martedì 31 maggio 2016

Tor Vergata, «Così prevediamo l'infarto»: una mappa in grado di indicare già a 40 anni il rischio di un attacco cardiaco


È una mappa che svela ad ognuno di noi il rischio che corriamo di avere un infarto. Una previsione made in Italy certificata nei laboratori e nella pratica clinica. Una carta, costruita su misura, da utilizzare su persone sane dai quarant'anni in su.

È il risultato di anni di lavoro di un'équipe di varie discipline dell'università Tor Vergata di Roma e San Raffaele di Milano. Obiettivo: riuscire ad indicare se il cuore di quell'uomo o quella donna sarà, nell'arco della vita, gravemente danneggiato. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Cardiovascular Medicine” e, in tempi brevi, lo strumento diventerà anche la mappa del rischio diabete. E poi forse anche del Parkinson e dell'Alzheimer, malattie neurologiche croniche degenerative. Un'analisi delle varianti (algoritmi) raccoglie i dati medici e i test genetici. L'insieme rimanda il quadro generale e permette di ipotizzare il rischio statistico in un individuo.

IL FUTURO
Gli autori del lavoro, sostenuto dalla Fondazione Roma, sono Francesco Romeo, ordinario di Cardiologia all'università Tor Vergata, Giuseppe Novelli genetista e rettore di Tor Vergata, Maurizio Ferrari che insegna Patologia clinica al San Raffaele di Milano e Maurizio Talamo ordinario di Sicurezza informatica a Tor Vergata. Il gruppo ha dato vita ad uno strumento che, in un futuro prossimo venturo, potrebbe intervenire in modo decisivo sui casi di infarto.

L'EMERGENZA
«Il 40% delle persone che arrivano al pronto soccorso con un infarto - spiega Giuseppe Novelli - non presentano identificabili fattori di rischio. Come può essere l'obesità, la pressione alta, il colesterolo fuori controllo, il diabete. Questo vuol dire che, per loro, ci deve essere un'altra motivazione. Che sta nella genetica. Da qui il nostro lavoro. La volontà di mettere a punto un sistema che non si basasse solo sui dati delle popolazioni in generale ma che fosse in grado di incrociare il profilo sanitario familiare, quello della persona, ancora non malata, l'esame di undici geni da tempo associati al rischio cuore e le abitudini di vita. E' l'algoritmo a rivelarci quale sarà la probabilità che si presenti la malattia».

Undici, sui trecento coinvolti nella patologia cardiovascolare, i geni che sono stati scelti per lo studio. Non si tratta di andare a cercare danni o mutazioni ma «versioni di rischio» precisa Novelli. Perché ogni persona ha le sue specifiche come ogni popolazione.

IL CAMPIONE
Quattro, dunque, i profili della persona che la massa di informazioni disegna come base portante della ricerca: quello della famiglia, il biochimico, il genetico e il comportamentale. L'unione di tutti e quattro fornisce, appunto, gli elementi per rassicurarsi o per cominciare a proteggere il cuore. Dai farmaci a nuove abitudini di vita.
«È questa la medicina personalizzata - spiega ancora Novelli - quella che riesce a costruire un sistema terapeutico completo tagliato e cucito come fosse un vestito su misura. La sperimentazione l'abbiamo fatta sia su un campione di pazienti che avevano subito un attacco cardiaco, circa duecento soggetti, che su un campione di persone perfettamente sane. E' ormai chiaro che ogni persona deve essere trattata nella sua unicità e non come una sorta di media statistica».

I FARMACI
Proprio studiando il profilo genetico o effettuando un test è possibile, secondo il gruppo di ricercatori, valutare l'efficacia di un determinato farmaco, gli eventuali effetti avversi come il dosaggio indicato per ogni singolo.
Questo significa che nell'arco di meno di dieci anni nella nostra cartella clinica troveremo, oltre allo storia sanitaria, anche il genoma sequenziato.

FONTE: Carla Massi (ilmessaggero.it)

lunedì 30 maggio 2016

La quinoa, il «falso cereale» ricco di vitamine e proteine: tutte le proprietà

La quinoa, simile a mais, riso e orzo tanto da essere etichettata come «pseudocereale» o «falso cereale» è invece è un vegetale, della famiglia delle Chenopodiacee, la stessa delle barbabietole da zucchero e dello spinacio. «Può essere cotta e aggiunta alle zuppe o ridotta in farine - spiega la dottoressa Manuela Pastore, dietista dell’Humanitas - ma anche utilizzata in insalate, piatti freddi, crocchette, insalate e biscotti».

La quinoa è stata utilizzata sin dall’antichità dalle popolazioni indigene in America latina. Oggi è invece presente nei mercati di tutto il mondo. La Fao ha dichiarato il 2013 «anno internazionale della quinoa» per sensibilizzare il mondo sul valore aggiunto di questo quasi-cereale alla biodiversità alimentare e sul ruolo che svolge nella lotta contro la povertà e la fame nel mondo.

Ha un elevato apporto di proteine (dal 10 al 17% della parte edibile) e contiene inoltre gliotto amminoacidi essenziali. È priva di glutine. Una recente ricerca del King’s College di Londra, pubblicata su The American Journal of Gastroenterology, ha visto come il consumo di 50 grammi al giorno di quinoa aggiunto a una dieta gluten free per celiaci risulta essere ben tollerato. L’apporto di quinoa avrebbe anche un impatto positivo su trigliceridi e sul profilo lipidico.

FONTE: Cristina Marrone (corriere.it)

sabato 28 maggio 2016

Super batterio resiste a tutti gli antibiotici, colpita donna negli Usa

Per la prima volta negli Stati Uniti trovato in una donna una specie di «escherichia coli» che non reagisce neppure ai trattamenti più potenti. I primi casi già segnalati in Cina

Per la prima volta è arrivato negli Stati Uniti un super-batterio resistente a qualsiasi tipo di antibiotici: a lanciare l’allarme gli scienziati del Dipartimento alla Difesa Usa, che hanno individuato la specie di «escherichia coli» nelle urine di una donna di 48 anni della Pennsylvania. Il dettaglio più allarmante è che l’agente patogeno in questione - spiega il rapporto pubblicato sulla rivista della Società americana di microbiologia «Antimicrobial Agents and Chemotherapy» -è resistente persino all’antibiotico di ultima generazione «colistin». La colistina infatti è considerata l’ultima spiaggia degli antibiotici e se un batterio riesce a sopravvivere anche a questa è impossibile fermarlo. Potrebbe essere, scrivono i media americani, «la fine della strada» per gli antibiotici.

Il batterio degli incubi»
Il rapporto non rende nota la condizione della donna portatrice del batterio, ma spiega che esperti dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) stanno indagando sulle modalità in cui la paziente avrebbe contratto il micro-organismo. Tra le possibilità anche quella di una ospedalizzazione. Gli esperti del Cdc stanno lavorando con le autorità della Pennsylvania intervistando la paziente (che, secondo il New York Timesstarebbe bene) e i familiari per capire come la donna possa essere stata colpita dal batterio e identificare ulteriori contagiati. Questo particolare agente patogeno è stato definito dagli esperti «il batterio degli incubi», che in alcuni casi può arrivare ad uccidere il 50% delle persone che ne vengono contagiate. La scoperta - scrivono gli autori dello studio «preannuncia la comparsa di un batterio davvero resistente ai farmaci». Anche perché il Dna del «Super batterio», con il gene Mcr-1, può diffondersi rapidamente tra le specie. Secondo Thomas Frieden, direttore dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Usa: «La preoccupazione è alta. Possiamo dire che già oggi per alcuni pazienti l’armadietto dei medicinali è vuoto. Può essere la fine per gli antibiotici, se non agiamo con urgenza».

FONTE: corriere.it

lunedì 23 maggio 2016

Funghi allucinogeni contro la depressione?

10790120643_382db06e60_z

Secondo uno studio su un piccolo numero di pazienti in Inghilterra, potrebbero alleviare i sintomi della malattia, ma è ancora troppo presto per dire se davvero funzionano.

I funghi allucinogeni potrebbero in futuro diventare una terapia contro il male di vivere. La psilocibina, la sostanza contenuta in alcune specie, e nota per i suoi effetti psichedelici, è stata sperimentata in un piccolo studio clinico – su solo 12 pazienti – come trattamento antidepressivo.
I risultati sono stati presentati in su Lancet, uno dei più seri e autorevoli giornali medico-scientifici.

IL VIAGGIO. La ricerca, condotta da un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra, ha coinvolto sei uomini e sei donne, di età compresa tra i 30 e i 64 anni, che soffrivano di depressione in forma grave e avevano già tentato almeno due terapie (in alcuni casi molte di più), senza risultato. La maggior parte di loro si era già sottoposta anche a psicoterapia.

I pazienti hanno presso due dosi di psilocibina, la prima minima, la seconda massiccia, a distanza di sette giorni. In entrambe le occasioni, dopo averla assunta, sono rimasti sdraiati per mezza giornata in una stanza con le luci soffuse, ascoltando musica e affiancati da due psichiatri cui potevano riportare sensazioni e disturbi. Poi sono tornati a casa.

Dopo una settimana dall’ultima dose, tutti hanno riportato una diminuzione dei sintomi che per alcuni è durata almeno tre settimane, e per circa la metà dei pazienti fino a tre mesi. A questo traguardo, metà stava ancora bene, un’altra metà era ricaduta. Indizi interessanti, ma ancora del tutto insufficienti per dire se e quanto possa funzionare, sia per il numero piccolissimo di pazienti, sia per il fatto che nello studio non era presente un gruppo di controllo.

L'IDEA DEL FUNGO. Trattare la depressione è una vera sfida. I farmaci antidepressivi più usati funzionano di solito solo in una minoranza di pazienti, e comunque la loro assunzione è legata ad assuefazione e a ricadute.

La terapia cognitivo comportamentale si è guadagnata un progressivo riconoscimento negli ultimi anni, ma rimane il fatto che in circa un paziente su cinque non funziona alcun trattamento.

L’idea della psilocibina deriva da studi precedenti degli autori dell’articolo, in cerca di alternative ai trattamenti classici. Questa sostanza, contenuta in quantità diverse nei funghi del genere Psilocybe, ha una struttura chimica simile a quella dell’Lsd e un effetto psicoattivo simile, con allucinazioni e alterazioni della percezione e della coscienza.

In alcune ricerche, monitorando con la risonanza magnetica il cervello di volontari che avevano assunto la sostanza, avevano evidenziato l’aumento di connessioni tra circuiti cerebrali normalmente non in comunicazione, un meccanismo che potrebbe – anche se non è chiaro in che modo – influire sui sintomi della depressione. Inoltre, la psilocibina ha una struttura simile a quella del neurotrasmettitore serotonina, su cui agiscono i tradizionali farmaci anti-depressivi.

CAUTELA! Gli autori dello studio hanno messo in guardia. Benché il test clinico sia stato considerato promettente, è assolutamente sconsigliato provare il fai-da-te. Nello stesso tempo, ha detto David Nutt, tra gli autori dello studio, «è importante che gruppi di ricerca accademici cerchino di sviluppare nuovi trattamenti per la depressione, dal momento che l’industria farmaceutica si sta tirando fuori da questo campo». 

FONTE: focus.it

domenica 22 maggio 2016

Conservazione del cordone ombelicale. Quale banca?


Come scegliere la miglior bio-banca? Quali sono i parametri per deciderlo? Quando due futuri genitori decidono per la conservazione delle cellule staminali cordonali del proprio figlio, hanno davanti a loro un’importante selezione da fare. Le cellule staminali del cordone possono essere raccolte unicamente al momento della nascita, quindi è giusto arrivare pronti al gran giorno così da godersi tutta la magia.

Le banche che si occupano di conservazione cordone ombelicale sono molto numerose, però non sempre il livello qualitativo del servizio offerto è standardizzato ma varia da struttura a struttura.
Per scegliere basta seguire pochi passi. Informarsi sul numero di trapianti effettuati e su quello di campioni conservati è senza dubbio la prima cosa da fare, perché in questo modo si può conoscere la reale capacità ed esperienza di una bio-banca.

Inoltre, è opportuno controllare che la struttura selezionata abbia le certificazioni di qualità di rilievo. Tra queste, la più importante è la GMP (Good Manufacturing Practice) che, oltre ad essere internazionale, comporta delle procedure operative molto scrupolose così da massimizzare la qualità dei prodotti destinati ad uso clinico. La bio-banca dovrà essere altamente competente dal punto di vista scientifico e questo lo si può scoprire dal suo Comitato Scientifico interno, la cui autorevolezza è verificabile valutando la quantità e la qualità delle pubblicazioni scientifiche.

Ci sono inoltre una serie di misure tutelative che una bio-banca dovrebbe mettere a disposizione dei propri clienti, sia dal punto di vista patrimoniale che legale. E’ preferibile ad esempio che il contratto proposto sia di diritto italiano e che oltre a soddisfare il nostro sistema fiscale, sia conforme anche alle normative di riferimento europee. Definire le coperture assicurative è un altro punto importante: avere la garanzia che la conservazione del cordone ombelicale avvenga anche in caso d’insolvenza della bio-banca è fondamentale.

Infine, sebbene non sembrino aspetti decisivi, scegliere una bio-banca che offra un servizio ininterrotto tutti i giorni dell'anno, un’assistenza domiciliare per la parte burocratica e la garanzia del diritto di recesso, è di certo la decisione migliore. Un servizio deve essere il più completo e affidabile possibile, soprattutto in questo caso di fronte a un bene così prezioso e per soddisfare le esigenze dei futuri genitori.


FONTE: Dania Pedron Responsabile Digital PR Sorgente www.sorgente.com

sabato 21 maggio 2016

Una spugna antartica contro i super batteri

con_h_25.c001-6343_web

L'arma contro le peggiori infezioni arriva dal fondo del mare: un composto estratto dalla Dendrilla Membranosa uccide il 98% degli Staphylococcus aureus resistenti agli antibiotici.

Un composto chimico estratto da una spugna antartica dà nuova linfa alla lotta contro lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA), uno dei super batteri più temuti e difficili da debellare, responsabile di molte delle infezioni contratte in ambito ospedaliero.

OLTRE LE ASPETTATIVE. I ricercatori della University of South Florida sono riusciti a isolare la sostanza prodotta naturalmente dalla Dendrilla membranosa e l'hanno testata in laboratorio: il composto chimico - chiamato darwinolide - ha neutra
lizzato oltre il 98% delle cellule di MRSA, risultato che molti antibiotici non raggiungono.

UNA STRAGE. «Solo l'1,6% dei super batteri esposti all'estratto è sopravvissuto», spiega Bill Baker, uno dei ricercatori. «Il darwinolide potrebbe costituire un'ottima base di partenza per nuovi antibiotici efficaci contro il biofilm», ossia un aggregato di batteri particolarmente difficile da trattare, responsabile dell'80% delle infezioni più resistenti.

FONTE: focus.it



venerdì 20 maggio 2016

Sifilide in aumento fra gli uomini in Europa

L’infezione genitale è dovuta al batterio Treponema pallidum. Causa ulcere ed escoriazioni e facilita la trasmissione dell’Hiv. Italia in controtendenza, con il tasso più basso di casi

Lungi dallo scomparire, i casi di sifilide continuano ad aumentare tra i maschi europei adulti. La buona notizia è che il nostro paese ha il tasso più basso di incidenza rispetto agli altri 28 presenti nell’ultimo Rapporto epidemiologicodel Centro europeo di controllo delle malattie (Ecdc). 

Nel 2014 sono stati 24.541 i casi riportati in 29 paesi europei, per un tasso di 5,1 casi ogni 100mila abitanti. L’Italia, in controtendenza, dal 2010 ha registrato un calo importante dei casi, soprattutto dopo il picco (1236) del 2013, arrivando a 388 nel 2014, con 0,6 casi ogni 100mila abitanti.  

CHE COS’È LA SIFILIDE  
La sifilide è una malattia sessualmente trasmessa. Chiamata anche «male francese» (e dai francesi «male di Napoli»), l’infezione genitale è dovuta al batterio Treponema pallidum, causa ulcere ed escoriazioni e facilita la trasmissione dell’Hiv (alza da 2 a 5 volte la probabilità). La trasmissione è piuttosto facile e può avvenire anche tramite qualunque contatto cutaneo con le zone infette. Se diagnosticata tempestivamente, può essere curata con successo con trattamento antibiotico. 

IL RITORNO DELLA SIFILIDE IN EUROPA: L’IMPENNATA  
Secondo il rapporto Ecdc, quasi i due terzi dei casi (63%) sono stati registrati tra uomini che hanno avuto rapporti omosessuali. Nei maschi il tasso è sei volte maggiore rispetto a quello femminile. In molti paesi la diffusione della malattia ha subito un’impennata tra il 2010 e 2014, con un raddoppio dei casi in Belgio, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Portogallo e Regno Unito.  

IN EUROPA, UNO SU TRE HA PIÙ DI 45 ANNI  
I più colpiti sono gli adulti: un caso su tre riguarda chi ha più di 45 anni. I più giovani, tra 15 e 24 anni, costituiscono solo il 13% dei casi, anche se di recente proprio l’Ecdc aveva sottolineato un aumento dei casi tra i giovani probabilmente dovuto alla sottostima delle malattie sessualmente trasmissibili e al calo di sensibilizzazione in questa fascia d’età verso la prevenzione e l’utilizzo del preservativo. Tra il 2004 e il 2014, è comunque diminuito il numero complessivo di casi tra gli under 35, mentre è aumentato quello degli over 35, il in particolare tra coloro con più di 45 anni (passati dal 18% dei casi al 30%). 

FONTE: Nicla Pancera (lastampa.it)

giovedì 19 maggio 2016

La tecnologia italiana che trasforma in acqua pura i liquami radioattivi

L’impianto Wow a Saluggia

Il primo appalto negli Stati Uniti per la scoperta dell’ingegner Marin sui rifiuti più pericolosi. La prossima sfida è la depurazione di acidi forti

La più rivoluzionaria tecnica sulla decontaminazione nucleare (e non solo), che apre prospettive enormi per un pianeta più pulito, è arrivata a una svolta importante. Sette anni dopo la casuale scoperta di un principio fisico di fluidodinamica (segretissimo) che permette di trasformare in acqua pura liquami radioattivi, senza filtri e con una bassa produzione di scorie, l’ingegnere padovano Adriano Marin con la sua Wow Tecnology spa ha vinto un bando internazionale del Department of Energy degli Stati Uniti con un progetto per la decontaminazione di liquidi radioattivi stoccati al Savannah River National Laboratory, nella Carolina del Sud.

Acqua pura

Per mettere a punto la nuova tecnologia, che ha ottenuto brevetti in tutto il mondo, ci sono volute lunghe sperimentazioni e molti test di validazioneeseguiti in un reattore nucleare e in un deposito di scorie radioattive. Ma ora il sistema chiamato Wow Water, che Marin e la sua équipe di dieci ingegneri ha sviluppato – grazie al supporto essenziale di Massimo Oddone (professore dell’Università di Pavia) e del Lena (Laboratorio di energia nucleare applicata dello stesso ateneo) - è pronto per essere impiegato con garanzie assolute di risultato. «L’ultima sperimentazione», spiega Marin, «è stata quella compiuta nel deposito di scorie radioattive Avogadro di Saluggia, dove, tra ottobre 2014 e aprile 2015, abbiamo trasformato circa 50 mila litri di liquidi radioattivi in acqua così pura che per analizzarla, in laboratori metrologici italiani e inglesi, ci sono voluti molti mesi». Il Cesio 137 è stato abbattuto di 350 mila volte, ottenendo così la separazione di acqua ultra pura da un concentrato di scorie liquide (da stoccare) inferiore a soltanto 20 litri e senza la produzione di scorie secondarie.

Il sistema di trattamento «Wow»

Il sistema di trattamento «Wow» ha enormi potenzialità ed è stato sotto gli occhi del mondo al recente vertice per la sicurezza nucleare svoltosi a Washington. L’incredibile abbattimento e la riduzione di volume delle scorie nucleari liquide ha suscitato molto interesse da parte degli Stati e delle aziende che gestiscono depositi di scorie. «Nonostante Wow possa trovare applicazioni in svariati campi», spiega Marin, «abbiamo voluto concentrarci sui rifiuti di categoria 3, i più pericolosi in assoluto tra le tre tipologie di rifiuti radioattivi, perché non c’è nessuno al mondo in grado di trattarli».

Un’altra sfida

Ma l’équipe guidata dall’ingegnere padovano sta già lavorando a una nuova sfida: una macchina in grado di trattare liquidi inquinanti contenenti acidi forti come il cloridrico, il fluoridrico, il fosforico o il nitrico, risolvendo un problema apparentemente insormontabile, quello del rischio di distruzione dell’apparecchio decontaminante per effetto degli acidi stessi. «Le prime sperimentazioni hanno avuto successo», rivela Marin, che invece mantiene il riserbo sui contatti con aziende giapponesi interessate all’applicazione del sistema Wow Water per la centrale nucleare di Fukushima, dove le conseguenze dell’incidente ai reattori nel 2011 continua a produrre contaminazioni e un volume di scorie elevatissimo. Solo per garantire il raffreddamento dei reattori incidentati, una gran quantità di acqua radioattiva deve essere ogni giorno trattata da sistemi che generano volumi di scorie radioattive che vanno ad aggiungersi alle altre, occupando ogni mese un’area vasta quanto un campo di calcio. Grazie alla tecnica adottata di Marin, tali scorie potrebbero essere ridotte (con spese molto contenute) al volume di una lavatrice.

Risparmio di risorse

L’attività della Wow Tecnology, azienda tutta italiana, continua grazie a finanziamenti privati. L’invenzione – che meriterebbe un premio Nobel - è in grado di trattare inquinanti di qualsiasi natura, inclusi batteri, virus, metalli pesanti, e se applicata su larga scala porterebbe non solo a un minor inquinamento, ma anche a un grande risparmio di risorse. E pensare che si è trattato di una scoperta del tutto casuale. Marin, 52 anni, un passato come dirigente della Riello e poi fondatore di una società di consulenze, nel 2005 stava lavorando con alcuni collaboratori in un garage alla costruzione di una macchina portatile che nei suoi intenti doveva servire a potabilizzare l’acqua nei paesi del Terzo mondo senza l’utilizzo di filtri. All’improvviso, manovrando qualcosa, cominciò a uscire acqua così pura che analizzarla era molto difficile. Ci vollero più di due anni per capire che cosa era successo. Nessun filtro magico, ma solo un principio fisico di fluidodinamica, che ha a che fare con un mix tra temperatura, pressione e altri parametri, e che permette di separare le molecole dell’acqua dal resto. Oggi la macchina, che nel suo insieme è grande come un Tir, potrebbe per esempio essere applicata per bonificare depositi di scorie liquide di origine industriale, aree inquinate, sversamenti, terreni contaminati da sostanze tossiche, metalli, ma anche per riportare a prato verde le centrali nucleari dismesse. Il tutto con beneficio per l’ambiente e risparmi incalcolabili.

FONTE: Luigi Corvi (corriere.it)

mercoledì 18 maggio 2016

Un volto nuovo per 24 ore: è nata la seconda pelle del Mit

Nei laboratori del Mit di Boston è nata la pelle che fa sembrare giovani

A spiegarne il segreto è Robert Langer, che a Boston ha sviluppato un polimero in grado di mimare le proprietà dell’epidermide di un giovane: elastico e riflettente, si applica sul viso cosparso di una speciale crema. Il «film» così ottenuto è iper-sottile e permette alla pelle sottostante di respirare. Per almeno 24 ore si indossa senza problemi e con un enorme sollievo psicologico. Si è sempre se stessi, senza il rischio di sfigurarsi nei modi ridicoli di certe manipolazioni chirurgiche. L’effetto di ringiovanimento, secondo il team americano, è stupefacente. Scompaiono le rughe e le famigerate borse sotto gli occhi si attenuano, ma i lineamenti non si alterano. È come se ci si fosse limitati a dare una ritoccatina all’orologio biologico. Molto «soft». 

L’industria multimiliardaria dell’eterna giovinezza, d’ora in poi, avrà una nuova arma: sebbene non ancora approvata dalla Food&Drug Administration (l’ok dell’ente federale sarà indispensabile nel caso «Second Skin» sia venduta come cosmetico), la «maschera» potrebbe arrivare presto sul mercato Usa. Al Mit si sostiene che l’utilizzo migliori la pelle «originale», agendo sul collagene e sulle fibre di elastina. In attesa delle prove definitive il team confessa di non avere ancora preso la decisione definitiva: «Second Skin» diventerà anche una cura contro eczemi e psoriasi? 

FONTE: Gabriele Beccaria (lastampa.it)

lunedì 16 maggio 2016

Le “superpillole” sono troppo care, adesso è boom di quelle taroccate

I prezzi dei farmaci salvavita hanno prezzi elevatissimi. L’allarme dagli Usa: un medicinale su dieci è contraffatto

Le nuove super pillole dai prezzi astronomici spingono il business dei farmaci taroccati. Un medicinale su dieci è contraffatto, dice la potente Fda, la Food and Drugs Administration americana. E se prima il mercato criminale puntava su pillole blu del sesso e integratori, ora l’offerta si orienta sui farmaci essenziali, come le medicine antitumorali, cardiovascolari, contro le malattie psichiatriche o le leucemie. Del resto non potrebbe essere che così, visto il listino prezzi dei nuovi “salvavita”. Il Sofosbuvir che sradica il virus dell’epatite C è a carico dello Stato solo per i malati in condizioni già gravissime. Tutti gli altri se non vogliono diventarlo dovrebbero sborsare qualcosa come 74 mila euro.  

RISCHIO CRAC  
I nuovi potenti anti-tumorali, che agiscono puntando sul nostro sistema immunitario, in Usa sono già sul mercato a oltre 100 mila dollari per ciclo terapeutico. Da noi si temporeggia per evitare che il nostro sistema sanitario faccia crac. Del resto pur con limitazioni e ritardi nelle autorizzazioni al commercio i colossi multinazionali di Big Pharma con i soli medicinali oncologici hanno fatto lievitare la spesa farmaceutica mondiale di 100 miliardi di dollari. 

Così per aggirare il caro-farmaci i pirati della pillola fanno anche loro affari d’oro, come rivela l’inchiesta condotta da Petrolio, in onda stasera su Rai 1. Secondo l’Ocse il mercato nero dei farmaci muove oramai qualcosa come 200 miliardi di dollari ogni anno. Un traffico che viaggia soprattutto on-line. Su 40 mila farmacie in rete, rivela l’Aifa, l’Agenzia del farmaco italiana, il 99,4% è illegale e un medicinale su due venduto sul web è falso. E la contraffazione si espande anche in Italia. 

«Oggi siamo sicuramente sopra il 3% di persone che dichiarano di acquistare on line i farmaci, quindi almeno 2 milioni di persone sono esposte a pericolo», dichiara Domenico Di Giorgio, che dirige l’Unità contraffazione all’Aifa. «Oggi cominciamo ad avere un problema con i prodotti di nuova generazione, che sono molto costosi e che così ritroviamo su internet. Un business facile perché magari basta piazzare una sola scatola, visto che arrivano a costare 200mila euro», rivela Giorgi. 

IL SEGRETO 
Ma cosa c’è dentro le pillole taroccate? Nel 32 per cento acqua fresca, nel 21% un principio attivo sbagliato, nel 20% una quantità non corretta e nell’8,5% dei casi impurità e contaminazioni. E qui tocchiamo un’altra nota dolente. Almeno un prodotto su dieci è contaminato, denunciano i produttori italiani dei principi attivi, ossia delle molecole che fanno di una pillola un farmaco. Medicinali prodotti dalla grande industria, regolarmente autorizzati dalle autorità competenti ma con principi attivi “impuri”, acquistati a basso costo da Paesi soprattutto asiatici, dove il massimo del controllo previsto sono le autocertificazioni di chi li produce. «Il mercato europeo è invaso per circa il 70% da principi attivi che provengono da Paesi come Cina ed India dove gli impianti, in gran parte, non sono ispezionati da autorità europee o americane e non è azzardato ritenere che oltre il 10% dei prodotti in circolazione sia composto da sostanze non conformi alle norma di buona fabbricazione europee e non perfettamente rispondenti alle specifiche e al profilo delle impurezze richieste», denuncia Gian Mario Baccalini, Presidente di Aschimfarma (Federchimica, che associa i produttori di principi attivi.  

«Di norma - spiega - un principio attivo è puro al 95 per cento mentre circolano confezioni con sostanza pure solo al 70% e che hanno un rischio tossicologico elevato». Come dire che non si può acquistare tranquilli nemmeno in farmacia. 

FONTE: Paolo Russo (lastampa.it)


sabato 14 maggio 2016

Creato con una stampante 3d l’osso artificiale che si rigenera

Il materiale è stato brevettato dall’Università di Milano-Bicocca. È un mix di silicio e plastica che si comporta come i tessuti umani

Solido ma flessibile. Sintetico ma organico. Autoriparante e biocompatibile. Servono tanti aggettivi per definire il nuovo materiale delle meraviglie partorito dalla ricerca italiana. Un mix evoluto e supertecnologico di silicio e speciali polimeri, destinato a rivoluzionare le cure per ossa e cartilagini. Un materiale ibrido, che si stampa in 3d e renderà enormemente più efficace e rapida la riparazione di una frattura, la ricostruzione di un menisco, il ripristino della cartilagine nei dischi vertebrali. Ma forse arriverà anche a cambiare - in meglio - il mondo della tecnologia. Avete presente quando si scheggia, in stile ragnatela, lo schermo dello smartphone? Il materiale annunciato ieri, brevettato dai ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con i colleghi dell’Imperial College di Londra, potrebbe servire anche a quello.  

Un limite è difficile da fissare, perché il nuovo composto sembra davvero a prova di tutto. I ricercatori ne hanno fatto anche un video, che lascia a bocca aperta: un pezzetto di questo bio-vetro si può tagliare a metà e poi, semplicemente unendo gli estremi, ricomporre alla perfezione. Non servono nemmeno colle o altre saldature di sorta. Un prodigio. E un prodigio che prima esisteva solo nel corpo umano, e da nessun’altra parte. Il nuovo materiale riproduce - all’ennesima potenza - le caratteristiche dei tessuti ossei naturali, soprattutto la cartilagine. «Mai era stato sintetizzato qualcosa di così elastico e insieme così resistente alla pressione e alla trazione», spiega Laura Cipolla, la docente di Chimica organica dell’Università di Milano-Bicocca che ha coordinato il gruppo italiano di ricerca. 

Il nuovo materiale servirà proprio a questo: a sostituire temporaneamente ossa e cartilagini quando occorre ripararle. «In termini di applicazioni - conferma Cipolla - si apre davvero un mondo, soprattutto a livello biomedico, quello da cui siamo partiti. L’idea è quella di utilizzarlo per migliorare la ricostruzione ossea. Potremo stampare in 3d un supporto da inserire proprio dove c’è il danno. Praticamente riempiremo la frattura con un sostegno biocompatibile, che aiuta la guarigione perché con il tempo le cellule naturali possono colonizzarlo e completare il loro naturale processo di rigenerazione». 

Altro che gesso o chiodi dopo una gamba rotta. In attesa che il corpo si rimetta a posto da solo, ecco un supporto tecnologico, sicuro, resistente, moderno. Il futuro è arrivato dove in fondo ce n’era più bisogno. «Quella con l’Imperial College - prosegue la ricercatrice - è una collaborazione nata quasi per caso, nel 2012, dopo aver incontrato il gruppo londinese a margine di un convegno. Negli anni abbiamo dovuto fare molti tentativi, perché per ottenere le proprietà che cercavamo dovevamo combinare materiali organici e plastici. Ma è una bella sfida, perché questi due mondi non sono per nulla felici di stare insieme. Era un po’ come combinare l’acqua e l’olio». 

Ma dentro i laboratori l’impossibile è un concetto relativo, al massimo uno stimolo. E così la miscela giusta è stata trovata. Da una parte semplice silicio. Dall’altra una plastica mai usata prima: un polimero sintetizzato per l’occasione e fatto in modo da essere biocompatibile, adatto ad integrarsi con i tessuti umani e vivi. «Ma in futuro - conferma Cipolla - potremo pensare anche ad una serie di applicazioni industriali. Oggi stiamo ancora parlando di un prototipo, da migliorare e adattare in base all’uso che vogliamo farne. Oltre agli schermi per smartphone, si potrebbe pensare a farne pellicole protettive per automobili, un involucro antigraffio con cui difendere la carrozzeria». 

FONTE: Stefano Rizzato (lastampa.it)


giovedì 12 maggio 2016

Boom di allergie: 9 milioni sensibili a Graminacee e Parietarie

L’AAITO, Associazione Allergologi Immunologi Territoriali e Ospedalieri, lancia una App. Visibili sul telefonino gli allergeni più diffusi nella propria zona o in altre città italiane

A maggio esplode la stagione delle allergie: i frequenti e drastici cambiamenti di temperatura hanno avuto come conseguenza una esplosione degli episodi di impollinazione sia avvenuta in maniera ancora più evidente del solito. Gli specialisti dell’AAITO, Associazione Allergologi Immunologi Territoriali e Ospedalieri, spiegano che proprio in questi giorni, a causa dell’aumento delle temperature e del forte vento, si sta assistendo al periodo dell’anno più problematico. La recente concentrazione atmosferica ha provocato un’esplosione della sintomatologia: nove milioni sono le persone colpite in questi giorni dalle allergie alle graminacee e parietarie, gli allergeni più aggressivi in Italia. 

In Italia i soggetti che soffrono di sintomatologie allergiche (come la rinite allergica o peggio l’asma allergico) sono aumentati di 7 volte negli ultimi 30 anni, passando dal 4% a quasi il 30% della popolazione. «L’aumento dell’anidride carbonica - sottolinea Renato Ariano, Responsabile della Sezione di Aerobiologia dell’AAITO e Specialista Allergologo in Bordighera (Imperia) - non provoca soltanto inquinamento, ma stimola anche la produzione di piante: nelle zone incolte, quindi, intensifica lo sviluppo di piante spontanee. L’inquinamento atmosferico, soprattutto quello causato dal traffico veicolare dei motori diesel, produce un polline maggiore e più aggressivo, nonché un’infiammazione delle vie aeree dei soggetti. E’ per questo che, in questi giorni, dobbiamo parlare di epidemia allergologica».  

L’ATLANTE DEI POLLINI  
In questo periodo c’è una profusione di pollini: a nord le più minacciose sono le Graminacee, che cominciano a fiorire lungo la costa, e che possono provocare anche forme di asma. Problematica anche la fioritura di alcuni alberi, come quella del nocciolo. Le querce sono diffuse lungo tutto il territorio, e attualmente producono molti pollini. Soprattutto in Puglia e Liguria non possiamo scordare gli ulivi, che esploderanno con i loro pollini soprattutto dal 15 di questo mese. 

«L’allergene più diffuso è quello delle Graminacee, soprattutto al Nord. Queste piante fioriscono abbondantemente nei prati. Le presenze maggiori di questi pollini sono nella valle padana, negli Appennini centrali, in Campania ed in Sardegna. A seguire la Parietaria, soprattutto al Sud, che cresce soprattutto sui muri e sui ruderi, con una fioritura da marzo sino ad ottobre, con una elevata sensibilizzazione. La prevalenza di questa sensibilizzazione è intorno al 60-70 % nelle aree del Sud, Isole ed in Liguria (che costituisce un’eccezione, tra le regioni settentrionali). Nelle regioni del Nord la prevalenza oscilla tra il 20 e il 40%. Le Graminacee colpiscono, in media, ben il 50% dei soggetti con allergie respiratorie, mentre la Parietaria il 30%».  

Quella delle Cupressaceae è la specie la cui importanza allergenica è stata maggiormente rivalutata negli ultimi anni. Una recente indagine policentrica italiana ha definito una prevalenza media ci circa il 18% con punte intorno al 30% in Toscana ed in Liguria, dove queste piante sono molto ben rappresentate. L’incidenza è molto importante per Betulaceae e Corylaceae: negli ultimi decenni, in Italia, si è verificato un incremento delle sensibilizzazioni a specie arboree come queste: Corylus, Ostrya, Carpinus, Betulla, Alnus, tra di loro cross-reagenti. La pollinazione parte precocemente, da gennaio a maggio: la prevalenza di sensibilizzazione può raggiungere il 15%. 

IL PERICOLO AMBROSIA  
«In Lombardia - aggiunge il Dr. Ariano - particolarmente insidiosa è l’ambrosia, della famiglia delle Compositae, che fiorisce nei mesi estivi, tra agosto ed ottobre, ed ha un potere asmogeno rilevante. Purtroppo si tratta di una pianta spontanea che si sviluppa nei terreni incolti, sopratutto nel Varesotto e nei pressi dell’aeroporto di Malpensa. Una pianta particolarmente critica perché é cresciuta molto negli ultimi anni, anche per via dell’inquinamento». 

ALLERGIE E CAMBIAMENTI CLIMATICI  
Si stima che un cambio di mezzo grado di più della temperatura fa aumentare da 10 a 100 volte la quantità dei pollini nell’aria di conseguenza aumentano da 10 a 100 volte le persone che soffrono di allergie durante la primavera. E’ per questo che la loro presenza raggiunge il culmine all’inizio dell’estate: con un aumento costante della temperatura del pianeta ci saranno sempre di più inverni miti, primavere precoci estati più calde e di conseguenza maggiore quantità di pollini in atmosfera e di Acari nelle nostre case (causa la maggiore umidità) e alla fine più persone che soffrono di allergie respiratorie e cutanee, come rinite, asma ed eczema. Basti pensare ai pazienti che soffrono di allergie respiratorie nel periodo primaverile per i pollini che sono prodotti dalle piante in primavera e non inverno quando la temperatura è più bassa. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 11 maggio 2016

La Nasa: “Il telescopio Keplero scopre 1284 nuovi esopianeti”

Si impenna così a più di 3.200 il numero dei mondi alieni, ossia dei pianeti esterni al Sistema Solare. Nove orbitano attorno alla loro stella nella zona «abitabile»

Ancora una volta è riuscito a stupire. Il satellite “Kepler” della NASA, dopo varie, recenti vicissitudini causate da un guasto ad un giroscopio, che parevano compromettere definitivamente la missione, ha battuto un altro record. Che poi, anche se l’annuncio è molto recente (di poche ore fa), rappresenta un grande risultato per la scienza e l’astronomia.  

I pianeti “extrasolari”  
Kepler è un satellite-telescopio lanciato il 7 marzo 2009 da Cape Canaveral con un razzo Delta II. E il suo scopo è proprio quello di scoprire nuovi pianeti di tipo extrasolare, cioè quelli che orbitano attorno ad altre stelle (oltre al nostro Sole). E ne ha già scovati molti. D’altra parte, attorno ai miliardi di stelle della nostra galassia era del tutto impossibile pensare che soltanto il nostro Sole ospitasse un sistema planetario. Molti erano già stati scoperti, e poi catalogati dopo le attente valutazioni degli scienziati. Questa volta, in un colpo solo, come ha annunciato la NASA, Kepler ha scoperto ben 1.284 nuovi pianeti, più che raddoppiando il numero di esopianeti scoperti e confermati dagli scienziati: «La più ampia scoperta di pianeti tutti insieme» hanno esultato tra il team di astronomo e planetologi dell’ente spaziale americano. Ma, cosa più importante, di questa enorme quantità di pianeti 550 dovrebbero essere rocciosi, come la Terra. Infatti, vi sono pianeti e pianeti. Quelli gassosi (tipo Giove o Saturno) non possono ospitare vita in una superficie che, di fatto, non c’è. Ma quelli rocciosi (tipo Terra o Marte) possono potenzialmente ospitarla. Con la speranza che si tratti di forme di vita complesse. 

La fascia abitabile  
E dei tanti scoperti di recente, 9 sarebbero quelli che orbitano attorno alla loro stella nella fascia «abitabile», ossia né troppo lontano né troppo vicino, con temperature di superficie dunque che potrebbero consentire la presenza di acqua allo stato liquido e (non si può escludere) di forme di vita extraterrestri. Keplero analizza le stelle, ben 150.000 finora, per appurarne eventuali minime modifiche di luminosità che indicherebbero la presenza dell’attrazione di un pianeta orbitante. In tutto, con questo metodo, il telescopio orbitante è riuscito a individuare 2.325 esopianeti, di cui 21, con i nove di oggi, nella fascia abitabile delle rispettive stelle. «La scoperta di oggi - ha commentato Ellen Stofan, coordinatrice del progetto dela Nasa - ci dà la speranza che da qualche parte, là fuori, ci sia un pianeta orbitante attorno a una stella simile al sole, e che potrebbe essere una nuova Terra». In attesa di nuove missioni dunque, il satellite Kepler, che porta il nome del grande astronomo tedesco del XVII secolo Johannes Kepler, continua a fornire risultanti eclatanti.  

Il Keplero dell’esplorazione spaziale  
C’è anche una missione dell’ESA europea, quella del satellite GAIA, realizzata con grande contributo dei centri di ricerca italiani INAF, che scruta nel cosmo a caccia di esopianeti, nonostante il suo scopo principale è realizzare un nuovo e più preciso catalogo di circa un miliardo di stelle della nostra galassia. E altre missioni sono in programma. Kepler è un vero e proprio telescopio spaziale, la cui missione è gestita dal Centro NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (California), progettato per monitorare una porzione della nostra regione della Via Lattea, e scoprire pianeti il più possibile simili alla Terra, e determinare quante delle miliardi di stelle della nostra galassia posseggano pianeti. 

Un sofisticato fotometro monitora costantemente la luminosità di più di 145.000 stelle nel suo campo di vista fissato, presso le costellazioni del Cigno, del Drago e della Lira. Già in precedenza Kepler aveva individuato 2.700 candidati pianeti extrasolari. Ora, la cifra aumenta considerevolmente, e in breve tempo. Gli astronomi del Centro Smithsonian di Harvard negli USA stimano che nella nostra galassia i pianeti, in totale, sia quelli gassosi che quelli rocciosi e simil-Terre, possano essere 17 miliardi. La ricerca è appena iniziata. 

FONTE: Antonio Lo Campo 

sabato 7 maggio 2016

I giovani medici hanno sempre un lavoro: "L'86 per cento stabile e retribuito"

I giovani medici hanno sempre un lavoro: "L'86 per cento stabile e retribuito"
I dati dell'inchiesta "Chi ci curerà nel 2020?" dell'Osservatorio internazionale della salute. Il 64,3 per cento dei maschi inizia entro i 28 anni, un terzo ha fatto volontariato. Meno del 5 per cento ha realizzato esperienze all'estero

L'INDAGINE sui giovani medici"Chi ci curerà nel 2020?" dice che c'è più domanda – camici bianchi in corsia – che offerta. Dice che le strozzature delle università italiane, all’altezza delle scuole di specializzazione, non portano agli ospedali il numero dei medici necessari oggi e per il futuro prossimo. Già, la professione del medico è un lavoro richiesto. Chi arriva in fondo alla laurea e alla specializzazione non resta disoccupato. I giovani medici occupati (qui si prende in esame la fascia d’età tra i 25 e i 40 anni) sono l’86 per cento, le donne arrivano all’83 per cento. Il 64,3 per cento dei maschi inizia a lavorare entro i 28 anni.

Al Nord sono il 92%. Al Nord i giovani medici con un lavoro stabile retribuito sono addirittura il 92 per cento, il 76,4 per cento al Sud (dove l’occupazione entro i 28 anni crolla, però, al 40 per cento). Prima di trovare un’occupazione certa un terzo ha già fatto almeno due lavori a tempo determinato: ambulatori privati, cliniche, guardie mediche. Tra i giovani medici non esiste fuga dei cervelli: quasi nessuno ha lavorato all’estero (il 4,7 per cento) e oltre il 37 per cento ha fatto esperienze mediche di volontariato (anche all’estero, temporanee). Si sono cimentati con il Terzo settore soprattutto, in questo caso, i clinici del Sud.

Un buon rapporto con i pazienti. I giovani medici, che hanno già introiettato esperienze ricche e articolate, si scoprono poco conflittuali con i loro pazienti: solo il 4,5 per cento ricorre alle assicurazioni per il risarcimento di un danno anche se l’87,5 per cento possiede una copertura (nel Nord si supera il 91 per cento). Soprattutto, il camice bianco di domani predilige il lavoro in ospedale: è il 77,1%. Il quadro dell’inchiesta dell’Osservatorio internazionale della salute(800 intervistati, il 10 per cento degli ottomila giovani medici sul territorio a cui vanno aggiunti seimila specializzandi), presentata oggi al ministero della Salute, è sorprendente.

Il blocco del turnover. Nel 2016 si avvista un giovane medico che cerca di superare il blocco turnover con iniziative proprie. Sette su dieci, per farlo, chiedono un sostegno finanziario agevolato. Spiega il professor Giuseppe Petrella, presidente del comitato scientifico di Ois: “I medici under 40 cercano forme innovative di economia sociale, a volte avviano startup di natura low-profit per realizzare progetti di medicina preventiva per conto di enti pubblici o privati, iniziative a sostegno dei pazienti con patologie croniche, attività di medicina divulgativa attraverso blog, siti web, giornali, webtv”. Le startup, che sono la vera novità di questa fase clinica e nascono soprattutto nel Centro Italia, potrebbero orientarsi all’assistenza primaria ambulatoriale, all’assistenza
domiciliare integrata, alla creazione di comunità assistenziali. L’esperienza nel volontariato, da questo punto di vista, aiuta. Un coordinamento con le Onlus e le realtà del Terzo settore potrebbe creare nuove realtà mediche parallele al Servizio sanitario nazionale.

FONTE: Corrado Zunino (repubblica.it)