martedì 28 giugno 2016

Nominati 4 nuovi elementi chimici, uno è dedicato al Giappone

Il prof. Morita illustra dove si posizione il Nihonio nella Tavola periodica degli elementi (Ap)

È il Nihonio (Nh), gli altri sono il Moscovio (Mc), il Tennessinio (Ts) e l’Oganessio (Og). Si tratta di sostanze a vita brevissima prima subire il decadimento radioattivo

Si chiamano Nihonio (simbolo Nh), Moscovio (Mc), Tennessinio (Ts) e Oganessio (Og). Così sono stati ufficialmente battezzati i nuovi quattro elementi chimici scoperti alla fine dello scorso anno che vanno ad arricchire la Tavola periodica degli elementi inventata da Dmitri Mendeleev. Si tratta di elementi di rispettivo numero atomico 113, 115, 117 e 118 che «vivono» per tempi brevissimi prima subire il decadimento radioattivo.

Denominazione ufficiale 

I nomi sono stati accettati dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata (Iupac) e proposti, come da tradizione, dagli scopritori degli elementi stessi a cui spetta l’onore di assegnare una denominazione ufficiale che poi apparirà su tutti i libri di chimica e fisica. Se nessuno ha niente da controbattere, i nomi saranno definitivamente assegnati il prossimo 8 novembre.

Nihonio

Per quanto riguarda i nomi, il più «interessante» è quello assegnato all’elemento 113. Nihonio, infatti deriva da Nihon che in giapponese significa «terra del sole nascente». È il simbolo che compare sulla bandiera del Giappone e dà origine al nome stesso della nazione. È un po’ come se fosse stato chiamato «giapponio». L’Nh-113 è stato scoperto dalla squadra di scienziati guidati dal professor Kosuke Morita operando collisioni tra ioni di zinco e bismuto. È inoltre il primo elemento chimico scoperto in un Paese asiatico. Il Nihonio è un metallo appartenente al gruppo 13 che nella Tavola di Mendeleev si posiziona sotto il tallio (numero atomico 81).

Moscovio

Il Moscovio assume il nome della regione dove ha sede l’Istituto unito di ricerche nucleari di Dubna (Russia) dove è stato scoperto l’elemento 115. Si tratta di una sostanza inserita nel gruppo 15 della Tavola periodica che si piazza sotto il bismuto (numero atomico 83).

Tennessinio

Dalla Russia agli Stati Uniti. Il Tennessinio è dedicato allo Stato del Tennessee, dove sorge il Laboratorio nazionale di Oak Ridge della Vanderbilt University, il cui gruppo ha scoperto l’elemento Ts-117 insieme ai ricercatori dell’Università del Tennessee di Knoxville. La sostanza viene inserita nel gruppo 17 della Tavola periodica sotto l’astato (numero atomico 85), un alogeno radioattivo molto raro.

Oganessio

Si ritorna in Russia con l’elemento Og-118. L’Oganessio è dedicato al professor Yuri Oganessian, 83 anni, studioso di elementi transuranici. La sostanza viene inserita nel gruppo 18 della Tavola periodica (quello dei gas nobili) sotto il radon (numero atomico 86).

FONTE: Paolo Virtuani (corriere.it)

domenica 26 giugno 2016

Le proprietà benefiche della birra. Forse contrasta anche l'Alzheimer

Le proprietà benefiche della birra. Forse contrasta anche l'Alzheimer
Uno studio ha analizzato l'associazione tra consumo di alcolici e demenza: scoperta una possibile funzione protettiva della birra

Una nuova sorprendente scoperta a proposito delle proprietà benefiche dellabirra. Stando a uno studio condotto dagli scienziati della University of Tampere, e pubblicato sulla rivista Alcoholism: Experimental and Clinical Research, infatti, un consumo moderato di birra potrebbe essere collegato a un'azione protettiva rispetto alla comparsa delle cosiddette placche di beta amiloide nel cervello, degli ammassi proteici caratteristici del morbo di Alzheimer.

Prima di attaccarsi alla bottiglia, comunque, qualche indispensabile distinguo. Premesso che il consumo di alcool in quantità eccessive ha effetti molto gravi per la salute, vediamo nel dettaglio cosa hanno scoperto gli scienziati finlandesi. L'équipe ha esaminato i dati sanitari relativi a 125 uomini adulti (deceduti tra 35 e 70 anni), estrapolandoli dall'archivio autoptico dello Helsinki Sudden Death, e concentrandosi in particolare su consumo di alcool, presenza di placche di beta amiloide nel cervello e presenza di apolipoproteina E (una proteina responsabile del trasporto dei lipidi). In particolare, il consumo di alcool è stato valutato tramite interviste ai parenti dei soggetti deceduti, mentre la presenza delle placche è stata direttamente osservata su campioni di tessuto cerebrale.
 
L'analisi, i cui risultati vanno considerati molto preliminari, data soprattutto la modalità di raccolta dei dati relativi al consumo di alcool e la piccola dimensione del campione, ha mostrato, per l'appunto, un possibile legame tra consumo di birra e assenza di beta amiloidi nel cervello. Donde l'ipotesi che la bevanda, ricca di vitamina B e altri micronutrienti già noti per le loro proprietà benefiche sul sistema nervoso, possa svolgere una funzione protettiva rispetto allo sviluppo di placche di beta amiloide nel cervello e, di conseguenza, all'insorgenza del morbo di Alzheimer.
 
Non è stata osservata la stessa correlazione con il consumo di vino, liquori o altri superalcolici: gli autori della ricerca hanno ora intenzione di ampliare lo studio, per validarne i risultati, e identificare altri fattori e comportamenti che potrebbero avere effetto simile a quello della birra.

FONTE: Sandro Iannaccone (repubblica.it)

sabato 25 giugno 2016

Analisi genetiche wireless con il bio-chip al grafene

Analisi genetiche wireless con il bio-chip al grafene
La tecnologia descritta su Pnas è pensata per essere impiantata nel corpo, individuare in tempo reale la presenza di mutazioni del Dna dannose, e trasmettere poi l'informazione direttamente su smartphone o tablet

o chiamano "materiale delle meraviglie": è il grafene, resistente come il diamante e flessibile come la plastica. E in più, anche un ottimo conduttore, che in futuro permetterà di realizzare chip, transistor, pannelli solari e persino finestre e lampadine hi-tech. E tra i moltissimi campi della scienza che aspettano di essere rivoluzionati dal grafene, oggi se ne aggiunge uno nuovo: quello della diagnosi genetica. Merito di un team di ricercatori dell'Università della California di San Diego, che in un recente articolo pubblicato sulle pagine dei Proceedings of the National Academy of Sciences hanno descritto un nuovo bio-chip al grafene, pensato per essere impiantato nel corpo di un paziente, individuare in tempo reale la presenza di mutazioni genetiche dannose, e poi trasmettere le informazioni raccolte a uno smartphone o un tablet.
 
La tecnologia, va detto, è ancora nelle fasi iniziali di sviluppo. O meglio, in quello che viene definito stadio di proof of concept, in cui si punta semplicemente a dimostrare che una nuova idea potrebbe funzionare. Ma se verrà sviluppata ulteriormente, il suo impatto potrebbe essere rivoluzionario. "Siamo a un passo dallo sviluppo di un metodo digitale, veloce ed economico, per individuare mutazioni genetiche con altissima precisione", spiega Ratnesh Lal, ricercatore che guida lo sviluppo della nuova tecnologia. "Parliamo di individuare la variazione di un singolo nucleotide all'interno di una sequenza di acidi nucleici".
 
Il dispositivo infatti è in grado di individuare una anomalia che colpisce una singola "lettera", o nucleotide, tra le quattro che compongono l'alfabeto del Dna (A, C, G e T). Un tipo di mutazione genetica estremamente comune, chiamata anche single nucleotide polymorphism (Snp), ed estremamente difficile da individuare tra i miliardi di coppie di nucleotidi (o lettere) che compongono il nostro genoma.
 
Per analizzare queste anomalie, sottolineano i ricercatori californiani, oggi servono macchinari estremamente ingombranti, e si tratta di un processo lento e costosissimo. Il nuovo bio-chip al grafene invece è di dimensioni microscopiche, e permette analisi veloci e soprattutto estremamente economiche. L'analisi vera e propria è affidata a una speciale Dna probe, o sonda a Dna, un doppio frammento di materiale genetico artificiale pensato per legarsi (e quindi riconoscere) specificamente a una mutazione a singolo nucleotide. La vera novità però è che la sonda è collegata ad un transistor al grafene. "Il risultato è una tecnologia che può essere usata, almeno potenzialmente, per individuare mutazioni Snp in combinazione con un dispositivo wireless", spiega Michael Hwang, ricercatore dell'Università della California di San Diego che ha coordinato lo studio.
 
Il bio-chip, insomma, non solo individua velocemente le mutazioni cercate, ma in futuro potrà anche trasmettere in tempo reale le informazioni raccolte a un computer, uno smartphone o un tablet. Grazie alle tecnologie sviluppate dai ricercatori californiani, la loro nuova sonda a Dna è inoltre in grado di analizzare porzioni estremamente ampie di Dna: nello studio, i ricercatori hanno confermato il riconoscimento di un frammento di materiale genetico lungo 47 nucleotidi, il più lungo mai identificato con simili tecnologie.

FONTE: Simone Valesini (repubblica.it) 

venerdì 24 giugno 2016

Studio: "Dna, la vita prosegue dopo la morte per quattro giorni"

Studio: "Dna, la vita prosegue dopo la morte per quattro giorni"
Fenomeno osservato nei topi e nei pesci. Tra gli scenari, il miglioramento delle tecniche dei trapianti

NEL DNA la vita prosegue dopo la morte almeno per altri quattro giorni: è stato osservato nei topi e nei pesci, nei quali alcuni geni sembrano continuare a essere attivi per molte ore dopo la morte. Sono le conclusioni dello studio del microbiologo Peter Noble, dell'università di Washington a Seattle, per ora pubblicato sul sito BioRxiv, che non richiede la revisione della comunità scientifica, e citato sul sito della rivista Science. La scoperta potrebbe migliorare le tecniche per conservare gli organi destinati ai trapianti.

Quando un organismo vivente muore non sempre le funzioni vitali cessano nello stesso momento e alcuni processi interni possono proseguire per molte ore. In passato, analizzando cellule umane di sangue e fegato di esseri umani dopo la morte, alcuni studi avevano indicato che l'attività di alcuni geni proseguiva. Seguendo questa strada, Nobles è andato alla ricerca della possibile attività post mortem di oltre 1.000 geni in topi e pesci zebra, i pesci più studiati nei laboratori di genetica.

Ha scoperto così che centinaia di geni continuano a funzionare dopo il decesso, nei pesci anche dopo ben quattro giorni. Molti dei geni attivi svolgono attività necessarie all'organismo in momenti di emergenza, ma sorprendentemente sono risultati 'accesi' anche geni legati allo sviluppo dell'embrione e che restano silenziosi dopo la nascita, oppure altri che facilitano lo sviluppo di tumori. Questi risultati potrebbero aiutare a capire importanti problematiche legate ai trapianti e rivelarsi anche un ottimo strumento per la medicina legale.

"Questo risultato non mi sorprende e non gli attribuirei una rilevanza superiore a quella che ha realmente" avverte Carlo Alberto Redi, genetista e biologo all'Università di Pavia. "Stiamo parlando del fatto che la molecola del Dna, in certe condizioni, può mantenere la sua attività biochimica anche se l'animale a cui appartiene è morto. Sappiamo dagli studi paleontologici che persino alcuni tratti del genoma dell'uomo di Nearderthal si sono conservati integri fino a noi" continua Redi, "quindi non mi stupisce che uno o più geni possano esprimersi a qualche giorno dal decesso".

FONTE: repubblica.it

giovedì 23 giugno 2016

Il diabete si potrà curare con il calore (e forse si dirà addio all’insulina)

La nuova tecnica di chirurgia mini-invasiva rimodella la mucosa duodenale rigenerando l’intestino. Sperimentazione in corso al Gemelli di Roma

Forse presto si dirà addio alla cara, vecchia insulina. Una nuova cura potrebbe (il condizionale è d’obbligo) «mandare in pensione» le fastidiose iniezioni, spesso necessarie contro il diabete di tipo 2 (quello degli adulti, per intenderci). Si tratta di una rivoluzionaria tecnica di chirurgia mini-invasiva, chiamata rimodellamento della mucosa duodenale, che promette di mettere ko la malattia usando il calore.

Lo studio multicentrico

Questo approccio è attualmente in sperimentazione al Policlinico Gemelli di Roma, dove a oggi sono stati trattati sette pazienti, e negli ospedali di Bruxelles, Londra, Amsterdam, Lovanio. Varie le fasi dello studio, che si concluderà tra un paio di anni: la prima parte prevede l’arruolamento di 50 pazienti nei centri europei, la seconda lo estende a oltre 400 pazienti in Europa e Stati Uniti. «Alla fine, se i risultati saranno positivi, questo trattamento potrà essere utilizzato da tutti i malati di diabete che non riescono a tenere sotto controllo la malattia con i farmaci», spiega Guido Costamagna, direttore dell’unità operativa complessa di Endoscopia digestiva chirurgica al Gemelli. Non sarà più necessaria l’insulina, perché la patologia verrebbe arginata prima che le punture diventino indispensabili.

Il duodeno come bersaglio

Complessi i meccanismi alla base della procedura. In sostanza, si tratta di agire proprio dove nasce il diabete di tipo 2, ovvero nella mucosa del primo tratto dell’intestino, il duodeno, che produce gli ormoni necessari a regolare la concentrazione di glucosio nel sangue (la glicemia). Un’alimentazione ricca di calorie può far «impazzire» la mucosa che comincia a generare ormoni «sballati» che impennano il tasso glicemico. Conseguenze: sviluppo di resistenza all’insulina (l’ormone prodotto dal pancreas che equilibra la quantità di glucosio, evitando i picchi di glicemia), disfunzione delle cellule pancreatiche che producono l’insulina, insorgenza di diabete di tipo 2.

Una procedura breve e sicura

La procedura avviene in sala di endoscopia introducendo dalla bocca un catetere a palloncino che arriva al duodeno, dove rilascia energia termica che elimina una parte della mucosa di superficie, normalizzando così in modo duraturo gli ormoni coinvolti nella resistenza all’insulina. Per controllare a distanza e con precisione la temperatura applicata, i chirurghi si avvalgono del sistema Revita, un’apposita consolle sviluppata dall’azienda americana Fractyl Laboratories Inc. «Grazie a questo dispositivo, l’intervento, che dura circa un’ora ed è in anestesia generale, risulta sicuro e ben tollerato dai pazienti, che vengono dimessi il giorno dopo», dice Geltrude Mingrone, direttore dell’unità operativa complessa di Patologie dell’obesità al Gemelli. Se tutto andrà per il verso giusto (e i ricercatori sono ottimisti), si profilerà, dunque, all’orizzonte una vera e propria svolta nel trattamento del diabete di tipo 2, una malattia che colpisce circa 382 milioni di persone nel mondo e 3 milioni e mezzo in Italia.

FONTE: Paola Arosio (corriere.it)

mercoledì 22 giugno 2016

Scoperto nuovo compagno della Terra, si chima 2016 HO3 ed è un “quasi-satellite”

La Terra ha un nuovo compagno, anzi un “quasi-satellite”: è un piccolo asteroide che per secoli accompagnerà il nostro pianeta. Il nuovo compagno del pianeta si chiama 2016 HO3 e, nonostante orbiti intorno alla Terra, è troppo lontano per essere considerato un vero e proprio satellite. 

La scoperta è stata fatta da Pan-Starr, uno dei migliori cacciatori di asteroidi e comete con telescopi installati alle Hawaii. «Sembra un satellite ma non lo è», ha spiegato Ettore Perozzi, responsabile delle operazioni presso il Centro coordinamento sui Neo (gli asteroidi vicini alla Terra) dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa).  

Visto per la prima volta ad aprile, 2016 HO3 è un piccolo oggetto grande tra i 40 e i 100 metri che orbita attorno alla Terra completando un giro in circa un anno ma è troppo lontano per essere considerato un vero satellite del nostro pianeta.  

«Nonostante giri attorno alla Terra - ha spiegato Perozzi - non è la forza gravitazionale del pianeta a legarlo a noi ma una particolare e interessante geometria. In altre parole, che la Terra ci sia o non ci sia non è poi così determinante». 

Per capirlo meglio bastano un po’ di numeri: la Luna, che è legata a noi dalla forza di gravità, si trova a 380mila chilometri mentre 2016 HO3 si trova a 15 milioni di chilometri, ben 10 volte oltre il punto dove la forza gravitazionale di Terra e Sole sono in equilibrio. «A differenza della Luna, 2016 HO3 è molto più attratto dal Sole che dalla Terra», ha aggiunto Perozzi. Il nostro quasi-satellite orbita attorno alla Terra da almeno un secolo e continuerà a farlo per altrettanto tempo prima di “sfuggire”.  

«La scoperta di certo non ci stupisce - ha aggiunto Perozzi - e dimostra da un lato quanto lo spazio vuoto sia in realtà molto più pieno di quanto si pensi, dall’altro di quanto sia fondamentale potenziare le reti di scoperta e monitoraggio degli asteroidi potenzialmente pericolo per la Terra», entrambi obiettivi di Asteroid Day in programma il 30 giugno, una giornata internazionale per sensibilizzare il grande pubblico a questi affascinanti temi.

lunedì 20 giugno 2016

Tumori: mieloma, arriva 'killer seriale' cellule cancerose


Primo di una nuova classe farmaci, 'risultati senza precedenti'


È il primo di una nuova classe di farmaci (anticorpi monoclonali) che, grazie ad un meccanismo d'azione completamente nuovo, può sia stimolare il sistema immunitario che attaccare direttamente le cellule tumorali del mieloma multiplo, grave forma di tumore del sangue. La nuova molecola (daratumumab) e' cioè una sorta di 'killer seriale' delle cellule cancerose ed e' stata approvata recentemente in Ue, rappresentando un giro di boa nella terapia per questo tipo di tumore. La conferma arriva dal Congresso dell'Associazione europea di ematologia (Eha) in corso a Copenaghen. Il farmaco e' dunque il primo della classe di anticorpi monoclonali chiamati anti CD-38, completamente di origine umana, in grado di unire all'attività immunitaria anche un'azione diretta che porta a morte le cellule tumorali. Un vero e proprio 'serial killer' per le cellule malate. Negli studi effettuati fino a oggi, afferma Antonio Palumbo, direttore del Dipartimento di Oncologia, Università di Torino, ''abbiamo visto nei pazienti dei risultati senza precedenti in termini di sopravvivenza libera da progressione di malattia e di risposta generale alla terapia, risultati ottenuti in studi in cui pazienti con mieloma multiplo hanno ricevuto l'immunoterapia con daratumumab in combinazione con una terapia standard''. Il mieloma multiplo, spiega, ''ad oggi non ha una cura definitiva, ciò significa che è fondamentale non solo avere terapie sempre più efficaci ma anche averne a disposizione diverse, in modo da utilizzarle in sequenza ogni volta che il paziente ha una ricaduta. Possiamo però dire che con l'arrivo di questa nuova classe di anticorpi monoclonali si apre un nuovo capitolo di cura del mielina". La nuova molecola si presenta cioè come un potente 'killer naturale' delle cellule tumorali. I dati dello studio di fase 3 Pollux, presentati al congresso EHA, hanno infatti mostrato che l'immunoterapia daratumubab, in combinazione con il regime standard di cura, ha ottenuto il 63% di riduzione del rischio di progressione di malattia o di morte nei pazienti che hanno ricevuto almeno un precedente trattamento. Alla luce di questi risultati ''si può dire che daratumumab è candidabile a diventare il nuovo standard di cura per il mieloma multiplo", ha commentato Palumbo.

FONTE: ansa.it

venerdì 17 giugno 2016

Il boom del latte alternativo: su del 27% la vendita di soia, avena, riso o mandorla

Il trend determinato dalla crescita del numero di «intolleranti» alla bevanda tradizionale di derivazione animale. Ma gli esperti sottolineano: «Sbagliato cancellare questo alimento dalla nostra dieta; le sue proteine sono fondamentali per l’organismo»

Soia, avena, mandorla. La moda del cappuccino, al bar o a casa, senza il suo ingrediente principe, il latte, prende sempre più piede. A guidarla i molti «intolleranti», convinti che la bevanda tradizionale sia meno digeribile, più pesante e meno salutare delle alternative vegetali. Convinzioni che spesso non superano l’esame scientifico (LEGGI, A QUESTO PROPOSITO, L’ARTICOLO DI STEFANO MASSARELLI SU «TUTTI I BENEFICI DEL LATTE INTERO »).  

Eppure il trend, con pretese salutiste, è confermato anche dal nuovo paniere Istat, presentato a febbraio scorso, dove entrano per la prima volta proprio bevande a base di soia, riso e altri legumi o cereali. Prodotti le cui vendite sono aumentate del 27% nel 2015, secondo elaborazioni Coldiretti su Rapporto Coop. Non sembra scoraggiare il nuovo trend nemmeno il maggiore esborso economico. Sempre la Coldiretti evidenzia anche che le bevande vegetali, in genere, costano anche il doppio del latte di alta qualità made in Italy e il triplo di quello a lunga conservazione.  

C’è poi la questione dell’intolleranza, non sempre reale, ma frequentemente indicata da molti consumatori di bevande alternative come causa di più vari disturbi digestivi.  

«Gli adulti - spiega all’agenzia di stampa Adnkronos Alessandro Fiocchi, responsabile dell’Allergologia dell’ospedale Bambino Gesù di Roma - possono essere intolleranti al lattosio. Una condizione non particolarmente diffusa. Che, può sembrare strano, ma dipende anche dalla geografia a dall’etnia. Negli adulti di razza nera, per esempio, è frequentissima. Mentre è inesistente in Finlandia. Insomma più si va al Nord del mondo più si riduce il fenomeno».  

Ma, precisa l’esperto, con questo tipo di problema «non è necessario evitare i latticini, in particolare i formaggi stagionati che non contengono lattosio, e che sono importantissimi nella nostra dieta per l’apporto di calcio. E nemmeno il latte, se si ha l’accortezza di usare quello senza lattosio. Rinunciare completamente a questi alimenti non è salutare, perché sono la nostra principale garanzia di avere i nutrienti necessari al salvaguardare le ossa».  

Per quanto riguarda i bambini, poi, «l’intolleranza al lattosio congenita è rarissima. Riguarda l’ 0,8% della popolazione infantile. E anche nei piccoli con le forme più accentuate a 18 anni il problema scompare».  

Ad avere ragione di cancellare il cappuccino classico sono gli allergici alle proteine del latte. «In questo caso si tratta di un problema reale ma raro - continua Fiocchi - sviluppato da persone esposte a lungo a queste proteine, lavoratori del settore lattiero caseario, per esempio. Oppure da persone che hanno utilizzato ciprie cosmetiche e polveri (come uno di più classici talchi per bambini) che le contengono. Ingredienti che, in realtà, oggi non vengono quasi più utilizzati».  

Una leggenda che bisogna sfatare «è l’esistenza di una forma di intolleranza alle proteine del latte, formaggi compresi», dice Fiocchi. Si può essere allergici alle proteine oppure intolleranti al lattosio, che rappresenta il 98% degli zuccheri presenti nel latte.  

«È un fatto - aggiunge l’allergologo - su cui c’è stato dibattito nel mondo scientifico. Ora però uno studio norvegese, appena uscito sul “World Allergy Organization Journal”, conferma con chiarezza che non esiste l’intolleranza alimentare al latte». 

La moda di considerare il vero latte, quello di mucca, nemico della salute è un fenomeno che «ha un’origine precisa ed è anche assai contestabile», ricorda Chiara Manzi, nutrizionista esperta di Culinary Nutrition, la disciplina che studia le modalità di preparazione degli alimenti che permettono di sfruttarne davvero gli elementi salutari.  

«Una grande responsabilità - continua Manzi - è dell’autore di “China Study”, la bibbia dei vegani, l’americano T. Colin Campbell. Un libro ingannevole, perché, pur partendo da studi veri, arriva a conclusioni non fondate, scollegate dallo stesso studio citato. Nel caso del latte, in particolare, attribuisce al consumo di questo alimento un aumentato rischio di tumore. Peccato che le percentuali di consumo di caseina a rischio, che emergono dagli studi a supporto, siano improbabili. Se un nutrizionista preparato, infatti, fa un po’ di calcoli per trasformare le percentuali in consumi reali, viene fuori che il pericolo di cancro aumenta bevendo 4 litri di latte al giorno. Quantità quanto meno improbabili».  

Altra bufala, secondo Manzi è «la diffusa intolleranza al latte negli adulti, ovvero la mancanza dell’enzima che scinde il lattosio. È vero che si tratta di un enzima che si perde quando non si assume lattosio per lungo tempo. Ma non lo perde chi continua a bere latte o, semplicemente, a mangiare formaggi freschi. Quindi si tratta di una condizione in generale non troppo diffusa». 

L’intolleranza, inoltre, «non si diagnostica con i test più vari e fantasiosi che circolano. Per essere certi di questa condizione serve un esame simile all’alcol test, che si fa con il palloncino». 

Dal punto di vista strettamente nutrizionale «il latte di mandorla - aggiunge Manzi - è un’ottima alternativa, ha quantità di grassi leggermente superiore al latte scremato, ma sono grassi insaturi, buoni. Anche il latte di soia è un buon prodotto, che ha anche un discreto contenuto di proteine della soia. Ma parliamo di alternative valide, non di prodotti migliori».  

FONTE: lastampa.it

martedì 14 giugno 2016

Supervista con ginnastica degli occhi, atleti con 20 decimi

Supervista con ginnastica degli occhi,atleti con 20 decimi


Tecniche usate per chi vede poco testate su tennisti e tiratori


La supervista, o come si dice più correttamente l''ipervisione', può essere ottenuta con una serie di esercizi dell'occhio, e a beneficiarne possono essere soprattutto gli atleti, sempre alla ricerca di un 'quid' per superarsi.

"Se un atleta percepisce meglio le immagini - ha spiegato Alessandro Segnalini, docente della Sapienza di Roma, durante il congresso nazionale 'Ipovisione-Sportvision 2016' - chiaramente avrà un aumento del senso della profondità, se prendiamo uno sportivo che deve rapportarsi con i compagni, con la palla, con gli avversari ha una messa a fuoco a diversa distanza, se alleniamo i suoi occhi è come allenare ogni muscolo del corpo, se potenziamo la funzione anche la performance sportiva migliorerà".

I risultati, ha dimostrato Segnalini attraverso una serie di esperimenti, possono essere sorprendenti, con addirittura il raggiungimento di una vista da venti decimi attraverso alcuni esercizi nati per aiutare gli ipovedenti. "L'uomo sfrutta soltanto il 40-60% delle proprie capacità visive, e questa percentuale può essere incrementata con una serie di tecniche che noi usiamo normalmente in pazienti ipovedenti, che se usate su normovedenti possono portare a ipervisione".

Le tecniche, dalla microperimetria al biofeedback, consistono nell'allenare l'occhio con determinati movimenti, ad esempio seguendo il cambiamento di colore di una scacchiera. Un test su 15 tennisti della Federazione, tutti con oltre dieci decimi, ha illustrato l'esperto al convegno, con dieci sedute da 20 minuti di visual training ha portato al miglioramento dell'acuità visiva fino appunto anche a 20 decimi, oltre che di altre caratteristiche come la sensibilità al contrasto. Un altro studio su tiratori ha verificato un aumento dei punteggi medi, da 163 a 210. "Noi riusciamo a migliorare i tempi di reazione occhio-cervello, ovvero a diminuire il tempo che l'impulso percepito dall'occhio impiega ad arrivare alla zona corticale".

Le tecniche di 'sportvision', hanno spiegato gli esperti al convegno, stanno prendendo sempre più piede nelle federazioni sportive. Tutte le discipline, da quelle di squadra a quelle apparentemente 'statiche' come il golf, in cui è fondamentale riuscire a concentrare lo sguardo nel punto preciso da colpire per evitare di sbagliare il tiro. 

FONTE: ansa.it

lunedì 13 giugno 2016

L’inferno delle malattie infiammatorie croniche intestinali e la speranza in un nuovo anticorpo

Come vivono i malati di morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Lavoro e vita privata messi a dura prova dai sintomi della patologia. Il farmaco «vedolizumab» agisce in 6 settimane

«Una discesa all’inferno». Non usano giri di parole gli specialisti, per descrivere la piega che assume la vita di quei pazienti - almeno duecentomila in Italia, ma non esiste un registro ufficiale - che soffrono di malattie infiammatorie croniche intestinali: morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. 

La metafora è presto spiegata. Più tardivo è l’intervento, maggiore è il danno. Così condizioni croniche che nei casi meno severi possono essere curate con i farmaci, in altre situazioni non possono prescindere dal ricorso alla chirurgia: nemmeno sempre risolutiva.  

I DRAMMATCI SINTOMI DEL CROHN E DELLA RETTOCOLITE ULCEROSA  
Dolori addominali, spossatezza, sanguinamenti, urgenza di correre al bagno anche più di dieci volte al giorno. Non si racconta nulla di nuovo a quei pazienti colpiti da una malattia infiammatoria cronica intestinale, le cui diagnosi oggi sono in aumento anche tra i bambini. Molti di loro sono giovani, scoprono di essere ammalati nel pieno della carriera lavorativa e di dover sottoporsi a una terapia per tutta la vita.  

È presto chiaro dunque perché le ricadute sulla qualità della vita siano notevoli. «Si tratta di malattie che tolgono il sonno, spesso anche il lavoro e condizionano la quotidianità», racconta Alessandra Tongiorgi, psicologa dell’Unità operativa di gastroenterologia dell’azienda ospedaliera-universitaria di Pisa. Persino le vacanze diventano un’impresa per questi pazienti, che oltre ai disagi della malattia sono costretti a frequenti assenze dal luogo di lavoro. In Italia le tutele sono pochissime: nulle per i liberi professionisti, migliori per i dipendenti pubblici. Nel mezzo c’è chi lavora per aziende private, che «usufruisce prima dei giorni malattia, poi comincia a erodere il monte ferie per sottoporsi ai controlli», afferma Salvo Leone, direttore generale di Amici Onlus, l’associazione nazionale per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino.  

NUOVO FARMACO PER CHI NON RISPONDE PIÙ ALLE TERAPIE  
In questo scenario difficile, però, c’è anche una buona notizia. Si chiamavedolizumab il nuovo anticorpo monoclonale (Takeda) approvato per il trattamento di pazienti adulti con colite ulcerosa e malattia di Crohn in forma attiva da moderata a grave che hanno avuto una risposta inadeguata o si sono dimostrati intolleranti alla terapia convenzionale o a un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa. A spiegare il meccanismo di funzionamento del farmaco èSilvio Danese, responsabile del centro di ricerca e cura per le malattie infiammatorie croniche intestinali dell’istituto Humanitas di Rozzano(Milano). 

«Vedolizumab ha un meccanismo d’azione che si basa sull’inibizione selettiva dei linfociti che transitano e vengono reclutati nell’intestino infiammato. I globuli bianchi hanno una sorta di codice di avviamento postale che li indirizza e fa sì che vengano attratti nell’intestino. Legandosi a esso, vedolizumab blocca solo questi linfociti. L’effetto è evidente: si osserva una minore tossicità e un’ottima efficacia clinica».  

Dai dati delle ricerche condotte è emerso che in una buona percentuale di pazienti il trattamento esplica la sua azione in appena sei settimane. È stata osservata anche una riparazione del danno strutturale - più del novanta per cento dei pazienti ha avuto un miglioramento delle ulcere intestinali - e la remissione è stata mantenuta fino a tre anni.  

FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it)

domenica 12 giugno 2016

Assumere caffeina diminuisce la stanchezza degli occhi

Assumere caffeina diminuisce la stanchezza degli occhi
Studio neozelandese: la lunga attività fisica rallenta movimenti il movimento degli occhi, il caffé contrasta questo effetto

Non solo le gambe risentono della fatica dovuta a uno sforzo fisico intenso, ma anche gli occhi. Ebbene, bere caffè allevia i sintomi della stanchezza oculare. E' quanto mostra uno studio dell'Università di Auckland, in Nuova Zelanda, pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Come sono arrivati a questa conclusione? Il team ha arruolato undici ciclisti allenati e li ha fatti pedalare sulla cyclette per tre ore. Alcuni di loro, durante questo allenamento, hanno consumato caffeina in una dose pari a due tazze di caffé, altri invece hanno consumato una soluzione placebo, ovvero il decaffeinato. I ricercatori hanno testato il loro movimento degli occhi utilizzando un sistema di eye-tracking, scoprendo che l'esercizio fisico intenso aveva causato uno squilibrio dei neurotrasmettitori, sostanze chimiche che trasmettono i segnali tra le cellule cervello, con un conseguente rallentamento dei movimenti rapidi oculari.

I partecipanti che hanno consumato bevande contenenti caffeina hanno però visto il loro equilibrio restaurato, con conseguente miglioramento dei movimenti degli occhi. Tale effetto non è stato trovato tra i soggetti che avevano bevuto il decaffeinato. "Le aree del cervello che elaborano le informazioni visive sono risultate resistenti alla fatica, sono i percorsi neurologici che controllano.

i movimenti degli occhi che sembrano essere il nostro anello più debole", afferma Nicholas Gant, autore principale. "E' il primo studio - prosegue - a dimostrare la compromissione del controllo dei movimenti oculari in seguito a un esercizio faticoso".

FONTE: repubblica.it

sabato 11 giugno 2016

Il veleno della tarantola per combattere il colon irritabile

Analizzati 109 animali velenosi per trovare l’antidoto al mal di pancia. Il veleno della tarantola attiva una proteina che argina i livelli patologici del dolore

A volte anche un terribile nemico per la salute si può rivelare una potenziale cura per le malattie che affliggono l’essere umano. Lo dimostra la scienza: il veleno della vipera, ad esempio, è alla base di quei trattamenti che hanno permesso di arrivare alla trombolisi, ovvero lo «scioglimento» del coagulo di sangue che blocca la circolazione in un’arteria coronarica, consentendo di curare meglio l’infarto in urgenza. Ora un altro veleno, quello che caratterizza un ragno che vive nell’Africa occidentale, potrebbe nascondere al suo interno una sostanza capace di dare sollievo alle tante persone che, in forma più o meno grave, soffrono di quella che volgarmente viene chiamata colite spastica ma che i medici definiscono sindrome dell’intestino irritabile.

Analizzati 109 animali velenosi per trovare l’antidoto al mal di pancia

Ad aprire la via alla speranza per chi quotidianamente fa i conti con mal di pancia, gonfiore addominale e difficoltà ad andare di corpo normalmente – capita almeno ad un adulto su dieci in Italia, e molto più spesso si tratta di donne - è una ricerca che ha visto allearsi grossi calibri del mondo scientifico. Gli studiosi delle Università del Queensland e di Adelaide in Australia insieme a quelli dell’Università della California di San Francisco e della Johns Hopkins di Baltimora, negli Usa, hanno pubblicato su Nature gli esiti della loro indagine nel mondo degli animali velenosi, arrivando a definire un potenziale, futuro trattamento per il colon irritabile. I ricercatori hanno esaminato ben 109 animali tra scorpioni, millepiedi e ragni, per trovare un possibile antidoto al mal di pancia che perseguita senza sosta e che non è sostenuto da alcuna vera malattia o alterazione anatomica.

Il veleno della tarantola

La loro attenzione si è concentrata su una specifica sostanza contenuta nel veleno dell’heteroscodra maculata, una tarantola presente nell’Occidente del continente africano. Il veleno, normalmente impiegato dall’animale per difendersi e per uccidere le prede, sarebbe infatti in grado di attivare una proteina presente nei nervi e nei muscoli, chiamata NaV1.1. In pratica questa sostanza giocherebbe un ruolo significativo nella sensibilità intestinale e nella trasmissione del dolore: l’ipotesi degli scienziati è che la proteina possa «arginare» i livelli patologici di dolore che incidono pesantemente sull’esistenza di chi fa i conti con la «colite». Così, dalla tossina che il ragno libera per scatenare il dolore in chi tenta di attaccarlo, in futuro potrebbe nascere un farmaco per curare gli esseri umani.

Una patologia estremamente diffusa

«In Italia la sindrome dell’intestino irritabile riguarda circa l’11-12 per cento delle persone, in particolare le donne (in rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini) e con un tasso più alto di prevalenza dai 20 ai 50 anni. Questo disturbo è caratterizzato da gonfiore o dolore addominale – spiega Giovanni Barbara, Professore Associato dell’Università di Bologna, nonché Presidente della Società Europea di Neurogastroenterologia - associati all’alterazione della funzione intestinale come diarrea, stitichezza o una fastidiosa alternanza delle due condizioni. Tutti sintomi, quelli descritti, che contribuiscono a un costante senso di disagio e a un diffuso stato di ansia, con ricadute significative sulle attività quotidiane». Sicuramente lo stress gioca un ruolo fondamentale, ma non può essere l’unico elemento che può dare il via ai problemi. La scienza sta puntando l’attenzione anche sui batteri che vivono all’interno dell’intestino. «Miliardi di batteri popolano il nostro intestino e quando si alterano per infezioni, l’uso di antibiotici o una dieta sbagliata, producono gas, gonfiore e disturbi delle funzioni intestinali – precisa Enrico Corazziari, Professore Ordinario dell’Università “La Sapienza” di Roma. Negli ultimi anni si è ipotizzato un possibile legame tra i geni che controllano il sistema immunitario e il microbiota. Infine, non meno importante, in un paziente su dieci anche la gastroenterite, la classica influenza intestinale, dà il via allo sviluppo di sindrome dell’intestino irritabile». Di certo c’è che il disturbo va diagnosticato con attenzione. La sindrome è caratterizzata da un dolore addominale di lunga durata (almeno tre mesi), che diminuisce o aumenta con la defecazione, si associa a una diminuzione o a un aumento della frequenza della defecazione ed è legato ad a un aumento o a una diminuzione della consistenza delle feci.

FONTE: corriere.it

giovedì 9 giugno 2016

Germania, vaccino universale per i tumori, test sui primi tre pazienti


Germania, vaccino universale per i tumori, test sui primi tre pazienti

Messo a punto e testato per ora su tre pazienti, tutti con melanoma in stadio avanzato, un vaccino potenzialmente universale contro i tumori. Ideato da esperti dell'università Johannes Gutenberg a Mainz, il vaccino è costituito da una capsula di molecole di grasso e contiene un cuore genetico, un piccolo Rna su cui sono scritte le istruzioni per attivare le cellule del sistema immunitario del paziente a sferrare una forte risposta immunitaria contro il tumore. Secondo quanto riferito sulla rivista Nature, la sua unicità sta nel fatto che il vaccino funziona in maniera semplicissima e induce una forte reazione immunitaria: iniettato endovena, infatti, raggiunge i distretti immunitari del corpo (milza, linfonodi, midollo osseo) dove attiva una forte risposta immunitaria contro il tumore, sostenuta nel tempo.

«Per ora - spiega all'Ansa Ugur Sahin, ricercatore che ha condotto il lavoro - abbiamo ancora una evidenza clinica limitata, poiché abbiamo testato il vaccino su soli tre pazienti. Comunque questi sono rimasti stabili, il che significa che i loro tumori hanno smesso di crescere dopo la vaccinazione e per tutto il periodo di osservazione». «Nel 2017 - anticipa Sahin - testeremo il vaccino su altri pazienti con diversi tipi di tumore». «La grande novità di questo lavoro - spiega Enrico Proietti, Direttore del reparto di applicazioni cliniche delle terapie biologiche dell'Istituto Superiore di Sanità - sta nel fatto che questi 'liposomì (gli involucri di grasso che racchiudono il vaccino) sono molto efficaci nell'indurre una forte risposta immunitaria, sia perché attivano l'interferone, sia perché raggiungono quasi tutti la milza, centro nevralgicò delle reazioni immuni.

Potenzialmente, quindi, si tratta di un nuovo metodo di vaccinazione universalmente applicabile a diversi tumori (cambiando il 'contenuto della capsula a seconda del cancro), sottolinea Proietti. »isogna però essere cauti perché il dato clinico è al momento ancora troppo preliminare. Il segreto di questo vaccino sta, dunque, nella capsula di 'gocciolinè di grasso con cui viene veicolato. La capsula, infatti, raggiunge spontaneamente i distretti immunitari del corpo del paziente e, una volta giunta a destinazione, viene ingoiata dalle cellule dendritiche che poi leggono le istruzioni in essa contenute - l'Rna - e le traducono in un »antigene tumorale specificò, una «etichetta» molecolare che direziona le difese immunitarie in maniera mirata contro il tumore.

La risposta immune scatenata è molto forte. Il carattere di potenziale universalità del vaccino risiede nel fatto che l'Rna inserito nella capsula è intercambiabile a seconda del tumore, così da essere tradotto in un antigene tumore-specifico. Gli esperti hanno prima dimostrato l'efficacia del vaccino sui topi con diversi tipi di cancro; successivamente hanno iniziato i test sull'uomo, concentrandosi inizialmente sul melanoma. Testato su tre pazienti in stadio avanzato di malattia, il vaccino, già a basse dosi, si è mostrato capace di dare avvio a una forte risposta immunitaria. Il prossimo passo della ricerca, dunque, sarà modificare il cuore del vaccino con nuovi Rna antigenici e testarlo su pazienti con diversi tumori.

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 8 giugno 2016

Dai rifiuti e anche dalla CO2 l’energia del futuro è già qui


A Montreal e Toronto partono i progetti per carburanti riciclati e puliti. “Questa è una sfida non solo ingegneristica, ma politica e morale”

Che cosa unisce due visionari? Un terzo visionario. Il terzo è l’americano Richard Buckminster Fuller. Inventore, architetto, designer e anche filosofo, negli Anni 70 del Novecento arrivò alla clamorosa conclusione che «l’inquinamento non è altro che una risorsa che non sfruttiamo: lo sprechiamo perché non siamo consapevoli del suo valore».  

Quell’intuizione, quasi mezzo secolo dopo, aspetta ancora di trasformarsi in un progetto compiuto e globale. Ma, tra i folgorati da un’idea che potrebbe cambiare davvero il mondo, ci sono gli altri due visionari. Sono Donald Smith e Geoffrey Ozin, il primo professore alla McGill University, a Montreal, e il secondo alla University of Toronto. Seguono strade diverse e tuttavia accomunate dalla stessa geniale ambizione: trasformare i rifiuti in energia. Energia pulita. Risolvendo così i due mega problemi che ci ossessionano e che sono orfani di soluzioni vere: il crescente avvelenamento del Pianeta e la necessità di far funzionare realtà sempre più sofisticate. 

Dal suo piccolo ufficio ingombro di carte e documenti, Smith socchiude gli occhi ed elenca velocemente gli ingredienti fondamentali di quello che ai non specialisti appare come un miracolo alchemico: i rifiuti dell’industria del legname e gli scarti inservibili delle coltivazioni insieme con la massa della spazzatura urbana. Un incubo ambientale che, invece, può essere convertito in vari tipi di biocarburanti, con i quali alimentare di tutto, dal riscaldamento casalingo alle auto, fino ai jet di linea. «Non interferiamo assolutamente con la produzione di cibo, come è successo finora in tanti esperimenti simili», spiega, sottolineando come il progetto di trasformazione, di cui è direttore scientifico, coinvolga 162 ricercatori di 27 università con 90 industrie, società e start-up, compresi nomi come Ford e Rolls Royce. 

Con i 25 milioni di dollari canadesi stanziati è già stato realizzato un impianto-pilota a Edmonton, nella provincia dell’Alberta, e il «BioFuel Net» - così si chiama il consorzio - sta testando una serie di tecniche di trasformazione, dalla fermentazione alla gassificazione. Sempre con lo stesso obiettivo: generare energia a impatto zero. Dall’unità sperimentale creata alla McGill - sottolinea Smith - ogni chilo di biomassa trattata è in grado di accendere 12 lampadine da 60 watt. È solo un esempio delle rete di iniziative che stanno prendendo forma. La più massmediatica - al momento - è anche la più recente: si tratta della «Biojet supply chain Initiative», presto in funzione all’aeroporto di Montreal. Gli aerei dell’Air Canada saranno infatti riforniti con uno speciale mix, che unirà il carburante tradizionale a quello bio, generato secondo le logiche del riciclo. Così si darà un contributo ad abbassare le emissioni di uno dei settori a maggiore impatto ambientale (e uno dei più difficili da trattare).  

E i costi? Smith ammette che la soglia di convenienza si raggiunge con il petrolio a 70 dollari al barile e, quindi, si è ancora lontani, visto che ora si aggira sui 50. Ma il problema - nota con foga Ozin, l’altro visionario - «è non solo ingegneristico. È politico e morale». A Toronto, per il curriculum accademico e per la sua verve istrionica, lo chiamano «Mr. Nanochemistry»: in una terra di mezzo, largamente inesplorata, tra chimica e nanotecnologie, la sua nanochimica manipola materiali diversi - comprese molte sostanze biologiche - e le modella, atomo per atomo. Con impieghi eterogenei: dall’elettronica alla medicina fino all’energia pulita, che è diventata la sua preoccupazione numero uno. Per lui la trasformazione alchemica si fonda su un unico elemento. Onnipresente e maledetto, al centro di tutte le discussioni sul Pianeta. La CO 2

«Se il riscaldamento globale peggiorerà, moltissima COsi libererà dal permafrost disciolto, aggiungendosi a tutta quella che già buttiamo nell’atmosfera. E sarà il collasso». Ecco perché - aggiunge - «dobbiamo agire subito: che futuro vogliamo? Uno con oltre 400 parti per milione di anidride carbonica?». E Ozin si risponde con una battuta a sorpresa: «È provato che l’inquinamento causa anche gravi danni neurologici» e a questi shock cerebrali attribuisce parte degli errori finora compiuti e della miopia di tanti potenti. «All’accordo di Parigi si è discusso di mitigazione delle emissioni e di riduzione dei consumi. Ma non della terza soluzione: il riciclo». Che è proprio l’oggetto della sua visione. 

FONTE: Gabriele Beccaria (lastampa.it)