio una delle fasce di popolazione più a rischio di complicanze dell’influenza. Negli over 65 la copertura antinfluenzale in nessuna regione raggiunge i valori considerati minimi (75%) e ottimali (95%) dal Pnpv. Nell’arco temporale 2003-2004/2014-2015, per quanto riguarda la copertura vaccinale degli ultra 65enni si è registrata una diminuzione a livello nazionale del 22,7%, passando dal 63,4% al 49%.  

POCHI FONDI PER LE SPESE SANITARIE  
La voce prevenzione risulta trascurata anche a livello di finanziamenti. Non solo il nostro Paese destina appena il 4,1% della spesa sanitaria totale alle attività di prevenzione (dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico-Ocse), ma «la prevenzione risulta la funzione più sacrificata anche a livello regionale, specie laddove vi è la pressione a ridurre i deficit di bilancio. Infatti, dagli indicatori riferiti all’erogazione dei Lea emerge che le Regioni in piano di rientro non rispettano gli standard stabiliti dal ministero della Salute per le funzioni relative alla prevenzione. In particolare nel Lazio e in Sicilia il punteggio calcolato per il monitoraggio dei Lea sull’attività di prevenzione si attesta rispettivamente a 50 e 47,5, mentre il valore soglia stabilito dalla normativa deve essere superiore o uguale a 80. Il ministero per monitorare i Lea ha implementato, a partire dal 2003, un sistema di indicatori con dei punteggi. Le Regioni sono adempienti se il punteggio totale supera quello minimo stabilito.  

IN COMPENSO SONO TRIPLICATI GLI ULTRACENTENARI  
Si conferma il boom degli ultracentenari, ma aumentano i «giovani anziani» (65-74enni).  

La popolazione ultracentenaria continua dunque ad aumentare sia in termini assoluti sia relativi: al primo gennaio 2015 oltre tre residenti su 10.000 hanno 100 anni e oltre. 

Gli ultracentenari sono molto più che triplicati dal 2002 al 2015, passando da 5.650 unità nel 2002 a oltre 19.000 nel 2015. In termini relativi, nel 2002, quasi uno ogni 10.000 residenti era ultracentenario, mentre nel 2015 oltre tre ogni 10.000. Se si considera il solo contingente femminile, negli stessi anni si è passati da 1,6 a 5,1 ultracentenarie ogni 10.000 residenti.  

Gli ultracentenari uomini sono passati da 0,3 a 1,1 ogni 10.000 residenti. Il Rapporto sottolinea inoltre che nell’ultimo anno di calendario, considerando sia gli uomini sia le donne, si è registrato un incremento di ben 1.211 unità, con un incremento annuo pari a 6,8%. La componente femminile è più numerosa: nel 2015, infatti, le donne rappresentano l’83,8% del totale degli ultracentenari. Aumentano anche i «giovani anziani» (ossia i 65-74enni): sono oltre 6,5 milioni, pari al 10,7% della popolazione residente (nello scorso rapporto figuravano oltre 6 milioni, pari al 10,6% della popolazione residente. 

FONTE: lastampa.it

lunedì 25 aprile 2016

Dieta mediterranea, a sorpresa l'Australia e India battono l'Italia

Dieta mediterranea, a sorpresa l'Australia e India battono l'Italia
Ci supera anche la Nuova Zelanda. Lo sostiene uno studio su 15.482 pazienti con precedenti eventi cardiovascolari

AUSTRALIA, India e Nuova Zelanda mangiano più mediterraneo di noi. E, curiosamente, anche alcuni paesi nordici. Con innumerevoli vantaggi, documentati da un ennesimo studio su oltre 15.000 pazienti in 39 paesi, in uscita oggi su European Heart Journal.Lo studio ha analizzato persone con precedenti eventi cardiovascolari, come attacchi di cuore e ictus. Dunque pazienti ad alto rischio di altri eventi cardiovascolari. Scoprendo che tanto più si mangia mediterraneo, quindi dieta ricca di frutta, verdura, legumi, pesce, cereali integrali, tanto meno si è soggetti ad altri eventi cardiovascolari. Nel contempo, però, lo studio ha verificato come una classica dieta occidentale, troppo ricca di dolci, zuccheri, bevande zuccherate, fritti, non è invece associata ad un aumento del rischio. Anche se naturalmente nessuno si sente di consigliarla.

Lo studio. Ma veniamo allo studio: 15.482 pazienti, età media 67 anni, 3.7 anni in media di follow up. In questo periodo si sono verificati 1588 casi di attacchi di cuore, ictus o morte (10,1 per cento). Ma in coloro che avevano una aderenza maggiore alla dieta mediterranea, la percentuale scendeva.

Niente calorie. "Abbiamo misurato l’aderenza alla dieta mediterranea con un punteggio specifico  (Mediterranean diet score, MDS), senza tenere conto dell’introito calorico giornaliero  – spiega dall’università di Auckland Ralph Stewart, primo firmatario dello studio – e ci siamo accorti che chi mangiava più cibi salutari e aveva quindi un punteggio uguale o maggiore di 15 era soggetto a eventi cardiovascolari nel 7,3 per cento dei casi; coloro che avevano un punteggio di 13-14 vedevano aumentare il rischio al 10,5 per cento. Infine chi registrava 12 punti, o anche meno, aveva una percentuale aumentata del 10,8 per cento.

Meno infarti e ictus. Dopo aver aggiustato questi numeri con altri fattori, abbiamo scoperto che ogni punto in più del “Mediterranean diet score” era associato ad una riduzione del 7 per cento nel rischio di infarti, ictus o morte, in pazienti che già avevano avuto un evento cardiovascolare. Contemporaneamente, e certamente non ce l’aspettavamo, un consumo più alto di alimenti considerati non sani, non è risultato associato ad un aumento di eventi avversi".

Un menù che piace all'estero.  Quel che è più interessante è che il modello mediterraneo è stato trovato anche in paesi molto lontani da noi, come appunto Australia e Nuova Zelanda. "Abbiamo dimostrato – continua Stewart – come lo stesso punteggio possa essere applicato a diete profondamente diverse globalmente. Sono gli stessi alimenti che sembrano essere protettivi. E non è un caso che in altre parti del mondo, più che in Italia, le popolazioni scelgano una dieta più italiana di quella seguita da voi. E il nostro studio dimostra che bisogna enfatizzare il messaggio di mangiare sano e mediterraneo".

Le porzioni. Lo studio non ha analizzato l’introito calorico giornaliero dei pazienti, né ha definito con esattezza il concetto di porzione, lasciandolo all’interpretazione dei singoli e verificando che con porzione mediamente si intende un frutto, oppure una quantità di pesce, carne, verdure o cereali per una persona. Non è stato un caso. "Volevamo rendere il questionario quanto più intuitivo possibile – conclude Stewart – in modo da poter essere completato da tutti facilmente. Ci rendiamo conto di come possa essere un limite e fornire imprecisioni, ma è anche un punto forte dello studio perché ci consente di dimostrare che anche quando la dieta è molto complessa, alcune domande semplici riescono a identificare un modello alimentare associato con un rischio minore di infarti o ictus".

FONTE: Elvira Naselli (repubblica.it)

domenica 24 aprile 2016

Dal bicarbonato di sodio all'aceto di mele, tutti gli errori del fai-da-te sulla pelle

Solo perché alcuni trattamenti di bellezza sono a base d'ingredienti naturali, non significa che siano anche senza rischi: al contrario, possono spesso scatenare reazioni di tipo irritativo o allergico, con gravi danni alla cute 

Molte persone sono solite cercare i consigli di bellezza su Google, convinte che il "passaparola" della rete e i trattamenti naturali giovino sempre alla pelle. In realtà è spesso vero il contrario e, come avverte la dottoressa Cristiana Colonna, Responsabile dell'Ambulatorio di Dermatite atopica del reparto di Dermatologia Pediatrica del Policlinico di Milano, «è bene non confondere "naturale" con "innocuo", perché non è affatto vero che ciò che prendiamo dalla natura e applichiamo poi sulla pelle sia sempre sicuro al cento per cento. Al contrario, può capitare che questo prodotto "tutta natura" scateni reazioni di tipo irritativo o, ancor peggio, allergico, sia per il costituente naturale stesso del prodotto in questione che per il veicolo nel quale viene miscelato». 

È il caso dell'acqua di amamelide, un antinfiammatorio naturale usato spesso come astringente nei trattamenti fai-da-te: «Quello che però le persone non sanno - spiega ancora la dottoressa Colonna - è che questa pianta viene spesso distillata in una base alcolica che, se applicata sulla pelle, può causare estrema secchezza e desquamazione». Non bastasse, la fragranza naturale che la compone è l'eugenolo, che è un potente irritante.

Ricorrere al limone per schiarire la pelle

Adorato dai guru della bellezza fai-da-te come miglior rimedio schiarente presente in natura, in realtà questo frutto è l'incubo di ogni dermatologo, perché il suo pH 2 può danneggiare gravemente il pH naturale della pelle, che è compreso fra 4 e 5, mentre l'elevata componente acida finisce per erodere il film protettivo dell'epidermide. E se tutto questo non fosse già sufficiente a sconsigliarne l'utilizzo, è bene sapere che il limone aumenta anche la sensibilità al sole, provocando dolorose vesciche e scolorimenti cutanei che possono durare diversi mesi. Riassumendo: il limone è perfetto nel tè, ma non in faccia.

FONTE: Simona Marchetti (corriere.it)

venerdì 22 aprile 2016

Giornata nazionale per la salute della donna

Oggi è il 107° anniversario della nascita del premio Nobel Rita Levi Montalcini. 181 ospedali offrono per una settimana servizi diagnostici gratuiti

Si celebra oggi, nella giornata del 107° anniversario della nascita del premio Nobel Rita Levi Montalcini, la prima Giornata nazionale per la salute della donna. Oltre alle numerose iniziative che si svolgeranno in tutta Italia, è previsto anche un confronto tra istituzioni, cittadini e professionisti del Sistema Sanitario Nazionale, articolato in 10 tavoli tematici che produrranno ognuno un documento di sintesi con cinque proposte operative, le quali costituiranno le 50 azioni attuative del manifesto dedicato alla salute della donna, da mettere in campo nei prossimi anni per la tutela della salute femminile. 

Le donne vivono di più, ma nella malattia  
«La nostra aspettativa di vita è aumentata, arrivando a 84,7 anni, ma sempre più gli ultimi sono più duri da vivere a causa del logoramento e del fatto che spesso ci si trascura. Ecco che per sensibilizzare e informare la popolazione sul tema della salute della donna, celebriamo la Giornata della salute della donna il giorno della nascita di Rita Levi Montalcini» ha dichiarato il Ministro Beatrice Lorenzin. 

Infatti, se invece dell’aspettativa di vita, si considerano gli anni di vita sana, i dati indicano che il tempo guadagnato è caratterizzato da malattia e disabilità. Le donne spesso sottovalutano i propri disturbi e trascurano la propria salute a vantaggio della cura di chi sta loro accanto, complici anche i ruoli socio-culturali, importanti variabili ambientali nel determinare la salute. A ciò si aggiungono le specificità di genere troppo spesso trascurate, nonostante le differenze tra l’organismo maschile e femminile stiano diventando sempre più indagate in medicina, perché insorgenza, evoluzione e gestione della patologia sono diversi nell’uomo e nella donna. Inoltre, l’appropriatezza terapeutica dell’approccio di medicina-genere specifica comporta notevoli risparmi per il Servizio sanitario nazionale.  

(H)Open Week: visite gratuite in 180 ospedali con i Bollini Rosa  
Oggi parte anche (H)Open Week, l’iniziativa organizzata da Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, con il patrocinio di 19 tra Società scientifiche e associazioni, dedicata alla sensibilizzazione, alla prevenzione e alla cura delle patologie a maggior impatto femminile. Sono state 181 strutture, sui 248 ospedali con i Bollini Rosa, ad aver dato l’adesione all’iniziativa e per una settimana offriranno servizi gratuiti diagnostici, clinici e informativi per le patologie a maggior impatto femminile, epidemiologico e clinico». Le aree specialistiche coinvolte nell’(H)Open Week sono: diabetologia, dietologia e nutrizione, endocrinologia, ginecologia e ostetricia, malattie cardiovascolari, malattie metaboliche dell’osso, neurologia, oncologia, reumatologia, senologia e sostegno alle donne vittime di violenza. I servizi gratuiti sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it con indicazioni di date, orari e modalità di prenotazione. 

La campagna social  
Numerosi gli hashtag lanciati per l’iniziativa, al fine di rendere sempre più evidente l’importanza della salute della donna, da quello ufficiale #SD16 che sta per Salute Donna 2016, a quelli relativi ai dieci tavoli tematici, da usare insieme a quello principale #SD16. Da #sessualità a #migranti, da #alimentazione a #dipendenze, l’elenco degli hashtag è disponibile qui . 

Giù le mani, stop alla violenza  
Le donne vittime di violenza in Italia sono 7 milioni, di cui circa 746mila hanno subito un tentativo di stupro. Una donna su tre è dunque stata oggetto, almeno una volta nella vita, di un qualche tipo di abuso. Dati allarmanti sui quali bisogna intervenire. Contro violenza e abusi sono scesi in campo anche le farmacie di Federfarma con il progetto «Mimosa», iniziativa già avviata in molte città e in arrivo oggi anche nella capitale, per dare a tutte le donne che hanno subito violenza fisica, psicologica o economica l’aiuto necessario per tornare a vivere una vita normale. 

Le richieste delle donne milanesi ai candidati sindaco  
Infine, in vista delle prossime elezioni comunali, Onda organizza a Milano un incontro aperto alla cittadinanza nel corso del quale i candidati sindaco si confronteranno sui temi di salute, assistenza, welfare e sicurezza partendo dai risultati di un indagine condotta su 1000donne milanesi. Appuntamento il 5 maggio alle 11 presso il Centro culturale San Fedele in Piazza San Fedele 4 

Cartolina celebrativa e annullo filatelico a Rita Levi Montalcini  
Una cartolina celebrativa dedicata a Rita Levi Montalcini è una delle iniziative della Regione Lombardia per celebrare la giornata di oggi. Mille le copie saranno distribuite gratuitamente questa mattina nel foyer di Palazzo Pirelli, in via Filzi 22 a Milano, dove sarà allestito stand di Poste Italiane dove sarà anche possibile avere lo speciale annullo filatelico per il quale sarà utilizzato il francobollo dedicato alla giornata, del valore di 0,95 euro, stampato in 800.000 esemplari che uscirà oggi in tutta Italia. 

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

giovedì 21 aprile 2016

L'aspirinetta è anticancro: riduce i rischi di morte e metastasi

Oltre che per la prevenzione di malattie cardiovascolari, l'aspirinetta è anche anti-cancro. La ricerca è stata sviluppata alla Cardiff University's su una vasta mole di dati

Ecco una scoperta che potrebbe modificare senza troppi sforzi - e controindicazioni - le cure per i malati di cancro: l'"aspirinetta" - ovvero una bassa dose di aspirina, che di solito è prescritta per la prevenzione cardiovascolare - potrebbe diventare una terapia anticancro  da aggiungere alle terapie oncologiche prescritte per i diversi tumori.
Ad aprire alla speranza è uno studio pubblicato sulla rivista Plos One,secondo cui l'aspirinetta, in associazione con le terapie oncologiche, riduce del 20% il rischio di morte e metastasi. La ricerca è stata sviluppata alla Cardiff University's su una vasta mole di dati già pubblicati per diversi tumori. 

Sono ormai molte le ricerche che assegnano all'aspirinetta un ruolo preventivo importante in molte malattie oncologiche; più dubbio resta il ruolo di questo farmaco nella cura stessa dei tumori. Di qui l'idea di rianalizzare i dati disponibili di diversi studi già pubblicati. È emerso un ruolo terapeutico per questo farmaco: le evidenze più forti del ruolo dell'aspirinetta nel ridurre il rischio di morte per tumore e il rischio di metastasi sono emerse per tre importanti tumori, colon, seno e prostata.
L'effetto positivo è risultato anche per altri tumori, ma, spiegano gli autori, non si disponeva di una casistica di pazienti sufficientemente ampia da stabilirlo in via definitiva e quantificarlo.
FONTE: quotidiano.net

martedì 19 aprile 2016

Materasso "smart" smaschera i tradimenti


I sensori si attivano col movimento e avvisano su smartphone


Nell'era di elettrodomestici e oggetti di uso comune che diventano "intelligenti" grazie a sensori e collegamento a internet, anche il letto matrimoniale scende in campo. Una compagnia spagnola vuole lanciare sul mercato il primo materasso "smart" con l'obiettivo dichiarato di smascherare l'infedeltà del proprio partner. Il materasso è dotato di sensori in grado di rilevare movimenti e tipologie di pressione in superficie, inviando un messaggino sullo smartphone dell'utente ogni volta che si "attiva".

Nel video promozionale del Dumert Smarttress, questo il nome del prodotto, la compagnia calca la mano e mette in guardia da una "crisi globale di infedeltà che bussa alla porta". "Se il tuo partner non è fedele", conclude lo spot, "almeno il tuo materasso lo è", ed è l'unico che può promettere "sonni tranquilli".

Un portavoce della compagnia spagnola, interpellato dal sito Re/Code, spiega che il business è reale e che ci sono già diverse richieste per l'articolo, che è ancora in fase di produzione. Ma i primi commenti degli internauti al video condiviso su YouTube, non sono positivi. Per qualcuno è "la cosa più stupida e inutile che l'umanità abbia mai prodotto".

FONTE: ANSA

lunedì 18 aprile 2016

Dallo stress, al fumo fino alla paura: 7 motivi per cui i capelli diventano bianchi (prima del tempo)

Assodato che col passare degli anni tutte le persone ingrigiscono, c'è chi lo fa prima degli altri e non solo perché così è scritto nei suoi geni. Ecco alcune delle possibili cause di un fenomeno comunque irreversibile 

Se all'improvviso i fili argentei sembrano prendere il sopravvento sul resto della capigliatura, non resta che accettare il «grigio destino». Ma per non farsi cogliere impreparati, meglio dare un'occhiata ai propri genitori: se anche loro sono diventati bianchi in tempi rapidi e con la carta d'identità non ancora troppo in là negli "anta", è sicuro che ne seguiremo l'esempio. Come ha infatti confermato uno studio pubblicato su Nature Communications e nel quale i ricercatori, dopo aver analizzato le caratteristiche di 6 mila latinoamericani, hanno isolato una variante del gene legato all'ingrigimento, il color argento dei capelli è scritto nei geni. «E in questo caso la colpa si può dare a mamma e a papà - sottolinea la dottoressa Doris Day, dermatologa alla New York University Langone Medical Center - perché, così come per la calvizie, anche i geni dell'ingrigimento arrivano da entrambi i rami della famiglia».

Questa malattia autoimmune colpisce i follicoli piliferi del cuoio capelluto e del resto del corpo e si manifesta con piccole chiazze di forma rotondeggiante, che provocano un'improvvisa caduta dei capelli e dei peli. E quando questi ricrescono, sono di colore bianco. «Non appena si nota un'improvvisa perdita di capelli o compare una zona calva, è bene rivolgersi ad un dermatologo», raccomanda la dottoressa Day.

Diversi studi concordano nell'imputare all'inquinamento e alle tossine l'ingrigimento precoce della chioma. «Questo si verifica perché le sostanze chimiche generano i radicali liberi, che danneggiano la produzione di melanina, che è il pigmento naturale che conferisce colore alla pelle, ai peli e ai capelli, accelerandone così l'invecchiamento», puntualizza la Day, secondo cui, però, ci sarebbero anche altre ragioni, oltre a quelle ambientali, ad avere un forte impatto sul colore argenteo della capigliatura e la più importante di tutte la troviamo al punto successivo.

Quando il presidente Barack Obama è entrato alla Casa Bianca la prima volta, i suoi capelli erano di un bel nero corvino, mentre ora, cinque anni più tardi, sono quasi completamente grigi e per molti la colpa è dello stress. «In effetti l'ingrigimento di Obama ha fatto scalpore - ammette Marcello Monti, Professore di Dermatologia all'Istituto Clinico Humanitas - ma prima di lui era successo anche a Clinton e in genere capita a tutte le persone che assumono impegni importanti, donne comprese. Questo perché quando si è sotto stress vengono prodotti fattori inibitori della pigmentazione del capello, che ne causano l'ingrigimento, anche se, ad oggi, non c'è una spiegazione precisa su come ciò avvenga né, tantomeno, una cura».

FONTE: Simona Marchetti (corriere.it)

domenica 17 aprile 2016

Leggera come una seconda pelle, nasce “Biosuit” per vivere su Marte

Da un’iniziativa internazionale le tute destinate ai viaggi del futuro. Il Mit di Boston collabora con il brand italiano Dainese

La tuta spaziale che gli astronauti indosseranno su Marte sarà quasi come una seconda pelle, aderente ed elastica, comoda da indossare e facile da rimuovere. Naturalmente sicura, ma meno ingombrante rispetto a quella pesante e voluminosa dentro la quale si nascondevano Neil Armstrong e Buzz Aldrin durante lo storico sbarco sulla Luna del 1969. 

Ma è già da prima, dalla metà degli Anni 50, che si pensava che la «spacesuit» dovesse essere leggera e pratica: proprio come quella color argento di Gordon Cooper, del progetto Mercury, il primo programma spaziale della Nasa. Ora l’agenzia Usa, per il viaggio umano sul Pianeta Rosso, previsto intorno al 2030, ha deciso di tornare alle origini: da quattro anni è in corso un progetto per mettere a punto una nuova tuta spaziale, più leggera e pratica. Ideata da Dava Newman, docente del Mit di Boston e «Deputy administrator» della Nasa, è stata progettata dallo studio Trotti and Associates dell’architetto spaziale argentino Guillermo Trotti. Un lavoro di gruppo a cui sta dando un contributo anche l’Italia. A realizzare i primi prototipi, infatti, è Dainese, l’azienda di Vicenza dove nasce l’abbigliamento per motociclisti e sciatori. 

È qui, nel laboratorio dei «Progetti speciali», che sta prendendo forma la tuta, prevista per le camminate spaziali. «La novità è che sostituiremo la pressurizzazione pneumatica con una pressurizzazione di tipo meccanico», dice il responsabile Michele Brasca. «Oggi - racconta - l’interno della tuta degli astronauti, perché l’uomo possa resistere nello spazio, dev’essere pressurizzata, come la fusoliera di un aereo. La pressione all’interno, però, rende la tuta ingombrante e rigida, il che aumenta notevolmente lo sforzo dell’astronauta per spostarsi. Il nuovo progetto cambia tutto». 

Punto di partenza è uno studio del fisico americano Arthur Iberall, che all’inizio degli Anni 40 scoprì che nel corpo ci sono punti particolari: nonostante i movimenti, non si contraggono e non si allungando e, collegandoli attraverso le cosiddette «linee di non estensione», la pressione dell’organismo rimane costante. «La nuova tuta è concepita in modo da congiungere questi punti, esercitando una pressione meccanica sul corpo senza interferire, però, con il movimento degli astronauti». 

Lo si vede già dal design: le linee di non estensione sono rappresentate dai filamenti rossi e neri che decorano il prototipo della Biosuit, questo il suo nome, indossato nelle immagini ufficiali proprio da Dava Newman. La tuta sarà realizzata con materiale elastico, ma sulle altre caratteristiche le ipotesi sono aperte. «Dai laboratori di Boston arrivano sempre nuovi tessuti da testare». 

Di sicuro la «spacesuit» dovrà garantire agli astronauti il giusto apporto di ossigeno, proteggendoli dall’assenza di gravità, dalle radiazioni solari, dall’impatto con le particelle in movimento a velocità elevatissime. Uno scudo che oggi è costituito da 12 materiali diversi, sovrapposti, che danno vita a uno scafandro rigido dal costo di 10 milioni di dollari. La sfida è rendere la struttura e i costi decisamente più «agevoli», migliorando il comfort. 

Quel comfort che Dainese cerca di ottenere anche in un altro progetto, in collaborazione con l’Esa, l’Agenzia spaziale europea. Obiettivo: realizzare una tuta «da interno», da indossare nella Stazione Internazionale. «Al posto dei normali abiti o delle polo con cui abbiamo visto anche Samantha Cristoforetti», racconta Brasca. Il problema è che, in orbita, la massa muscolare diminuisce, il che provoca una serie di microdanni alla colonna vertebrale. Così, al rientro sulla Terra, la riabilitazione è lunga. «La nostra “Skinsuit” - spiega Brasca - è studiata per ricreare la stessa forza di gravità del nostro Pianeta». 

Realizzata in materiale elastico bidirezionale messo a punto nei laboratori del «Dainese Technology Center» e dotata di inserti che ne limitano l’estensione, la tuta è già stata testata in orbita dal danese Andreas Mogensen. La prova ha avuto esito positivo. «Ora ci stiamo preparando a tornare dello spazio». Con gli occhi puntati al 2030. 

FONTE: lastampa.it


venerdì 15 aprile 2016

Allergie agli acari, in arrivo primo vaccino autorizzato dall’Aifa

Il farmaco potrebbe essere inserito in fascia A, quindi essere gratuito per i cittadini. Forse già disponibile dal prossimo dicembre. La notizia arriva dal Congresso della Siaaic a Napoli

Un nuovo «vaccino» contro l’acaro della polvere si appresta a essere disponibile anche in Italia, da qui al prossimo anno. È questa una delle principali notizie emerse dal congresso della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic), in corso a Napoli fino a sabato. Secondo i primi dati, già accettati e in fase di pubblicazione sul «Journal of the American Medical Association», l’utilizzo del nuovo farmaco - già approvato in 11 Paesi europei e in Giappone e in fase di valutazione da parte della «Food and Drug Administration» negli Stati Uniti - potrebbe ridurre del 34 per cento il verificarsi di crisi respiratorie e del 40-60 per cento il ricorso ai cortisonici.  

UN’ALLERGIA CHE DURA TUTTO L’ANNO  
L’allergia agli acari - provocata da alcuni enzimi presenti nelle loro deiezioni, che mescolandosi alla polvere si accumulano su tutte le superfici domestiche - è una delle più diffuse. Sui quasi venti milioni di italiani che compongono la popolazione degli allergici, si stima che una quota compresa tra il 13 e il 21 per cento sia allergico agli acari. Come tutte le allergie provoca, anche quella agli acari provoca asma e rinite. Con un aggravante: che a differenza di chi è allergico ai pollini e vede riacutizzare i sintomi in autunno e in primavera, in questo caso l’allergia «dura» tutto l’anno. «Per queste persone anche il normale riposo notturno rappresenta una fonte di esposizione all’allergene - afferma Massimo Triggiani, direttore dell’unità di allergologia dell’azienda ospedaliero-universitaria San Giovanni di Dio Ruggi d’Aragona e professore associato di allergologia all’Università di Salerno -. Lo studio, di imminente pubblicazione, descriverà i benefici che hanno riguardato cinquemila persone. Oltre alla riduzione dei sintomi e dell’utilizzo del cortisone per via inalatoria, la ricerca porterà alla luce un calo degli accessi nei pronto soccorso».  

FARMACO GIÀ DISPONIBILE A DICEMBRE?  
Chi soffre di allergia agli acari lo sa: la scarsa ventilazione degli ambienti, l’alto tasso di umidità, l’inquinamento dell’aria e il fumo sono condizioni che esacerbano le manifestazioni (respiratorie e talvolta cutanee) della malattia. Ampia appare dunque la ricaduta che deriverà dell’imminente sbarco sul mercato di questo nuovo farmaco, in grado di attenuare nel tempo - a seguito della graduale somministrazione dell’allergene - la risposta immunitaria anomala che si innesca nell’organismo.  

L’Agenzia Italiana del Farmaco sta valutando le evidenze scientifiche disponibili. Ma secondo gli esperti un’accelerata giungerà proprio a seguito della pubblicazione di questo lavoro, prevista per la fine del mese. Al punto che secondo Walter Giorgio Canonica, direttore della clinica di malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Genova e presidente della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica, «il farmaco, che sarà somministrato in compresse andando così incontro anche alle esigenze del paziente, potrebbe essere inserito in fascia A».  

Ovvero: a costo zero per gli allergici e interamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Cosa che al momento, nell’immunoterapia applicata alle malattie allergiche, accade soltanto nei confronti dell’allergia alle graminacee. L’auspicio è che la svolta arrivi entro la fine dell’anno. Dopodiché l’allergia agli acari della polvere potrebbe veder ridurre drasticamente la sua prevalenza.  

FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it) 


martedì 12 aprile 2016

Diabete: nuove prospettive dalle staminali che producono insulina

Molecole di insulina (Getty Images)

Cellule beta fatte crescere in vitro, sui topi hanno iniziato a produrre l’ormone mancante dal primo giorno del trapianto. Finora non si era riusciti a farle diventare mature e funzionanti

Niente più iniezioni di insulina. In futuro ad aiutare i diabetici a recuperare la funzione pancreatica perduta saranno le cellule staminali. Un gruppo internazionale ha annunciato sulla rivista Cell Metabolismdi aver finalmente superato un ostacolo che bloccava la ricerca da anni, riuscendo a produrre in vitro cellule deputate alla produzione dell’insulina (cellule beta) mature e funzionanti, e a trapiantarle con successo in topi diabetici.

Il diabete di tipo 1 colpisce più di 30 milioni di persone nel mondo e risulta nella distruzione delle cellule beta del pancreas per una reazione eccessiva del sistema immunitario. Finora iniettarsi l’insulina è stata l’unica opzione alla portata della maggioranza degli individui affetti dalla malattia, anche se questo trattamento non riesce a simulare bene la secrezione naturale. Le fluttuazioni dei livelli di glucosio sono difficili da regolare, con rischi associati sia all’iperglicemia che all’ipoglicemia. L’altra possibilità è il trapianto da cadavere di quella parte del tessuto pancreatico che va sotto il nome di isole di Langerhans. Ma questa soluzione è ostacolata dalla penuria dei donatori e comporta comunque l’obbligo di assumere per tutta la vita dei farmaci immunosoppressivi con pesanti effetti collaterali. Le cellule staminali sarebbero l’uovo di Colombo, soprattutto da quando gli scienziati hanno imparato a far retrocedere le cellule adulte in uno stato di pluripotenza simil-embrionale. Insomma da quando nell’arsenale delle medicina rigenerativa sono comparse le cosiddette staminali pluripotenti indotte.

Finora i ricercatori erano riusciti ad avviarle al differenziamento in cellule beta pancreatiche, ma senza far raggiungere loro la piena maturità. Era come se rimanessero allo stadio precoce in cui si trovano naturalmente nei feti, che ricevono livelli controllati di glucosio dalla madre e non hanno bisogno di controllare la glicemia attraverso l’insulina. Poi alla nascita l’ossigenazione del sangue causata dal primo respiro fa scattare un interruttore molecolare che promuove il metabolismo ossidativo e la maturazione delle cellule beta. Gli americani del Salk Institute Michael Downes e Ronald M. Evans, insieme a colleghi giapponesi, coreani e australiani, hanno scoperto che questo passaggio è affidato alla produzione di una proteina (un recettore nucleare detto ERRy) già nota per il suo ruolo negli sforzi muscolari associati alle corse di resistenza. I ricercatori hanno indotto le cellule beta cresciute in vitro a produrne in abbondanza e le hanno trasferite in topi diabetici. Il risultato è stato che le cellule hanno iniziato a produrre insulina in risposta ai picchi di glucosio sin dal primo giorno del trapianto. Le ricerche proseguiranno, per ora, sul modello animale. Ma l’entusiasmo è palpabile. «Credo che questo lavoro ci traghetti in una nuova era in cui potremo creare cellule beta a volontà», ha dichiarato Evans.

FONTE: Anna Meldolesi (corriere.it) 

lunedì 11 aprile 2016

Trombosi, quell'ostacolo del sangue che è possibile prevenire

Ictus, infarto, embolia sono spesso conseguenze di questa patologia che colpisce ogni anno 600 mila italiani, 15 mila dei quali bambini o ragazzi. Eppure è possibile evitarla con una maggiore attenzione agli stili di vita. Aumentare questa consapevolezza è l'obiettivo della campagna #Alt Pigrizia, promossa in occasione della Giornata nazionale per la lotta alla trombosi e che prevede incontri in molte città d'Italia e iniziative in Rete e sui social network
Ne soffrono ogni anno 600.000 italiani, uomini, donne e perfino bambini e neonati. Sono le malattie da trombosi: ictus, infarto, embolia che colpiscono il doppio dei tumori ma che in un caso su tre sarebbero evitabili con una maggiore attenzione agli stili di vita. Ecco perché in occasione della quinta Giornata nazionale per la lotta alla Trombosi (13 aprile) torna la campagna "ALT Pigrizia" realizzata dall'Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari - Onlus (ALT) che quest'anno ha come slogan "Chi impara presto, campa 100 anni".

Che cos'è la trombosi. Si tratta di un processo patologico causato nei vasi sanguigni da una eccessiva tendenza del sangue a coagulare e a formare trombi che ostacolano la regolare circolazione: può verificarsi nelle arterie, causando infarto del miocardio e ictus cerebrale, o nelle vene, causando anche malattie altrettanto gravi ma spesso sottovalutate perché, come la trombosi venosa e l'embolia polmonare, si presentano con sintomi meno clamorosi: la prima viene spesso scambiata per infiammazione tendinea o muscolare, la seconda per polmonite o addirittura banale lombalgia. "Il meccanismo della trombosi si accende non per una sola causa, ma per cause multiple presenti nello stesso momento" spiega Lidia Rota Vender, presidente di ALT.

Genetica e fattori di rischio. In 5 persone su 100 nella popolazione sana è presente una mutazione genetica che moltiplica il rischio di sviluppare un evento da trombosi: "Ma l'assetto genetico di per sé non provoca trombosi, che invece si manifesta solo se alla predisposizione genetica si associa almeno un fattore di rischio transitorio, che può essere una malattia infiammatoria, un trauma, un intervento chirurgico, un lungo viaggio aereo, l'uso di terapie ormonali o di farmaci chemioterapici" chiarisce Vender.

Prevenzione - Se questi sono i fattori di rischio, uno stile di vita corretto può molto spesso scongiurare l'insorgenza del processo di formazione dei trombi: evitare la sedentarietà, ad esempio, svolgere un'adeguata attività fisica, non accumulare peso in eccesso, non fumare sono comportamenti che prevengono la trombosi.

Ogni età ha i suoi rischi. In base alle statistiche, su 100 persone colpite, 3 hanno meno di 40 anni. In Italia, ogni anno, la trombosi colpisce 15mila bambini (da neonati ad adolescenti). E non solo: nel nostro Paese, sono 35 su 100 gli uomini che muoiono per malattie causate da trombosi. Complessivamente ogni anno in Europa muoiono più di 4 milioni di persone e altrettante sopravvivono con invalidità gravissime e devastanti per la qualità della vita. E a fare più paura, su tutto, è l'ictus, che uccide ogni anno più di 1 milione di persone e occupa il secondo posto fra le cause di morte in Europa. Infatti, una donna su 7 e un uomo su 10, ogni anno, muoiono per colpa di un ictus cerebrale; in Italia sono 38mila uomini e 25mila donne l'anno.

Obesità e contraccettivi. Le donne obese che assumono la pillola contraccettiva hanno fino a 30 volte più probabilità di subire un raro tipo di ictus. E' quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Jama Neurology e condotto da un gruppo di ricercatori dell'Academic Medical Centre di Amsterdam. I ricercatori olandesi hanno scoperto che le donne con un indice di massa corporea superiore a 30 sono più a rischio di trombosi venosa cerebrale, causata da un coagulo nel cervello, un raro tipo di ictus che colpisce poco più di una persona su 100mila all'anno. In effetti, è noto che la donna è particolarmente esposta al rischio di andare incontro durante la vita a una malattia da trombosi, delle vene o delle arterie: "Durante la gravidanza, il rischio in ogni singola donna si quadruplica mentre nel post partum si moltiplica fino a 60 volte. Un altro periodo di rischio è quello di utilizzo della terapia ormonale, quella contraccettiva o quella sostitutiva in menopausa" spiega Vender. La donna è, inoltre, spesso portatrice di malattie infiammatorie come la colite, la tiroidite, l'artrite reumatoide, malattie che provocano una prolungata attivazione del sistema della coagulazione che porta il sangue a formare coaguli di sangue in diversi distretti del corpo, causando trombosi. "Sappiamo anche che il tessuto adiposo, cioè il grasso, è oggi riconosciuto come un tessuto fortemente infiammato, che come tale contribuisce a rendere il sangue più incline a coagulare".

Le iniziative. Gli eventi organizzati in occasione della Giornata nazionale per la Lotta alla Trombosi a Milano, Bergamo, Genova, Bologna, Ferrara, Cassino, Bari, Palermo sono dedicati alla popolazione di ogni età. Ci saranno giochi e incontri anche con le scuole. A Milano, accanto ad ALT ci sarà il Centro Sportivo Italiano con le miniolimpiadi che coinvolgeranno 400 studenti delle scuole medie dagli 11 ai 14 anni provenienti da Milano, Chiavari, Vighizzolo di Cantù, Roggiano, Luino, Varese e Genova che si sfideranno su giochi a squadre, per conquistare la Coppa buonsenso di ALT. A Milano si svolgerà anche un'edizione speciale di trekking. A Bologna ci sarà un incontro con la popolazione dal titolo "Nutrire il corpo e l'anima: un pomeriggio tra salute e musica" accompagnato da un concerto alla Regia Accademia Filarmonica. Le varie iniziative in programma sono elencate sul sito www.giornatatrombosi.it.
 
La giornata sul web. La Quinta Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi viaggerà anche sul web con il sito www.giornatatrombosi.it, la pagina Facebook della campagna e di ALT, frequentata ogni giorno da più di 1000 persone, l'hashtag #ALTpigrizia con il sito www.altpigrizia.org, la newsletter dedicata a più di 4mila contatti e il forum "Mi curo di te" su www.altforum.it per parenti e amici di tutti coloro che seguono una terapia anticoagulante.