domenica 31 luglio 2016

Hiv, arriva anche in Europa il farmaco che previene il contagio


Le pillole di Truvada

Arriva anche in Europa il primo farmaco per la prevenzione dell'Hiv. L'Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha infatti raccomandato l'autorizzazione all'immissione in commercio nell'Unione europea per Truvada (emtricitabina/tenofovir disoproxil) con indicazione per la profilassi pre-esposizione (Prep), in combinazione con pratiche di sesso sicuro, per ridurre il rischio di infezione da Hiv in pazienti adulti ad alto rischio. La Prep è una nuova strategia farmacologica mirata alle persone che non hanno l'Hiv, ma che sono ad alto rischio di contrarlo. Dopo il via libera del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell'Ema, si attende ora la ratifica da parte della Commissione europea. Truvada di Gilead Sciences è il primo farmaco raccomandato a questo scopo e - precisa l'Ema - deve essere utilizzato come parte di una strategia generale di prevenzione dell'infezione da Hiv, che comprende l'uso del preservativo.

Il farmaco era stato approvato per la prima volta in Ue nel 2005 in combinazione con almeno un altro farmaco antivirale per il trattamento di adulti con infezione da Hiv-1. Il comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell'Ema ha basato la propria decisione su due studi che hanno mostrato una riduzione sostanziale del rischio di Hiv-1 utilizzando Truvada. Secondo una di queste ricerche, il farmaco può ridurre il rischio di infezione da Hiv del 42% negli uomini sieronegativi o in donne transgender che hanno rapporti sessuali con uomini, gruppi considerati ad alto rischio di infezione da Hiv. In un secondo studio il rischio di infezione si sarebbe ridotto del 75% nei partner eterosessuali di uomini e donne sieropositive. L'opinione del Chmp sarà ora inviata alla Commissione Europea per l'autorizzazione all'immissione in commercio. Una volta che l'estensione delle indicazioni sarà concessa, ogni Stato membro dovrà prendere una decisione sul prezzo e le modalità di rimborso del prodotto in base al potenziale uso di questo farmaco nel contesto del proprio sistema sanitario nazionale.

FONTE: ilmessaggero.it

sabato 30 luglio 2016

L'antibiotico del futuro è nel nostro naso

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Un composto prodotto da un batterio che vive nel nostro corpo blocca lo stafilococco aureo.

Alla ricerca di nuove armi efficaci contro le infezioni batteriche, gli scienziati si sono imbattuti in un antibiotico che avevano, letteralmente, sotto il naso. Un gruppo di ricercatori guidati da Andreas Peschel dell'università di Tubingen (Germania) ha annunciato di avere scoperto un nuovo potente antibiotico prodotto da un batterio che vive dentro le nostre narici. Secondo i primi risultati dello studio, pubblicato su Nature e presentato a ESOF2016, il meeting europeo sulla ricerca scientifica, sarebbe in grado di uccidere molti ceppi di batteri, inclusi i microbi considerati più pericolosi perché ormai resistenti ai principali antibiotici a disposizione.

MICROBI BUONI E CATTIVI. I ricercatori sono partiti da un indizio noto: lo Staphylococcus aureus, responsabile di molte infezioni pericolose, soggiorna stabilmente nel naso del 30% circa della popolazione, tanto che spesso chi risulta positivo viene sottoposto a terapia antibiotica (una pratica controversa).

Ma com'è che il 70 per cento della popolazione resiste alla colonizzazione da parte dello stafilococco? C'era l'idea che a bloccare la crescita del batterio nocivo fossero altre specie "buone" di stafilococco, ma non si sapeva esattamente quali e con quale meccanismo.

POTENTE CONTRO I BATTERI. Per scoprirlo, gli scienziati hanno testato la capacità di 90 specie di stafilococco (prelevate dal naso) di bloccare la crescita dei batteri incriminati. E ne hanno così scoperto uno in particolare, lo Staphyloccus lugdunensis, in grado di riuscirci bene. A conferma che proprio questo microbo sembra riuscire a tenere a bada il temibile batterio, gli scienziati hanno constatato che, quando è presente, il compagno cattivo c'è nel naso di solo il 6 per cento delle persone, mentre in sua assenza si trova nel 35 per cento.

FONTE: focus,it

venerdì 29 luglio 2016

Verruche, ecco come prevenirle (e come curarle senza «soffrire»

(Getty Images)

Sono infezioni benigne della pelle, causate dal Papillomavirus e si stima che il 10% della popolazione, soprattutto bambini e giovani, ne soffra almeno una volta nella vita

L'anno scorso, in primavera, ho dovuto curare alcune verruche sotto la pianta dei piedi. Il dermatologo me le ha «bruciate» con l’azoto liquido: è stato dolorosissimo e non è servito, alcune settimane dopo erano di nuovo presenti. Ho poi risolto il problema con un unguento che ho spennellato sulle lesioni per parecchio tempo. Ora ho il terrore - tra piscina, mare e vacanze alle terme - di contrarle di nuovo. Cosa posso fare per prevenirle? Mi hanno anche detto che ho avuto questo problema (per la prima volta in vita mia) perché avevo le difese immunitarie basse, è vero?

Le verruche cutanee sono infezioni benigne della pelle, molto diffuse, causate dal Papillomavirus (o Hpv) e si stima che il 10 per cento della popolazione, soprattutto bambini e giovani adulti, ne soffra almeno una volta nella vita. Il rischio di infettarsi aumenta notevolmente quando il nostro sistema immunitario è compromesso, per esempio in pazienti con malattie gravi, o molto debilitati. Il virus può penetrare nella nostra pelle per via diretta, attraverso abrasioni o escoriazioni della cute anche di lieve entità, o indiretta, se si viene in contatto con superfici contaminate in un ambiente caldo-umido che favorisce la sopravvivenza del virus in forma attiva (come può accadere in palestre, piscine o saune). Per questo è meglio indossare sempre calzature adeguate nelle docce di questi luoghi ed evitare lo scambio di oggetti di toilette potenzialmente infetti (come forbicine o rasoi).

Nelle narici o sulle labbra
Altra modalità di contagio, molto frequente in età pediatrica, è l’auto-inoculazione: nei bambini si possono osservare verruche nelle narici o sulle labbra per il vizio di introdurre le dita venute a contatto con il virus nel naso e in bocca. Esiste, poi, anche un rischio professionale legato sia alla manipolazione della carne cruda che contiene una proteina che favorisce la penetrazione del virus (verruche dei macellai ), sia a una macerazione della pelle indotto dall’uso continuo di acqua (tipico, per esempio, dei baristi). Le verruche sono generalmente facilmente riconoscibili e spesso sono molto dolorose, come quelle a carico della lamina ungueale o sotto la pianta del piede. La diagnosi è generalmente agevole e si basa sul loro riconoscimento clinico, solo in casi dubbi si può ricorrere all’utilizzo di un dermatoscopio, che consente rapidamente e senza dolore di evidenziare delle peculiarità utili alla loro rapida identificazione.

FONTE: corriere.it

mercoledì 27 luglio 2016

L'Occhio del Sahara rimane un mistero

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Non si conosce ancora l'origine della Struttura di Richat, in Mauritania, una delle formazioni geologiche più ammirate dagli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale.

Per millenni è rimasto nascosto alla vista dei più. Poi, con l'avvento delle missioni spaziali, dei satelliti e della ISS, l'Occhio del Sahara, una formazione geologica circolare nel deserto del Sahara occidentale, è divenuto uno dei soggetti fotografici più interessanti del Nord Africa.

Che cosa ha dato origine a questa "cicatrice" della Terra di circa 40 km di diametro? La questione è al centro di un articolo su Business Insider.

NON È UN CRATERE. Inizialmente, la Struttura di Richat - questo il nome scientifico della formazione - era creduta un cratere da impatto. Agli astronauti della missione Gemini IV, in orbita per quattro giorni intorno alla Terra, fu chiesto di cercare dall'alto ogni formazione circolare che potesse essere riconducibile a strutture da impatto, ma nell'area dell'Occhio non è stato trovato alcun segno di roccia fusa. Un dato che ha fatto scartare questa ipotesi. 

RIALZO ROCCIOSO. Oggi la teoria più accreditata, sostenuta da due geologi canadesi, fa risalire l'origine della struttura a più di 100 milioni di anni fa, al momento della separazione del supercontinente Pangea dovuta alla deriva dei continenti. Mentre gli attuali Africa e Sud America si allontanavano, la roccia fusa spinta verso la superficie formò una cupola di strati rocciosi dove oggi si trova l'Occhio (che sarebbe così una specie di grosso foruncolo sulla crosta terrestre). Questo fenomeno generò anche linee di faglia intorno e attraverso la struttura, nonché la dissoluzione della pietra calcarea al centro di essa. 

LEVIGATO DAL TEMPO. La successiva eruzione dell'Occhio fece collassare la cupola, e l'erosione ha completato l'opera, con gli anelli che vediamo ancora oggi che indicano i vari tipi di roccia che si sono consumati a ritmi diversi. Il punto più chiaro al suo centro sarebbe invece roccia vulcanica affiorata durante l'eruzione.

FONTE: frocus.it

martedì 26 luglio 2016

Vaccino antinfluenzale: utile anche per ridurre i ricoveri dovuti a ictus e scompenso cardiaco


Con il vaccino non si previene solo l’influenza. Uno studio britannico dimostra che attraverso di esso è possibile ridurre il numero di ricoveri e abbassare la mortalità del 24%

Chi l’ha detto che i vaccini servono solo ed esclusivamente a prevenire una determinata malattia? Sempre più numerosi studi indicano che questo straordinario strumento di prevenzione, che ha contribuito ad eradicare alcune pericolose patologie, presenta un duplice vantaggio. Da un lato previene lo sviluppo della malattia, dall’altro riduce sensibilmente l’incidenza di altre patologie correlate. Un esempio? Vaccinare contro l’influenza le persone con diabete riduce i ricoveri in ospedale per ictus e scompenso cardiaco e abbassa il tasso di mortalità durante la stagione invernale. A dimostrarlo è uno studio da poco pubblicato sulle pagine del Canadian Medical Association Journal. 

Quando si parla di vaccini la tendenza è spesso quella di associarli alla tenera età. Non è un caso che l’investimento maggiore nelle campagne di vaccinazione riguardi le fasce di età tra gli 0 e i 6 anni. In realtà c’è un’altra grande categoria che necessiterebbe dei vaccini ed è quella degli anziani e delle persone con malattie croniche come il diabete. In particolare, uno strumento ancora poco utilizzato, è il vaccino antinfluenzale. Meno della metà degli anziani, 49,9 persone ogni 100, si è vaccinata (l’anno precedente il tasso era pari a 48,6%, ben lontano dai valori di copertura minimi (75%) e ottimali (95%) raccomandati dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale per limitare la circolazione del virus. 

Il vaccino contro l’influenza è offerto gratuitamente in Italia ad over 65, donne incinte e persone con malattie croniche, come il diabete di tipo 2, ma pochi studi ne avevano finora misurato efficacia e benefici. I ricercatori dell’Imperial College di Londra, tra il 2003 e il 2010, hanno preso in esame oltre 124 mila adulti con diabete di tipo 2, circa il 65% dei quali ha ricevuto il vaccino contro l’influenza. Rispetto ai pazienti che non erano stati vaccinati, coloro che avevano ricevuto il vaccino, mostravano una riduzione del 30% dei ricoveri ospedalieri per ictus, del 22% dei ricoveri per scompensi cardiaci e una riduzione del 15% dei ricoveri per polmonite o influenza. Inoltre, avevano complessivamente un tasso di mortalità del 24% inferiore rispetto ai pazienti che non erano stati vaccinati. «La maggior parte dei decessi provocati dall’influenza ogni anno –dichiara Eszter Vamos, uno degli autori dello studio- si verificano in persone con condizioni di salute preesistenti, come il diabete di tipo 2. Questo studio suggerisce che il vaccino può avere notevoli benefici». 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

lunedì 25 luglio 2016

Sabbia e piscine: attenzione alle infezioni

I bambini, ma non solo, sono a rischio di avere contaminazioni cutanee e intime a causa dei patogeni che possono annidarsi in acqua e sulla spiaggia

Quali sono i rischi che possono correre i bambini e più in generale, tutte le persone con difese immunitarie particolarmente indebolite, come gli anziani o le persone con malattie croniche quali diabete o alterazioni della barriera cutanea, ma anche le donne in stato interessante, in spiaggia e in piscina?  

virus, i funghi e i batteri crescono e prolificano molto bene in tutti gliambienti caldo umidi ecco perché in spiaggia, così come nell’acqua del mare soprattutto dove sono presenti i divieti di balneazione e in piscina è alto il rischio di contrarre un’infezione micotica (soprattutto ai piedi), delle vie urinarie,intestinali a causa dell’ingestione più o meno accidentale con acqua infetta o del suo contatto con la pelle.  

Rischio impetigine  
«L’impetigine rappresenta la forma più frequente d’infezione cutanea quando ci si immerge in acque con elevata carica batterica - chiarisce il dottor Antonino Reale responsabile di Pediatria dell’emergenza presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma- può manifestarsi su tutta la superficie corporea ed è di norma causata da stafilococchi o streptococchi, anche in associazione. Si presenta con aspettovescicoloso o crostoso e talora si accompagna a febbre e malessere generale. Deve essere prontamente trattata perché altrimenti si può diffondere in modo esteso a tutto il corpo o può contagiare altre persone per contatto o per condivisione di asciugamani».  

Infezioni ai piedi da sabbia  
La sabbia può veicolare le verruche ovvero formazioni benigne, dure e callose, non di rado dolorose causate da un virus, difficili da curare perché tendono a recidivare; si stima che solo in Italia ne soffrano circa 6 milioni di persone, con la maggior parte delle infezioni riscontrate nella fascia di età 10-14 anni. L’ideale è non contrarre il virus e tale obiettivo si può centrare facendo indossare calzini in cotone anche in spiaggia ai bambini con meno di un anno, facendo attenzione a far asciugare i bambini dopo il bagno con un telo in cotone o comunque in fibra naturale ben asciutto, asciugando molto bene negli spazi interdigitali. 

Bambini nudi in spiaggia: si o no?  
I bambini, anche i piccolissimi amano stare nudi in spiaggia: ma vi sono rischi per la loro salute? «Se non vi sono divieti di balneazione i bambini possono anche farsi il bagno nudi, ma poi all’uscita dall’acqua vanno accolti con un asciugamano pulito per metterli a riparo da virus e batteri. Quando giocano in spiaggia, invece, è opportuno che indossino almeno il costume». Chiarisce il dottor Giuseppe di Mauro, pediatra di famiglia e presidente SIPPS (Società Italia di Pediatria Preventiva e Sociale).  

Il costume bagnato: se e quando va tolto?  
I bambini, si sa, entrano ed escono dall’acqua continuamente, quando è opportuno togliere loro il costume bagnato e quali rischi corrono a tenerlo addosso? «I problemi possono comparire se non si asciugano per bene e restano a contatto troppo a lungo con il costume bagnato, come può succedere se dopo il mare vanno a mangiare al ristorante o a giocare sotto gli alberi; in questo caso vi è la concreta probabilità di sviluppare alle infezioni delle vie urinarie o infezioni da candida soprattutto nelle bambine, per via della loro fisiologica anatomia. Nessun problema se invece si asciugano e poi tornano in acqua». Precisa ancora il dottor Di Mauro.  

La doccia dopo il mare  
Fare la doccia dopo una giornata al mare non ammazza virus e batteri, ma toglie il sale dalla pelle. Se dopo il bagno ci si è asciugati con cura con un asciugamano pulito, tuttavia, non si corrono particolari rischi di infezione. 

Contaminazione delle acque.  
Le piscina, le fontane, tutti gli specchi d’acqua artificiali o naturali possono venire contaminati da sversamenti di varia origine, dagli scarichi fognari o industriali e nel caso delle piscine dagli utenti che si bagnano pur essendo affetti da patologie benigne come la diarrea, le infezioni respiratorie o cutanee

Infezioni in piscina  
Nel periodo estivo chi frequenta le piscine può sviluppare disturbi connessi con l’ingestione di contaminanti fecali o per contatto con acqua contaminata dasecrezioni nasali e orofaringee o squame di pelle e capelli. A tal proposito precisa ancora il dottor Reale: «Nonostante sia di moda far frequentare corsi di acquaticità in piscina fin dalle prime epoche di vita, è una pratica che sconsiglio perché espone il neonato o lattante, se non ancora vaccinati, ad infezione potenzialmente gravi; meglio far giocare il bambino nell’acqua in una piccola piscina “privata”, raccomandando ai genitori un’attenta vigilanza». 

Come proteggersi?  
Dallo sviluppo di questi disturbi ci si protegge solo con un corretto utilizzo della piscina da parte degli utenti stessi: per questo motivo non bisognerebbe bagnarsi se affetti da diarrea e i genitori di bambini che indossano ancora il pannolino devono cambiarli frequentemente e lavarli lontano dalle acque della piscina.  

Disturbi gastroenterici  
Se nonostante le attenzioni subito dopo una giornata in piscina si sviluppa una sintomatologia lieve con nausea, vomito, diarrea e febbricola si può rimediare con l’assunzione di sali minerali, utili a prevenire la disidratazione, ed eventualmente di probiotici. Se invece la sintomatologia è più grave e si sospetta un’infezione di orgine batterica è bene rivolgersi al pediatra. Se il vomito è talmente intenso da compromettere lo stato clinico del bambino è necessario rivolgersi al pronto soccorso. 

Dermatiti  
Se dopo il mare o la piscina compaiono chiazze e macchie è bene limitare il più possibile il fai da te, ma è bene rivolgersi al personale competente.

FONTE: Angela Nanni (lastampa.it)



domenica 24 luglio 2016

Ossessione integratori, barrette e pillole al posto del cibo 

Il giro d’affari sfiora i tre miliardi. Ogni italiano consuma quattro confezioni l’anno. L’allarme dagli Stati Uniti. Calabrese: “Emergenza sanitaria”

In media ogni italiano assume quattro confezioni e mezzo di integratori alimentari all’anno. Un giro d’affari da 2,6 miliardi: un mercato esploso tra il 1990 e il 2000 e da allora in costante crescita. In realtà si tratta di un business di dimensioni ancora maggiori perché sono rilevate dall’associazione dei produttori FederSalus soltanto le vendite nelle farmacie, parafarmacie e grande distribuzione.  

non le barrette proteiche, gli energy drink, i sali minerali, gli aminoacidi, le vitamine in pillole e tutti gli altri «health claims» che vengono acquistati su Internet e nei migliaia di distributori automatici negli aeroporti, sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle stazioni ferroviarie e della metro, nei locali pubblici, nelle palestre.  

Di questi «health claims» solo 200 su 4000 hanno ricevuto il riconoscimento dell’ Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare. Al boom commerciale degli integratori fa riscontro una serie di «alert» sui loro possibili effetti nocivi a partire da quello del 2013 della Food and Drug Administration statunitense fino a quelli delle associazioni di nutrizionisti società scientifiche internazionali. La Stampa ha ricostruito la «filiera» dei surrogati dell’alimentazione visitando aziende produttrici e gruppi di ricerca universitari con l’aiuto di scienziati dell’alimentazione, psicoterapeuti e dietologi che hanno in cura pazienti che hanno riportato seri gravi alla salute dall’abuso di integratori. Sono prodotti a libera vendita, quindi non serve prescrizione medica.  

Automedicazione a rischio  
«I danni provocati alla salute dalla “moda” di sostituire il cibo con pillole e barrette stanno diventando una vera emergenza sanitaria», avverte il nutrizionista Giorgio Calabrese, presidente del Comitato nazionale per la sicurezza alimentare. Ogni anno, tra Roma, Torino, Milano e Asti, il professor Calabrese cura più di cento casi di dipendenza da integratori.  

«L’automedicazione è dannosa- afferma- . Gli integratori vanno prescritti dal medico per carenze come quella di ferro e non presi di testa propria come sostitutivi». La loro diffusione è dovuta alla loro praticità. «Le indicazioni scritte sulle confezioni sono così generiche (stanchezza fisica e psicologica, difficoltà di concentrazione) che chiunque ci si può riconoscere- precisa Calabrese -. E, poi, invece di variare l’alimentazione e calcolare le calorie, appaiono come una scorciatoia ”easy”, un modo comodo per delegare a chi ne sa. Adesso ce ne sono alcuni che si sciolgono sotto la lingua, non serve neanche l’acqua». Tra i pazienti soccorsi nel tunnel di questa dipendenza c’è un trentenne piemontese che lavora in un’istituzione europea. «Un bel ragazzo brillante che si era ritrovato lontano dai genitori e per insoddisfazione e latente depressione aveva cominciato a mangiare solo integratori, è arrivato da me pelle e ossa-. Quando gli ho chiesto il motivo, mi ha risposto: “Mi servono a fermare la fame”. Da quando ha chiuso con questi prodotti, è aumentato di massa senza ingrassare: ora è felice e sta bene. In un anno ha preso 9 chili ed è tornato a vivere perché non è più schiavo degli alimenti sostitutivi»  

La trincea delle etichette  
Alla Angelini di Ancona lavora Marco Fiorani, da tre anni presidente di FederSalus, l’associazione che riunisce le principali aziende del settore. Alla casa madre del gruppo farmaceutico sempre più linee di produzione sono riservate agli integratori alimentari. «Se solo 200 “health claims” su quattromila hanno ottenuto l’approvazione è perché l’agenzia europea applica agli integratori lo stesso criterio di validazione scientifica dei medicinali- argomenta Fiorani-.Serve un altro modo per verificare l’efficacia di questi prodotti: il criterio farmaceutico si può applicare quasi solo a vitamine e minerali». Mostra i dati di vendita e gli investimenti in ricerca delle aziende. «L’abuso di integratori va trattato a livello psicologico, rientra tra le deviazioni nel rapporto con il cibo e con se stessi- prosegue-. E’ come per il vino: un bicchiere a pasto fa bene, eccedere è dannoso. E come sui pacchetti di sigarette c’è scritto che il fumo uccide, sulle etichette degli integratori è specificato che non vanno intesi come sostituti di una dieta variata ed equilibrata. L’Italia ha anche regole più rigide del resto d‘Europa».

FONTE: lastampa.it

sabato 23 luglio 2016

Nuova arma contro i batteri «cattivi» che vivono nel nostro intestino

(Getty Images)
Messo a punto un vaccino in grado di ridurre gli stati infiammatori: potrebbe essere utile per prevenire malattie metaboliche, come l’aterosclerosi e il diabete di tipo 2

Per prevenire alcune malattie metaboliche, come l’aterosclerosi o il diabete di tipo 2, potrebbe essere utile (in futuro) un vaccino messo a punto da ricercatori dell’Ospedale San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria. Massimo Clementi e Roberto Burioni (Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele) e Filippo Canducci (Insubria), coordinatori del lavoro pubblicato su Scientific Report, hanno scoperto - su topi - che immunizzando l’organismo verso alcuni batteri “cattivi” che vivono nell’intestino (e che sono presenti in sovrannumero in chi segue una dieta ricca di zuccheri e grassi), aumenta la produzione di globuli bianchi che modulano la risposta immunitaria, riducendo il processo infiammatorio.

Flora batterica intestinale

Gli autori hanno indagato il complesso equilibrio tra la flora batterica intestinale e il sistema immunitario dell’organismo che la ospita. «È noto che la dieta occidentale, ricca di grassi e povera di fibre, altera la flora batterica favorendo la crescita di determinati batteri e sfavorendone altri. Alcuni di questi batteri però, se presenti in sovrannumero, attivano il sistema immunitario, avviando il processo di infiammazione e favorendo l’insorgenza di malattie metaboliche e cardiovascolari» spiegano. In laboratorio, i topi vaccinati hanno mostrato «ridotti livelli di infiammazione, meno zucchero nel sangue e una progressione più lenta delle placche aterosclerotiche». Questo risultato, secondo Canducci, «apre una via di studio veramente nuova e rappresenta il primo passo verso la messa a punto di vaccini volti a ridurre le conseguenze nocive di una cattiva alimentazione».

Ecco nel dettaglio come è avvenuto l’esperimento. «Abbiamo somministrato ai topi una proteina, chiamata ompK36, che è naturalmente presente sulla superficie di alcuni tipi di batteri - spiega Canducci -. Questa proteina solitamente regola il passaggio di molecole dall’interno all’esterno dei batteri e viene riconosciuta dal nostro sistema immunitario. Nel nostro lavoro abbiamo scoperto che è in grado di attivare una risposta nelle cellule immunitarie, inducendole a produrre un’altra proteina, chiamata apoE. Quest’ultima ha il compito di trasportare i lipidi, ma è anche un potentissimo antinfiammatorio. Dunque con il vaccino la produzione di apoE aumenta e questo fa diminuire lo stato infiammatorio nell’intestino, nel fegato e nella placca aterosclerotica (degenerazione delle pareti arteriose dovuta al deposito di placche, ndr)».

I batteri potenzialmente «cattivi»

I batteri presi di mira dagli scienziati abitano naturalmente il nostro intestino ma se presenti in numero eccessivo possono essere spia di un’infiammazione sistemica (ovvero che interessa l’intero organismo) o essere causa loro stessi di uno stato infiammatorio: si tratta dell’Helicobacter e delle Enterobatteriacee, come l’E. coli o la Klebsiella. «Non vogliamo eliminare questi batteri, che devono essere presenti nell’organismo - prosegue Canducci -, ma solo modificare i loro effetti. In pratica, polarizziamo la risposta immunitaria in modo da renderla antinfiammatoria e un valore aggiunto dello studio è anche quello di aver capito come funziona il meccanismo della proteina apoE». Nei topi l’effetto positivo si è verificato nonostante il proseguimento della dieta ricca di grassi e zuccheri. «Abbiamo calcolato che il regime alimentare cui abbiamo sottoposto gli animali corrispondeva a quello di un essere umano che mangia abitualmente hamburger nei fast food - conclude Canducci -. Il vaccino ha la proprietà di “addolcire” gli effetti negativi di questo tipo di dieta». Lo studio è stato finanziato dai Ministeri dell’Istruzione e della Salute. Ora i ricercatori sperano di trovare finanziamenti per proseguire il lavoro e testare il vaccino anche sull’uomo.

FONTE: Laura Cuppini (corriere.it)



giovedì 21 luglio 2016

Un batterio sintetico e «suicida» diventa arma contro il cancro

Studio americano: dopo avere rilasciato il farmaco nelle cellule malate il microrganismo agisce come un kamikaze per evitare di moltiplicarsi. La ricerca sulla rivista Nature

La salmonella è un batterio patogeno per l’uomo, per cui rappresenta la prima causa di infezioni acquisite dal contatto con gli alimenti. Ma se adeguatamente «istruiti» in laboratorio, questi microrganismi possono diventare un’arma da puntare contro le cellule tumorali. La liberazione dal loro interno di un farmaco è quanto serve per le cure oncologiche. Al resto non occorre pensare. Una volta assolto il proprio compito, il batterio sintetizzato in laboratorio sarebbe infatti in grado anche di togliersi la vita. Così da non esporre ad alcun rischio il paziente. 

RISULTATI INCORAGGIANTI ASSIEME ALLA CHEMIOTERAPIA  
È questa la prospettiva che emerge da uno studio appena pubblicato nel pomeriggio sulla rivista Nature, grazie alla collaborazione tra alcuni ricercatori dell’Università di San Diego e dei colleghi del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston. Gli scienziati, da tempo attivi nel campo della biologia sintetica, hanno realizzato in laboratorio un batterio in grado di tornare utile anche in ambito oncologico. L’obiettivo della ricerca era infatti quello di poter indirizzare il microrganismo, in questo caso una salmonella, nel colon-retto di alcuni topi, a cui era già stato diagnosticato un tumore. Il batterio, usato come vettore, avrebbe dovuto avere un duplice compito: «suicidarsi» nel sito della neoplasia in modo da rilasciare il farmaco in esso inserito dai ricercatori. Soddisfacenti sono stati i risultati della sperimentazione preclinica. Somministrati per via orale, i batteri ingegnerizzati hanno garantito l’apporto del medicinale nel colon, cui è seguita una diminuzione della dimensione del tumore. Successivamente i ricercatori - i batteri sono stati ingegnerizzati all’Università di San Diego, mentre il trattamento è stato condotto al Mit di Boston - hanno adottato lo stesso trattamento in topi colpiti dalla stessa malattia, che nel frattempo aveva però generato metastasi a livello del fegato. Anche in questo caso l’effetto è stato sorprendente, con una sinergia stabilita da questo approccio con la chemioterapia tradizionale. Risultato: la riduzione della massa tumorale e una sopravvivenza prolungata. 

AGGREDIRE IL CANCRO DALL’INTERNO  
Correttamente, gli autori dello studio, guidati da Jeff Hasty, docente di bioingegneria all’Università di San Diego, si sono affrettati a precisare che «il nuovo approccio non è stato in grado di far guarire alcun topo dalla malattia». Eppure i risultati preliminari, ottenuti su modello animale, documentano un aumento pari quasi al cinquanta per cento della prospettiva di vita. Sta di fatto che è la prima volta che si esplora la possibilità di programmare il ciclo vitale dei batteri per ottenere un effetto farmacologico e al contempo evitare che si moltiplichino nell’organismo. Non è un caso che nel documento scientifico questo modus operandi venga definito con una sola parola: kamikaze. Come spiega Hasty, che da tempo lavora sull’ingegnerizzazione dei batteri anche per la bonifica delle acque, «se consideriamo la partita contro il cancro alla stregua di una guerra, i batteri rappresentano l’esercito invisibile che entra all’interno del territorio nemico». Una differenza sostanziale, secondo lo scienziato, rispetto alla chemioterapia, che invece «aggredisce dall’esterno, ma risulta in genere poco efficace nei tessuti carenti di ossigeno», dove invece i batteri, comunicando attraverso il sistema del quorum sensing, riuscirebbero comunque a farsi largo e a mettere in atto una strategia d’offesa alla malattia. Da non sottovalutare anche l’azione mirata, che tiene invece al riparo i tessuti sani circostanti. Peculiarità che appartiene pure alle terapie mirate già in uso nell’uomo, ma non alla chemioterapia: di cui non si riesce ancora a fare a meno, in molti casi. 

MA RESTANO DIVERSI ASPETTI DA CAPIRE  
Resta da capire quale possa essere la combinazione migliore, sul piano qualitativo e quantitativo, tra l’iniezione di batteri e la somministrazione di un farmaco. Così come è da comprendere quali aspetti guidino la popolazione batterica nel terreno del nemico. Un’ipotesi avanzata dai ricercatori è quella che vedrebbe i patogeni dirigersi nella zona del tumore per una questione di «sopravvivenza». Trovare riparo in un distretto dell’organismo in cui il sistema immunitario non funziona come dovrebbe li porrebbe infatti al sicuro dall’azione dei globuli bianchi, chiamati al coordinamento dei meccanismi di difesa dall’azione dei diversi microrganismi patogeni.  

FONTE: Fabio Di Todaro (lastampa.it)

mercoledì 20 luglio 2016

Da Londra a Sydney in sole 4 ore, ecco l’aereo Lapcat A2 da 6500 km/h


Il Lapcat A2, viaggerà a 6500 km/h, cioè a circa 5 volte la velocità del suono, e potrà andare da un capo all’altro della Terra in sole 4 ore. È il progetto di aereo supersonico in cui l’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, ha appena investito 11 milioni di dollari, che si aggiungono ad altri finanziamenti a livello mondiale. Grazie al suo motore potrà arrivare anche nello spazio e viaggiare in «modalità razzo», trasportando magari dei satelliti in orbita. La data ipotizzata per il primo test è il 2020 ma per un progetto di aereo passeggeri bisognerà aspettare ulteriormente.

FONTE: lastampa.it

lunedì 18 luglio 2016

Nanospugne di carbonio per riparare le fibre nervose


Positivi i primi test fatti in Italia


Minuscole spugne fatte di nanotubi di carbonio possono agire da ponte per guidare e sostenere la riparazione delle fibre nervose danneggiate: lo dimostrano i risultati dei primi test di laboratorio pubblicati sulla rivista Science Advances dai ricercatori della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) in collaborazione con l'Università di Trieste. 

Inizialmente studiate all'Università di Roma Tor Vergata per assorbire gli idrocarburi dispersi in mare, le nanospugne sono state applicate per la prima volta al tessuto nervoso sulla base di un'intuizione di Maurizio Prato, chimico esperto in nanotecnologie dell'Università di Trieste. Per studiare l'interazione di questo materiale hi-tech con le cellule nervose, Laura Ballerini e i suoi collaboratori lo hanno messo a contatto con due piccoli segmenti di midollo spinale di topo separati da appena 300 millesimi di millimetro. ''Inserendo un pezzo della spugna di carbonio nello spazio tra i due, si osserva una fitta crescita di fibre nervose che vanno a riempire la struttura, intrecciandosi e ripristinando la trasmissione dei segnali elettrici'', spiega Ballerini all'ANSA. 

''Questi nanotubi di carbonio hanno una sbalorditiva capacità di interagire con i neuroni, non solo per la loro struttura 3D - precisa - ma probabilmente anche per la loro capacità conduttiva''. Per verificare la biocompatibilità del materiale, i ricercatori lo hanno impiantato nel cervello di topi: ''a distanza di quattro e otto settimane abbiamo visto che era ben tollerato, i topi erano sani e vitali'', afferma Ballerini. ''Non abbiamo notato segni di infiammazione, anzi - precisa - abbiamo osservato la formazione di nuovi neuroni nella nanospugna, che a quanto pare offre un ambiente ospitale per le cellule''. 

E' ancora troppo presto per parlare di possibili applicazioni sull'uomo, ''non vogliamo creare false speranze - spiega la neurofisiologa - ma di sicuro abbiamo aperto una nuova linea di ricerca. Nel prossimo futuro, invece, potremmo provare questi materiali per ricoprire gli elettrodi impiantati nel cervello per l'elettrostimolazione contro i disturbi del movimento come il Parkinson, che ad oggi perdono efficienza nel tempo proprio perché causano la formazione di tessuto cicatriziale intorno''.

FONTE: ansa.it

domenica 17 luglio 2016

Vaginosi batteriche, il test molecolare che potrà aiutare nella diagnosi

(Getty Images)

VaginArray può misurare le alterazioni della flora batterica ed è un buon alleato nel monitoraggio delle terapie. Le infezioni possono aumentare il rischio di malattie sessualmente trasmesse e di problemi durante un’eventuale gravidanza

Le infezioni batteriche della vagina sono uno dei problemi ginecologici più frequenti durante l’età riproduttiva e possono aumentare il rischio di malattie sessualmente trasmesse e di problemi durante un’eventuale gravidanza. Per questo riconoscerle e curarle in modo tempestivo e adeguato è fondamentale, così in futuro potrebbe rivelarsi utile VaginArray, un test molecolare messo a punto da ricercatori dell’università di Bologna che può “mappare” la popolazione di batteri vaginali aiutando nella diagnosi e anche nel monitoraggio delle terapie.
Un test molecolare
Il test comprende 17 set di “sonde” molecolari, ciascuno specifico per le varie specie batteriche più rappresentative dell’ecosistema vaginale fisiologico e patologico: in questo modo i germi possono essere riconosciuti efficacemente e anche quantificati, misurando l’intensità della fluorescenza emessa da ciascuna “sonda”. Il test è stato messo alla prova e i risultati, pubblicati su Antimicrobial Agents and Chemotherapy, mostrano che con questo metodo è possibile valutare eventuali alterazioni dell’ecosistema vaginale e anche misurare gli effetti delle terapie antibiotiche: sarà perciò una tecnica preziosa per la diagnosi e il monitoraggio delle infezioni vaginali, che sono purtroppo un’evenienza in continuo aumento come spiega Francesco De Seta della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’Ospedale materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste: «Dati italiani mostrano che sono in crescita i serbatoi orali di batteri a causa di un incremento dei rapporti oro-genitali; le abitudini sessuali infatti sono uno dei fattori di rischio per le vaginosi batteriche, accanto al fumo e ad alcune condizioni favorenti come disturbi intestinali, carenza di vitamina D, ipotiroidismo, anemia con carenza di ferro».

Diagnosi e terapia giusta
Le vaginiti batteriche sono caratterizzate dalla crescita di germi prevalentemente anaerobi che tendono a rimpiazzare i lattobacilli presenti usualmente nella vagina; quando accade il pH vaginale si alza passando dai valori attorno a 4,5 della situazione fisiologica a oltre 7, inoltre compaiono sintomi come perdite abbondanti di cattivo odore e prurito, ma anche bruciori e dolore nei rapporti sessuali. In caso di sospetta infezione, è necessaria la visita dal ginecologo: «Il fai da te non è mai consigliabile, neppure quando già si è avuto un episodio e si pensa di saper riconoscere un’eventuale ricaduta - osserva De Seta -. Si è dimostrato, infatti, che quando in una seconda occasione la donna pensa di ravvedere i segni di un’infezione già avuta e prova quindi a curarsi come ha fatto in passato sbaglia in ben il 60 per cento dei casi. Basarsi solo sui sintomi porta all’errore, serve una diagnosi certa che solo il ginecologo può fare. Il medico, inoltre, è fondamentale nei casi, circa il 10 per cento del totale, in cui le vaginosi batteriche diventano ricorrenti e si manifestano anche tre o quattro volte in un anno: è essenziale per esempio capire se ci siano condizioni sottostanti che favoriscano la ricomparsa delle infezioni, per trattarle ed eliminare il problema “alla radice”, oltre che per impostare una terapia adeguata per la prevenzione delle recidive. L’infezione acuta, tuttavia, si cura facilmente e con successo nel 90 per cento delle pazienti». «Le vaginosi batteriche sono una sorta di “disastro ecologico” della vagina - interviene Filippo Murina, responsabile del Servizio di Patologia Vulvare all’Ospedale Buzzi di Milano -. Si curano facilmente con antibiotici vaginali come clindamicina o metronidazolo, ma non devono essere sottovalutate perché in gravidanza, per esempio, possono avere conseguenze sulla salute di mamma e bambino. È importante intervenire per ridurre il rischio di recidive e intercettarle presto e bene: le donne che hanno la tendenza a perdite maleodoranti dopo il ciclo, per esempio, dovrebbero essere indagate per capire se hanno infezioni in atto e per impedire una progressione verso quadri più seri e vaginiti ricorrenti».

FONTE: corriere.it

sabato 16 luglio 2016

8 cose che (forse) non sai sull'abbronzatura


Come e quando ci si può esporre al sole senza rischi? Vanno bene le protezioni solari dell'anno scorso? Sotto all'ombrellone si è sicuri? E qual è il tuo fototipo?

Dopo le vacanze la sfoggeremo con orgoglio, ma in termini scientifici l'abbronzatura è, a tutti gli effetti, il modo in cui il nostro corpo si difende dal sole (attraverso la melanina, un pigmento prodotto quando ci esponiamo ai raggi solari, che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette). Quali sono allora le regole per "scoprirsi" in sicurezza? Come evitare scottature e altre pericolose conseguenze. 

No alle creme dell'anno scorso! Se è rimasta la protezione solare dell'ultima estate nell'armadietto, la si può "riciclare"? Meglio di no. Le creme solari durano in genere 12 mesi dall'apertura, e solo se conservate in condizioni ottimali. Se le si lascia sotto il sole, nella sabbia o mezze aperte, i filtri solari che contengono si degradano molto più facilmente, e la loro efficacia non è più garantita. 

Non sei "al sicuro" neanche sotto l'ombrellone. Anche quando siamo all'ombra riceviamo più del 50% di tutti i raggi ultravioletti, a causa del riverbero sulla sabbia e sull'acqua, e della radiazione diffusa. È quindi necessario mettersi la crema sempre, persino quando riposiamo sotto all'ombrellone. Vale anche se il meteo è incerto: i raggi UV passano infatti attraverso le nuvole.

Tieni d'occhio l'orologio. L'irraggiamento e l'intensità dei raggi UVB (i più pericolosi, perché responsabili delle ustioni e dell'invecchiamento della pelle, e perché aprono la strada ai melanomi) sono massimi tra le 11:00 e le 16:00. Evitando di esporsi al sole in questa fascia oraria si riducono in modo significativo i rischi di scottature e tumori cutanei.

FONTE: focus.it

venerdì 15 luglio 2016

Il segreto del super-batterio che “insegna” l’invulnerabilità



Un’infezione da Escherichia svela i punti deboli degli antibiotici

«Terrore per il super-batterio resistente a tutti gli antibiotici». È così che era stata annunciata, qualche settimana fa, la scoperta di un microrganismo impossibile da debellare. La verità, però, sta nel mezzo: il batterio, pur non rispondendo ad alcuni antibiotici come la colistina, risultava sensibile ai carbapenemi. La novità che ha fatto allarmare gli esperti è semmai il meccanismo con cui si è generata la resistenza, potenzialmente «trasferibile» ad altre specie batteriche. Se ciò avvenisse - evento al momento raro - saremmo davvero di fronte ad una resistenza «straordinaria». 

A scatenare le paure è stata una ricerca, pubblicata su «Antimicrobial Agents and Chemotherapy» da un gruppo del Walter Reed National Military Medical Center del Maryland, in cui si descriveva l’identificazione - per la prima volta negli Usa, ma non nel mondo - di un’infezione da Escherichia coli in una paziente resistente alle tradizionali terapie. «In questi casi di infezione da patogeni multiresistenti - spiega Laura Pagani, microbiologa dell’Università di Pavia e consigliere dell’Associazione microbiologi italiani - si saggiano in laboratorio anche antibiotici come la colistina, utilizzata solo in caso di fallimenti precedenti. In questo caso, però, la molecola non ha dimostrato alcun effetto. Presumibilmente si è quindi resa necessaria la somministrazione di antibiotici come i carbapenemi: questi mostravano di essere efficaci sul ceppo e hanno portato alla risoluzione dell’infezione». 

Perché allora l’ondata di panico? Proprio per la straordinaria difficoltà nel combattere ceppi di Escherichia coli come questo i ricercatori Usa hanno voluto indagare a fondo: analizzando geneticamente le colture del microrganismo, si è scoperto che la resistenza alla colistina era data dal gene Mcr-1 in un plasmide, un filamento circolare di Dna non incluso nel cromosoma del batterio, ma libero di circolare e di essere trasmesso da microrganismo a microrganismo. «La presenza di Mcr-1 non è una novità assoluta e già all’inizio dell’anno erano stati isolati in Asia, e in Europa, alcuni casi di resistenza attraverso questo meccanismo. Ciò che deve preoccupare - continua la specialista - è la modalità con cui è stata acquisita l’informazione che genera la resistenza. I batteri, infatti, grazie ai plasmidi, possono passarsi informazioni e, dunque, un microrganismo “insegna” a un altro come diventare resistente. Ciò può avvenire anche tra batteri di specie differenti. Il vero problema si verificherebbe se Mcr-1 venisse trasmesso ai microrganismi già resistenti a diverse combinazioni di antibiotici». E qualcosa, probabilmente, sta avvenendo: nei giorni scorsi, a Firenze, è stata isolata un’ulteriore variante del gene Mcr-1 in Klebsiella pneumonie, batterio notoriamente resistente alla classe dei carbapenemi. 


Ecco perché non si deve abbassare la guardia nei confronti di un problema - la resistenza - che rischia di trasformarsi in una delle principali cause di morte negli ospedali. Le contromisure sono molte: «Fondamentale - conclude Pagani - è l’appropriatezza terapeutica. Per questo bisogna sviluppare nuovi test che evitino la somministrazione inutile di antibiotici». 

FONTE: lastampa.it

giovedì 14 luglio 2016

Cancro: dalle sigarette allo sport le regole per prevenirlo

Cancro: dalle sigarette allo sport le regole per prevenirlo
L’attività fisica può abbattere i casi del 10%. Smettere di fumare il 30. I vaccini proteggono fegato e utero I malati aumentano e bisogna correre ai ripari. Ecco come e perché

I TUMORI SONO IN SENSIBILE costante aumento, che è da considerarsi in relazione alla vita sempre più lunga degli italiani, ai progressi dei sistemi di diagnosi precoce e alla loro estensione ad ampie fasce di popolazione (screening oncologici), e alla persistenza di stili di vita dannosi, infezioni, inquinamento ambientale. Inoltre nel nostro Paese il numero complessivo dei cosiddetti cancer survivors (cioè chiunque abbia avuto nel corso della vita una diagnosi di cancro) è progressivamente cresciuto: erano un milione e mezzo nel 1990, circa 3 milioni nel 2013 ed è stimato che saranno 4 milioni e mezzo nel 2020.

Diminuisce la mortalità. Questo accade grazie ad una significativa diminuzione della mortalità per cancro registrata negli ultimi 40 anni: -28% tra il 1980 e il 2012, ma anche grazie a un consistente prolungamento della sopravvivenza di pazienti con malattia metastatica per effetto di sempre più efficaci e innovative terapie mediche, in particolare per alcuni dei tumori maggiormente diffusi, come quelli del seno e del colon-retto. Infatti in diciassette anni (1990-2007) i pazienti che hanno superato i 5 anni di sopravvivenza dalla diagnosi sono aumentati del 18% (uomini) e del 10% (donne). Questi numeri rendono conto dell’enorme impatto delle patologie neoplastiche dal punto di vista sanitario, ma anche del loro elevatissimo carico sociale. E impongono un’agenda nuova: occorre ridurre l’impatto della malattia e il suo peso assistenziale ma anche economico, relativo all’impiego di risorse sempre più imponenti per contrastarne l’evoluzione.

La diagnosi. Si sono registrati in questi ultimi anni incredibili progressi nelle tecniche di diagnosi, nelle chirurgie sempre più limitate e conservative, nei trattamenti di radioterapia mirati sempre più precisi e meno gravati da effetti collaterali o conseguenze a breve e medio termine. Anche le terapie mediche - sia somministrate nella fase iniziale della malattia che a pazienti in uno stadio più avanzato - hanno contribuito a ridurre le recidive e aumentato i tempi di sopravvivenza anche dei pazienti con metastasi, favorendo in molti casi una stabilizzazione e cronicizzazione della malattia della durata anche di anni.

Costi nuovi farmaci. Ma i costi relativi all’innovazione e all’introduzione in clinica dei nuovi farmaci anti-cancro (farmaci a bersaglio molecolare nella maggior parte mirati in base alle caratteristiche genetiche del tumore e nuovissimi e potentissimi immunoterapici da somministrare un po’ a tutti i pazienti affetti da determinate neoplasie) sono divenuti talmente elevati che negli Usa è stato coniato un nuovo termine che descrive molto efficacemente questa situazione e cioè “Financial toxicity”, ovvero la tossicità finanziaria di questi prodotti. Con gli antitumorali che costano sempre di più, i pazienti rischiano di non avere più accesso alle cure. La disponibilità di nuove terapie sempre più attive rischia così paradossalmente di aggravare in maniera insostenibile il carico sociale ed economico di una massa crescente di persone, che fortunatamente vivono molto più a lungo ma a costi insostenibili anche per le economie più floride, e certamente per il nostro paese.

Prevenire per risparmiare. Diventa perciò impellente capire come contenere questi costi, innanzitutto aggredendo la malattia negli stati iniziali migliorando gli screening per una diagnosi sempre più precoce (prevenzione secondaria). Su questo il nostro Paese è in chiaro-scuro, con risultati estremamente differenti a livello geografico. Infatti, per quel che riguarda le patologie nelle quali è chiaramente dimostrato un vantaggio dei test diagnostici e di screening - le neoplasie mammarie, del colon-retto e della cervice uterina - i risultati sono molto buoni e positivi sia in termini di estensione effettiva degli inviti che di adesione agli stessi in tutte le regioni del Nord ed in qualche regione del Centro Italia, mentre sono addirittura disastrosi in altre regioni del Centro ed in tutte le regioni meridionali. Non è prevedibile, per quanto auspicato, che in breve tempo questi risultati possano essere ribaltati in assenza di un impegno serio di tutte le regioni e di un forte coordinamento governativo.

FONTE: Francesc o Cognetti (repubblica.it)