mercoledì 31 agosto 2016

Inositolo, la molecola che aiuta la fertilità anche a tavola

Inositolo, la molecola che aiuta la fertilità anche a tavola
Il ruolo dell'inositolo

Numerosi studi hanno messo in luce l’effetto positivo dell'inositolo, una sostanza naturale associabile ad uno “zucchero”, nelle donne affette da policistosi ovarica e la sua capacità di migliorare la qualità ovocitaria e quindi, la fertilità. "L'inositolo -  spiega Vittorio Unfer, Professore di Ostetricia e Ginecologia all’Università Ipus, Istituzione di Alta Formazione di Chiasso in Svizzera - ha un effetto positivo sulla funzionalità ovarica ed è utile a correggere i disturbi endocrino-metabolici legati alla sindrome dell’ovaio policistico, quali iperandrogenismo, iperglicemia, aumentata resistenza insulinica. L'inositolo è una molecola che si trova in diverse forme, ma solo due di queste hanno dimostrato dagli studi clinici di essere mediatrici dell’insulina e quindi utili per curare la policistosi ovarica, il Myo-inositolo (MI) e il D-chiro-inositolo (DCI), svolgono il ruolo di secondi messaggeri dell’insulina, con funzioni diverse. Gli studi che abbiamo condotto hanno dimostrato che l’integrazione con MI e DCI in un rapporto fisiologico plasmatico di 40 a 1 ripristina i parametri metabolici delle donne con sindrome dell’ovaio policistico più rapidamente, diventando quindi la terapia più efficace in donne con Pcos sovrappeso o obese".
E' la causa più comune di infertilità femminile e colpisce dal 5 al 10% delle donne in Italia. E' la Sindrome dell'ovaio policistico (Pcos) che attacca non solo le ovaie, ma l'intero sistema endocrinologico e metabolico femminile provocando alterazioni del ciclo mestruale, inestetismi come peluria e acne, sovrappeso o obesità. Ma anche la capacità riproduttiva può essere a rischio. Un aiuto può arrivare dall'inositolo, una sostanza naturale associabile a uno "zucchero" che ha dimostrato di migliorare la qualità ovocitaria nelle donne e quindi, la fertilità. Se ne è discusso in occasione del World Pediatric and Adolescent Gynecology Congress svoltosi di recente a Firenze. E, visto che l'inositolo si trova anche in alcuni alimenti, abbiamo chiesto a Vittorio Unfer, docente di Ostetricia e Ginecologia all'Università Ipus, istituzione di alta formazione di Chiasso (Svizzera), di spiegarci qual è il ruolo dell'inositolo nel trattamento della Pcos e quali sono i cibi da preferire per favorire la fertilità. Piero Filati, biologo nutrizionista, suggerisce poi un menù specifico per chi soffre di questo disturbo e due ricette da provare.

FONTE: repubblica.it

martedì 30 agosto 2016

Sviluppata una morfina priva di effetti collaterali

Usata come potente analgesico può causare dipendenza, costipazione e blocchi respiratori. Team USA ha sintetizzato una molecola simile ma priva di questi danni

E’ una molecola che ha rivoluzionato il trattamento di diversi disturbi. Nota già sin dall’antichità ed estratta dal papavero da oppio è utilizzata costantemente negli ospedali di tutto il mondo come potente analgesico. Stimo parlando della morfina, un alcaloide contenuto nell’oppio, prima molecola ad essere estratta da un vegetale. Pur essendo così potente nel lenire il dolore gli effetti collaterali però non mancano, in primis il blocco respiratorio. Da tempo gli scienziati di tutto il mondo stanno tentando di sintetizzare sostanze simili ma prive di questi effetti. Un tentativo che forse sembrerebbe aver prodotto i suoi frutti: un gruppo di scienziati della University of California è riuscito nell’intento di sintetizzare una molecola (PZM21) con capacità analgesiche simili alla morfina ma priva di effetti collaterali. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Nature. 

Il potente effetto antidolorifico della morfina è dovuto alla capacità della molecola di legarsi a dei particolari recettori presenti a livello cerebrale. Un legame che da un lato genera l’effetto, dall’altro è responsabile di alcuni effetti secondari come la dipendenza e l’inibizione -a dosi elevate- della respirazione. Ecco perché ottimizzare questa interazione al fine di ottenere solo l’effetto antidolorifico potrebbe migliorare ancora di più le cure a base di morfina. Per farlo i ricercatori statunitensi hanno analizzato in maniera dettagliata la struttura del recettore responsabile del legame con la molecola in questione. Conoscere ogni singolo anfratto di strutture complesse come le proteine, ad esempio, è di fondamentale importanza nella progettazione dei farmaci. Ed ì così che è stato fatto. 

Analizzando la struttura gli scienziati hanno ottenuto un vero e proprio «calco» utile a sviluppare molecole simili alla morfina ma capaci di legarsi in maniera ancor più specifica. Ottenuta la struttura i ricercatori hanno isolato da un database oltre 20 molecole simili alla morfina e ne hanno testato il legame. Tramite modelli computerizzati ne è stata isolata una, PZM21, particolarmente promettente. Testata in topi la «simil-morfina» è stata in grado di indurre un effetto analgesico simile alla morfina. La vera novità però è stata l’assenza di effetti collaterali: dai primi risultati è emerso che PZM21 non induce assuefazione, non compromette la respirazione e non causa costipazione, altro fastidioso effetto collaterale della morfina. Prossimo passo sarà ora quello di estendere i test su un più ampio numero di campioni per poi richiedere l’autorizzazione per la sperimentazione nell’uomo. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)


domenica 28 agosto 2016

Un sosia della Terra vicino Proxima Centauri

Un sosia della Terra vicino Proxima Centauri
A circa quattro anni luce di distanza, è il pianeta extrasolare più vicino a noi. E' roccioso, poco più massiccio del nostro, e potrebbe avere acqua sulla sua superficie. Sarà quindi uno degli obbiettivi principali per le ricerche di vita extraterrestre e per i futuri viaggi interstellari

DA STANOTTE guarderemo il cielo con occhi diversi. Perché lassù, a poco più di quattro anni luce da noi, si trova un pianeta molto simile al nostro. In termini astronomici quattro anni luce sono pochissimi, praticamente dietro l'angolo. Ed è proprio lì, intorno a Proxima Centauri, la stella più vicina a noi, che si trova un mondo roccioso poco più massiccio della nostra Terra. Le osservazioni mostrano poi che la sua temperatura superficiale potrebbe consentire la presenza di acqua allo stato liquido. Il nuovo pianeta, battezzato Proxima b, è stato scoperto da un team di astronomi nell'ambito della campagna osservativa Pale Red Dot condotta nei primi mesi di quest'anno. La scoperta, in pubblicazione su Nature, è stata annunciata oggi nel corso di una conferenza stampa a Garching presso Monaco di Baviera, nel quartier generale dell'Osservatorio Australe Europeo (ESO). L'annuncio conferma leindiscrezioni circolate nelle scorse settimane, mai confermate né smentite dall'ESO e che quindi avevano generato moltissima attesa  fra gli astronomi e non solo. Si tratta di un passo molto importante nello studio dei pianeti extrasolari. Proxima b, è infatti l'esopianeta più vicino a noi, e vista la sua somiglianza alla Terra sarà fra i primi dove cercheremo tracce di vita extraterrestre. E magari, in un futuro non troppo lontano, diventerà la meta dei primi tentativi di viaggio interstellare.

Un piccolo punto rosso. Proxima Centauri si trova nei pressi di Alfa Centauri, una stella gialla ben visibile ad occhio nudo nella costellazione australe del Centauro. Proxima è però una nana rossa molto debole e invisibile ad occhio nudo, e per poterla scorgere serve un buon binocolo oppure un piccolo telescopio. Ma data la sua vicinanza, Proxima è sempre stata una "sorvegliata speciale" dagli astronomi che cercano pianeti extrasolari. In particolare, a questa stella è stato dedicata una speciale campagna osservativa chiamato Pale Red Dot. Il nome del progetto, coordinato dall'astronomo Guillem Anglada-Escudé della Queen Mary University di Londra, fa riferimento a Pale Blue Dot ("piccolo punto azzurro"), un nome affettuoso con cui l'astronomo americano Carl Sagan aveva chiamato la nostra Terra. Vista dallo spazio, soprattutto dalle sonde più lontane, il nostro pianeta appare proprio come un piccolo puntino azzurro.

Con Pale Red Dot, Anglada-Escudé e colleghi hanno osservato continuamente Proxima Centauri in modo da mettere in evidenza ogni piccola perturbazione del suo moto nello spazio. La presenza di uno o più pianeti infatti causa delle perturbazioni gravitazionali che alterano in modo periodico il moto della stella. Queste "oscillazioni" nel moto stellare provocano dei piccoli cambiamenti nella luce della stella a causa in seguito al celebre effetto Doppler. Utilizzando con il telescopio ESO da 3,6 metri all'Osservatorio di La Silla, in Cile, gli astronomi hanno evidenziato così le piccolissime "oscillazioni" nel moto di Proxima Centauri.  Poiché le nane rosse come Proxima variano spesso di luminosità in un modo che potrebbe mimare la presenza di un pianeta, la stella è stata monitorata anche da altri telescopi, così da escludere dalle analisi periodi di intensa variabilità.

Giorno dopo giorno, le oscillazioni della stella diventavano sempre più significative, come ricorda lo stesso  Anglada-Escudé, "Continuavo a verificare la coerenza del segnale ogni singolo giorno durante le 60 notti di osservazione della campagna. I primi 10 erano molto promettenti, i primi 20 erano consistenti con le previsioni e arrivati a 30 giorni il risultato era quasi definitivo, così abbiamo iniziato a scrivere l'articolo!"

Un mondo simile al nostro? Le osservazioni mostrano che il pianeta, la cui massa è 30% maggiore di quella della Terra, si trova a una distanza  di circa 7 milioni di chilometri da Proxima. E' quindi vicinissimo alla stella, molto più vicino di quanto non sia Mercurio rispetto al Sole, e impiega solo 11 giorni a compiere un'orbita completa. Ma siccome Proxima è molto più debole del Sole, la superficie del pianeta non è rovente come quella di Mercurio: secondo gli astronomi, la luce che arriva dalla stella sarebbe così fioca da consentire temperature superficiali decisamente più miti, tali persino da consentire la presenza di acqua allo stato liquido nelle regioni più calde. Le condizioni climatiche, studiate in altri due articoli, sarebbero quindi tali da collocare quindi il pianeta nella cosiddetta fascia di abitabilità. Date le condizioni di formazione del pianeta, e le peculiari condizioni di illuminazione del pianeta, sembra però che il clima sia ben diverso da quello terrestre, e che su Proxima b non ci siano delle vere e proprie stagioni.

FONTE: repubblica.it

venerdì 26 agosto 2016

I benefici del sonno, chi dorme di più ha uno stipendio alto

I benefici del sonno, chi dorme di più ha uno stipendio alto
Lo sostiene una ricerca americana che ha preso in esame le abitudini di diverse popolazioni. Scoprendo che nei paesi dove si riposa per un numero maggiore di ore, il reddito è più alto. E da qualche tempo anche aziende come Google e Nike puntano su dipendenti riposati

DIMENTICATE il modello dei super manager che dormono solo poche ore a notte. Persone come Marissa Mayer,amministratore delegato di Yahoo, che ha dichiarato di lavorare 130 ore a settimana e di aver pochissimo tempo per riposare. Chi dorme di più è più produttivo e in molti casi guadagna di più. Almeno è quanto sostiene uno recentestudio statunitense che ha stabilito che lo stipendio di chi ha un sonno di qualità può salire del 5%. Da quando una giornalista di successo come Arianna Huffington, ha sdoganato la questione con il suo libro "Rivoluzione del sonno", dormire tanto non è più una debolezza negli ambienti di lavoro competitivo.

Lo studio. Anche Apple ha una funzione notturna sui suoi apparecchi, perché i consumatori si sono accorti che la luce dello schermo può compromettere la qualità del sonno. I ricercatori del Williams College e della University of California-San Diego hanno calcolato che nei paesi dove il sole sorge prima e la popolazione dorme più a lungo, si guadagna di più. Alla lunga anche un'ora in più di sonno può far volare i salari del 4,9%. Dunque chi abita in regioni dove fa buio prima dovrebbe essere più ricco. Va anche detto che in quegli Stati tutto costa di più e per ora non vale la pena di traslocare. "Per dormire di più ci sono altri metodi e non serve cambiare casa o paese - spiega uno degli autori dello studio  Jeffrey Shrader - Basterebbe comprare delle tende di buona qualità che possano oscurare completamente la stanza".

Sonno e salute. 'Rubare' tempo ai sogni non fa bene alla salute. Tanto che un anno fa in Gran Bretagna il governo ha lanciato una campagna chiedendo ai cittadini di riposare più a lungo. Un buon sonno aiuta la memoria, la sua mancanza ripetuta può danneggiarla.Compromette l'accesso alle informazioni già messe da parte e l'acquisizione di nuove, a causa della mancanza di attenzione e della scarsa capacità di concentrazione. La sonnolenza diurna sul lavoro ha molte conseguenze negative, e alla lunga porta stress e il maggior rischio di  malattie cardiovascolari, metaboliche e dell'umore. 

Riposo e danaro. La tesi si contrappone alle tradizionali regole economiche: ogni ora di sonno in più toglie minuti preziosi al lavoro. E al detto popolare: "chi dorme non piglia pesci". Come è possibile guadagnare di più? La risposta è la produttività. "I risultati maggiori si possono vedere fra i venditori. Se si lavora mentre si è ben riposati si è più attivi e felici. A quel punto si vende di più e si ottiene un maggior fatturato".

I benefici del 'pisolino'. Anche una lieve diminuzione di ore di sonno può avere conseguenze negative. Secondo un'altro studio dormire 6 ore per notte corisponde a stare svegli per due notti consecutive. "Fare un riposino è un'ottima cosa - spiega lo psichiatra Hans Van Dongen - Chi non riesce a dormire almeno 8 ore per notte può fare una piccola siesta e a quel punto la produttività aumenta. Un'ora di pisolino può compensare un'ora in meno di sonno notturno".

FONTE: repubblica.it

giovedì 25 agosto 2016

Cancro, scoperto l'interruttore che "spegne" le cellule killer dei tumori

Cancro, scoperto l'interruttore che "spegne" le cellule killer dei tumori
Le cellule tumorali «ingannano» il sistema immunitario impedendogli di attaccare e quindi distruggere le cellule malate: il funzionamento di questo meccanismo, con l'individuazione dell'interruttore che spegne le nostre difese, è stato scoperto grazie ad uno studio dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, condotto insieme al dipartimento di medicina sperimentale dell'Università di Genova e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Allergy and ClinicalImmunology. Si tratta di una reazione che si scatena quando le cellule natural killer (che svolgono un ruolo importante nel riconoscimento e nella distruzione di cellule tumorali o infettate da virus) entrano in contatto con quelle tumorali, provocando la disattivazione di questo fondamentale meccanismo di difesa. La comprensione di questo meccanismo d'azione, permetterà, spiegano i ricercatori, «progressi decisivi nella lotta contro alcuni tumori».  

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 24 agosto 2016

Scoperta molecola che sopprime la crescita del melanoma



L’importante studio per bloccare lo sviluppo del tumore della pelle è opera di un gruppo di ricerca dell’istituto Pascale di Napoli. Altro studio israeliano e tedesco scopre meccanismo di diffusione della malattia agli altri organi e modo di fermarne le metastasi

Un gruppo di ricercatori italiani ha scoperto una molecola in grado di bloccare la crescita del melanoma, il più aggressivo dei tumori della pelle. Si chiama miR-579-3p e appartiene alla classe dei microRna. A individuarla è stato il gruppo di ricerca dell’Istituto Pascale di Napoli, guidato dal direttore scientifico, Gennaro Ciliberto, e dal direttore della struttura complessa di oncologia medica Melanoma, Paolo Ascierto, in uno studio finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e in collaborazione con il laboratorio di Carlo Croce all’Università di Columbus negli Stati Uniti. 
I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Pnas. 

LA MOLECOLA SI TROVA IN ABBONDANZA NEI NORMALI NEI  
I ricercatori hanno dimostrato che questa piccola molecola funziona da soppressore della crescita tumorale. E’ presente cioè in abbondanza nei normali nei, ma la sua quantità diminuisce sempre di più man mano che il melanoma diventa più aggressivo. Non solo. Questo microRNA risulta ancora più ridotto nei melanomi che diventano resistenti col tempo ai farmaci inibitori di BRAF e di MEK. 

Gli scienziati hanno scoperto che il miR-579-3p controlla la produzione di due importanti proteine chiamate oncogeni che promuovono la crescita tumorale. 
Come in una altalena, quando i suoi livelli si abbassano, quelli dei due oncogeni salgono. Tuttavia, se la molecola viene introdotta nelle cellule tumorali dall’esterno, i livelli degli oncogeni scendono e queste iniziano a morire. Inoltre, la «somministrazione» di questa molecola insieme agli inibitori di BRAF e MEK impedisce la formazione di cellule resistenti ai due farmaci.  

SCOPERTA APRE A NUOVE POSSIBILITA’ DIAGNOSTICHE E TERAPEUTICHE  
«Alla luce di questi risultati - dice Ciliberto - si può aprire la possibilità di utilizzare attraverso approcci nanotecnologici il miR-579-3p come farmaco per migliorare le attuali terapie. Si potranno anche misurare i livelli del miR nel sangue come nuovo biomarcatore per predire in maniera precoce l’evoluzione dalla malattia e lo sviluppo di resistenza alle terapie». 

ALTRO STUDIO SCOPRE MODO PER FERMARE METASTASI DEL MELANOMA  
E’ invece frutto di una collaborazione tra studiosi israeliani e tedeschi la scoperta di un meccanismo attraverso il quale il melanoma si diffonde agli altri organi e di un modo di fermarne le metastasi. Gli scienziati della Tel Aviv University e del German Cancer Research Center di Heidelberg hanno pubblicato lo studio sulla rivista Nature Cell Biology. «E’ un passo importante sulla strada per un completo rimedio al più mortale cancro della pelle», spiega il leader del team di ricerca Carmit Levy. «Confidiamo - aggiunge - che i nostri risultati ci aiutino a trasformare il melanoma in una malattia non minacciosa e facilmente curabile». 

FONTE: Valentina Arcovio (lastampa.it)

lunedì 22 agosto 2016

Funghi 'minatori' riciclano le batterie di smartphone e tablet

L'Aspergillus niger, uno dei tre funghi capaci di riciclare i metalli delle batterie (fonte: Макинский Дмитрий Александрович)

Recuperano cobalto e litio, rispettando l'ambiente


Lo smaltimento delle batterie ricaricabili di smartphone e tablet potrebbe non essere più un problema: questo grazie a tre microscopici funghi 'minatori', normalmente presenti in natura, che sono capaci di estrarre cobalto e litio attraverso un processo di riciclo del tutto rispettoso dell'ambiente. Lo hanno scoperto i ricercatori dell'Università della Florida del Sud, che presentano i risultati dei loro studi a Philadelphia in occasione del convegno della Società Americana di Chimica (Acs), la più grande società scientifica al mondo.

''L'idea è di uno studente, che aveva già avuto esperienza nell'estrazione dei metalli dalle scorie prodotte dai processi di fusione'', afferma il coordinatore dello studio, Jeffrey A. Cunningham. ''Stavamo osservando la rapida diffusione degli smartphone e degli alti prodotti con batterie ricaricabili - aggiunge - e lì abbiamo concentrato la nostra attenzione. La richiesta di litio sta crescendo rapidamente, e le attività di estrazione non sono più sostenibili''.

Una soluzione al problema potrebbe appunto arrivare dai tre funghi 'mangia-batterie': Aspergillus niger, Penicillium simplicissimum e Penicillium chrysogenum. ''Li abbiamo selezionati perché avevano già dimostrato di saper estrarre metalli da altri tipi di rifiuti'', spiega Cunningham. ''Abbiamo pensato che i meccanismi di estrazione potessero essere simili: in quel caso - aggiunge - i funghi avrebbero potuto estrarre anche litio e cobalto dalle batterie esauste''.

Per dimostrarlo, i ricercatori hanno polverizzato le batterie agli ioni di litio e hanno dato la poltiglia risultante in pasto ai tre funghi, che hanno cominciato a produrre acidi organici per estrarre i metalli: nei primi test sono riusciti a catturare fino all'85% del litio e fino al 48% del cobalto. Per completare l'operazione di riciclo, i ricercatori stanno mettendo a punto un sistema che permetta di recuperare questi preziosi metalli dal liquido acido prodotto dai funghi.

FONTE: ansa.it

domenica 21 agosto 2016

I virus sono più pericolosi di mattina, rischi con turni di notte e jet lag

I virus sono più pericolosi di mattina, rischi con turni di notte e jet lag
Lo sostiene uno studio dell'università di Cambridge, pubblicato su Pnas. L'improvvisa alterazione dei ritmi circadiani, ad esempio a causa del jet lag o di particolari turni di lavoro, rende il corpo più vulnerabile

I VIRUS sono più pericolosi se colpiscono la mattina. A questa conclusione è arrivato uno studio dell'università di Cambridge, con cui un gruppo di ricercatori ha verificato che i virus riescono a infettare un corpo in media 10 volte più facilmente se l'attacco parte di mattina. Ricerche su animali hanno inoltre evidenziato che l'improvvisa alterazione dei ritmi circadiani, ad esempio a causa del jet lag o di particolari turni di lavoro, rendono il corpo più vulnerabile alle infezioni. E la motivazione di una fascia oraria più favorevole ai virus è da collegare ai ritmi che il corpo segue ogni 24 ore per lo svolgimento delle sue funzioni vitali di base.

I turnisti. Secondo i ricercatori, questi elementi potrebbero risultare utili a contenere gli effetti di future pandemie e offrire indicazioni sulle strategie preventive più efficaci. Per esempio, sottolinea Rachel Edgar, prima autrice del lavoro, "i turnisti di notte potrebbero essere inseriti fra le categorie alle quali somministrare il vaccino antinfluenzale in via prioritaria". Nello studio i roditori sono stati esposti solo a 2 virus - influenza e herpes - ma siccome si tratta di 2 germi molto diversi tra loro (uno è un virus a Dna e l'altro a Rna), gli scienziati ritengono che le osservazioni raccolte possano valere per un'ampia gamma di agenti virali.

Virus e orologio biologico. A differenza di batteri e parassiti - spiegano gli studiosi - per potersi replicare, proliferando e scatenando una malattia, i virus sono totalmente dipendenti dall'attrezzatura delle cellule dell'organismo ospite. In altre parole devono 'dirottarne' le macchine, assoggettandole al proprio servizio. Ma poiché durante le 24 ore le funzioni cellulari sono regolate da un orologio biologico interno, a seconda di quando il virus colpisce la sua invasione avrà più o meno successo. "Se l'attacco virale viene sferrato troppo tardi nella giornata, ha più possibilità di fallire perché è come se si cercasse di colpire una fabbrica dopo che gli operai sono già tornati a casa.

"Mattina o pomeriggio-sera fa una grande differenza -  spiega alla Bbc online Akhilesh Reddy del team di ricerca - . I virus hanno bisogno di tutto l'apparato cellulare" della loro 'vittima' e "hanno la necessità che questo funzioni al meglio". E gli esperimenti sugli animali mostrano che "di mattina anche una piccola infezione può prendere piede più velocemente e colonizzare l'organismo" bersaglio".

Se fa freddo. Attraverso ulteriori test sui topi, i ricercatori hanno cercato di approfondire i legami fra rischio di infezione virale e orologio biologico, evidenziando in particolare il ruolo scudo di un gene chiamato Bmal1. Sia nei roditori sia negli uomini Bmal1 ha il suo picco
massimo di attività nel pomeriggio, e ciò giustificherebbe una maggiore suscettibilità alle infezioni di mattina. Nelle persone lo stesso gene diventa meno attivo d'inverno, e anche questo spiegherebbe perché ci si ammala di più durante la stagione fredda.

FONTE: repubblica.it

sabato 20 agosto 2016

Malaria, potenziale cura da proteina sintetica

(Archivio)

Ordina a sistema immunitario di combattere infezione


Immunologi australiani hanno formulato una cura potenziale per la malaria, la malattia trasmessa da zanzare che secondo le stime uccide ogni anno 438 mila persone, in gran parte bambini. E' basata su una proteina sintetica, che ha dimostrato di debellare la malattia in topi di laboratorio. Gli studiosi del Queensland Institute of Medical Research hanno scoperto che la proteina PD-L2, che si trova sulla superficie delle cellule immunitarie umane, ha il compito di ordinare al sistema immunitario di attaccare le infezioni. Hanno anche scoperto che la malaria ha l'effetto di ridurre drasticamente i livelli della PD-L2, lasciando l'organismo indifeso, e ne hanno creato una versione sintetica resistente ai protozoi del genere Plasmodium che causano il contagio.

Negli esperimenti guidati da Michelle Wykes del laboratorio di immunologia molecolare dell'Istituto, i topi infettati sono guariti dopo aver ricevuto tre dosi della proteina sintetica, e sono anche rimasti protetti da una re-infezione. "Non solo la PD-L2 sintetica cura l'infezione ma dopo cinque mesi, quando l'infezione è superata, se i topi sono reinfettati, anche se non viene loro più somministrata la proteina, restano completamente protetti, non contraggono più l'infezione", scrive Wykes sulla rivista Immunity. "Non mostrano nemmeno presenza di parassiti nel sangue. E' una protezione senza precedenti", dichiara.

FONTE: ansa.it


giovedì 18 agosto 2016

Pronta la prima mappa globale dei virus

Pronta la prima mappa globale dei virus (fonte: Zosia Rostomian, Berkeley Lab)


Contiene informazioni cruciali per la vita sintetica


Completata la prima mappa globale dei virus che popolano la Terra. Frutto di una imponente operazione di sequenziamento, che ha permesso di identificare 125.000 genomi virali completi o parziali presenti in oltre 3.000 campioni prelevati in dieci habitat, aiuterà a scoprire nuovi virus ancora sconosciuti e le tecniche di hackeraggio che sfruttano per prendere il controllo delle cellule: in futuro potrebbero essere usate in laboratorio per mettere a punto nuove forme di vita sintetica utili per affrontare le nuove sfide energetiche e ambientali.

Il risultato è pubblicato su Nature dai ricercatori del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti (Doe).

''Uno degli aspetti più importanti di questo studio è che non ci siamo concentrati solamente su un singolo habitat'', spiega il coordinatore Nikos Kyrpides, del Doe Joint Genome Institute. ''Al contrario - precisa - abbiamo esplorato il viroma globale ed esaminato il flusso dei virus attraverso gli ecosistemi. Abbiamo aumentato il numero di sequenze virali note di 50 volte, e il 99% delle famiglie di virus identificate risultano non essere strettamente correlate a nessun virus sequenziato finora. Questo ci offre un'enorme quantità di nuovi dati che dovranno essere studiati in dettaglio nei prossimi anni''.

Una prima analisi della distribuzione dei virus ha dimostrato che la maggior parte di loro ha sviluppato una specificità per un particolare tipo di habitat, mentre altri virus sono più 'cosmopoliti'. Un gruppo di virus, ad esempio, è stato ritrovato nel 95% dei campioni prelevati dalla zona crepuscolare degli oceani, una regione collocata tra i 200 e i 1.000 metri di profondità dove la luce che penetra è insufficiente per permettere ai microrganismi di fare fotosintesi.

Analizzando i dati raccolti, i ricercatori hanno scoperto anche i batteri che vengono infettati da oltre 10.000 virus, iniziando così a far luce sulla cosiddetta 'materia oscura microbica' che vive sul nostro Pianeta regolando la circolazione dei nutrienti e la fissazione del carbonio presente nell'anidride carbonica atmosferica.

FONTE: ansa.it

mercoledì 17 agosto 2016

Pronta la prima batteria 'bio'

Accumula energia con la vitamina B2


Pronta la prima batteria bio, che immagazzina l'energia in unità basate sulla vitamina B2. Il prototipo è in grado di alimentare un apparecchio acustico, ma già si lavora a versioni più potenti, sottili, flessibili e trasparenti, che potrebbero essere utilizzate nell'elettronica del futuro. Descritta sulla rivista Advanced Functional Materials, la batteria è stata realizzata dal gruppo di chimici dell'università canadese di Toronto, guidato da Dwight Seferos. 

La batteria bio è simile a quelle tradizionali agli ioni di litio ad alta energia, disponibili in commercio, ma con una differenza importante: per immagazzinare l'energia elettrica utilizza una molecola della vitamina B2, la flavina, che viene rilasciata quando la batteria è collegata a un dispositivo.

E' la prima volta che si usano molecole organiche per costruire gli elettrodi delle batterie, anziché metalli costosi e dannosi per l'ambiente, come il cobalto. In precedenza sono state utilizzate molecole organiche nelle batterie, ma per produrre altri componenti. Per l'unità di immagazzinamento c'era bisogno di una molecola organica complessa, cioè a catena lunga, e i ricercatori hanno utilizzato la vitamina B2 prodotta da funghi geneticamente modificati: ''quando si trova qualcosa di già pronto in natura - ha detto Seferos - si ottengono risultati più rapidamente''. 

La batteria ottenuta è di lunga durata e ad alta tensione: una caratteristica importante in vista delle applicazioni del futuro, come quelle relative all'Internet delle cose, ossia alla possibilità di collegare fra loro, facendole dialogare, le macchine più diverse, come gli elettrodomestici o i dispositivi portatili alimentati a batterie.

''La vitamina B2 può accettare fino a due elettroni nello stesso momento'', ha spiegato Seferos. Questa caratteristica rende la vitamina B2 più adatta alle unità di immagazzinamento rispetto ad altre molecole organiche. Non è stato un risultato facile da ottenere, tanto che l'elettrodo organico è stato realizzato dopo molti tentativi. Il prossimo passo sarà ottenere versioni che possono essere ricaricate molte volte e adatte a dispositivi più grandi.

FONTE: ansa.it


lunedì 15 agosto 2016

Alopecia addio grazie alle staminali

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L’ultima frontiera della medicina rigenerativa


Alopecia addio, con le staminali i capelli ricrescono in 12 settimane. Sono pronti gli utilizzi clinici che partono dal tessuto adiposo dei pazienti. Ma di fatto, a portare l’argomento alla ribalta è la ricerca eseguita al Mammalian Cell Biology and Development Laboratory della Rockefeller University, e pubblicata su PNAS. La buona notizia c’è: è stato identificato lo stato di quiescenza delle cellule staminali presenti nel bulbo pilifero che, a differenza di quelle presenti in organi come la pelle o l’intestino (perennemente attive), determina una fase di stallo nel processo rigenerativo del capello. Il punto è che dal sonno ci si può destare. E quindi può essere attivata un’azione di ricrescita del capello, mediante l’impiego di cellule staminali mesenchimali prelevate, ad esempio, dal grasso. Una volta iniettate nello scalpo, compiono un’azione detta «paracrina», costituita dall’emissione di un segnale chimico di attivazione inviato dalle nuove cellule staminalimesenchimali iniettate nel derma a quelle già residenti e dormienti. Il «comando» al risveglio si ottiene grazie alla secrezione di fattori di crescita e citochine rilasciati all’interno dei tessuti una volta che le cellule staminali mesenchimali sono state somministrate nelle zone calve. Se ne occupa la «Medicina Rigenerativa» ed è una questione di scienza e non certo di miracoli.


ZONA - Per capirne di più, vale la pena spiegare: le staminali che rigenerano i capelli risiedono nell’Area di Bulge, una zona anatomica sotto il muscolo erettore del pelo. È un «serbatoio» di cellule staminali che, al termine di ogni ciclo, nella fase Catagen, sotto lo stimolo di particolari segnali biochimici, migrano verso la papilla dermica per creare un nuovo capello. Questo «deposito» è il vero «segreto di giovinezza» della chioma: si è visto che anche se viene distrutta una papilla, ma si lascia integra l’area di Bulge, le staminali che contiene si differenziano,mentre se ad essere distrutta è la nicchia di staminali, quel follicolo non produce più capelli. Le cellule staminali mesenchimali prelevate dal tessuto adiposo (ADSCs) sono le più adatte a svolgere l’azione di «risveglio» in quanto si ottengono da un prelievo di grasso minimo (10-20cc). La procedura? Semplice: dopo estrazione, coltura ed eventuale crioconservazione, le cellule staminali del grasso vengono riutilizzate sulla stessa persona da cui sono state prelevate.. Inoltre, un recente studio retrospettivo pubblicato sulla rivista International Journal of Dermatology ha verificato una variante di questo trattamento; se nello scalpo viene iniettato anche un liquido a base di lisato piastrinico in cui si mettono a coltura le cellule staminali che, mentre si moltiplicano, rilasciano fattori di crescita attivi che lo arricchiscono (condizionano). Questo in teoria, ma la pratica supera le migliori aspettative visto si ottiene un aumento in media di 29 nuovi capelli nei maschi e 15,6 nelle donne (il 12-20% della popolazione femminile perde capelli), nella zona misurata prima del trattamento. C’è da dire per essere utilizzate, le cellule staminali del grasso devono essere isolate e coltivate in una Cell Factory e in Italia l’unica è Bioscience Institute (a San Marino).

FONTE: iltempo.it

domenica 14 agosto 2016

Scoperti su Titano canyon con fiumi di idrocarburi

Scoperti fiumi di idrocarburi all’interno di profondi canyon sulla superficie di Titano, la più grande luna di Saturno. Autore della scoperta è Valerio Poggiali, dell’università Sapienza di Roma, in uno studio pubblicato sulla rivistaGeophysical Research Letters grazie ai dati di Cassini, la missione nata dalla collaborazione tra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi).  

La rete di canyon, che si diramano dal grande mare Ligeia, sono stati scoperti grazie ai dati ottenuti durante il più vicino dei sorvoli della sonda, nel maggio 2013, e sono un reticolo di stretti canali lunghi mediamente poco meno di un chilometro e profondi fino a 570 metri. In modo simile a quello che succede sulla Terra, ad esempio il Gran Canyon, questi canali sarebbero il risultato di una combinazione di due fenomeni: il sollevamento del terreno e allo stesso tempo un cambiamento del livello dei mari.  

«È probabile - ha spiegato Poggiali - che la formazione di questi profondi canyon sia stato dovuto alla combinazione di queste due azioni ma al momento non è chiaro in che misura abbiano contribuito. Quello che è chiaro è invece che qualsiasi spiegazione dell’evoluzione geologica di Titano deve essere in grado di spiegare come possano essersi formati questi canyon». È risaputo infatti già da tempo che Titano ha una superficie rocciosa punteggiata da moltissimi laghi e grandi oceani fatti di idrocarburi ma ben poco invece si conosce delle forze interne, la sua attività geologica, capaci di modellarne il paesaggio.  

FONTE: lastampa.it

sabato 13 agosto 2016

La batteria "umana": il calore del corpo ricaricherà orologi e cellulari

La batteria "umana": il calore del corpo ricaricherà orologi e cellulari

Studio dell'Università di Pisa potrebbe sviluppare nuova tecnologia dall'effetto termoelettrico

CELLULARI e orologi senza batteria che si ricaricano con il calore del corpo, ma anche sensori impiantabili per applicazioni biomedicali che potranno funzionare con autonomia illimitata. E' una delle nuove frontiere dell'elettronica su cui è impegnato un gruppo di ricercatori dell'Università di Pisa coordinati da Giovanni Pennelli del dipartimento Ingegneria dell'Informazione.

Il team, spiega una nota dell'ateneo, "sta mettendo a punto la tecnologia per realizzare un nuovo microchip che sfrutta l'effetto termoelettrico e su questo Pennelli ed Elisabetta Dimaggio hanno appena pubblicato un articolo sulla rivista internazionale Nanoletters. "Lavoriamo da anni sui materiali e sulle tecnologie - aggiungono i due ricercatori - per trasformare direttamente il calore in energia elettrica sfruttando il cosiddetto effetto termoelettrico. L'obiettivo è di arrivare a realizzare microchip in grado di funzionare senza batteria e anche di ottenere un netto miglioramento, fino al doppio, dell'efficienza delle attuali celle fotovoltaiche".

Per risolvere il problema della conduzione del calore, ottimizzando il rapporto tra l'energia elettrica generata e la quantità di calore assorbito, i microchip del futuro utilizzeranno le nanotecnologie del silicio e il loro cuore sarà una 'foresta' di nanofili del diametro di 50-80 nm (in un millimetro quadrato ce ne stanno 10 milioni). "Rimane il problema della realizzazione di contatti elettrici affidabili su questa miriade di nanofili - conclude - perché solo così sarà possibile passare dalla teoria all'applicazione pratica e proprio su questo si concentra la nostra ricerca: vogliamo riuscire a sfruttare semplici ed economici processi di attacco chimico del silicio e di elettrodeposizioni metalliche, che hanno costi esigui rispetto alle tecnologie standard
dei circuiti integrati. Pensiamo di riuscire a sviluppare questa nuova tecnologia entro i prossimi 2-5 anni rendendola così disponibile per tutti i dispositivi per i quali l'utilizzo di batterie tradizionali causerebbe limitazioni inaccettabili in termini di ingombro e autonomia".

FONTE: repubblica.it

venerdì 12 agosto 2016

Depressione, individuati i 17 geni coinvolti nella malattia

Depressione, individuati i 17 geni coinvolti nella malattia
Individuati nell'ambito di un maxi-studio di genetica del Massachusetts General Hospital a Boston

IN UN maxi-studio di genetica sono stati individuati "17 geni della depressione", le sequenze genetiche associate alla malattia, più frequentemente rintracciabili sul Dna dei pazienti. La ricerca del Massachusetts General Hospital a Boston, ha coinvolto in una prima fase oltre 300.000 persone di origine europea. Fra queste 75.607 avevano una diagnosi clinica di depressione. Analizzandone il Dna e confrontandolo con il Dna di individui sani, gli esperti sono riusciti a evidenziare differenze a livello genetico in almeno 15 diverse posizioni del genoma, per un totale di 17 "geni della depressione".

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, è importante perché è uno dei più vasti sul collegamento fra disturbi depressivi e genetica. L'analisi del Dna è stata poi ripetuta su altri due campioni di individui confermando il risultato. Per quanto la depressione sia un disturbo complesso (con profonde interferenze ambientali - il vissuto di una persona, le esperienze negative e altro), questo studio è importante perché offre un quadro della "biologia della malattia", ovvero delle sue "radici" biologiche e potrebbe in futuro orientare la ricerca verso la scoperta dei meccanismi 'organici'  che scatenano i disturbi depressivi e verso nuove soluzioni farmacologiche.


In Italia 4,5 milioni sono le persone colpite da depressione e le donne lo sono in particolare nei periodi di loro maggiore vulnerabilità. In un recente studio è emerso che trascorrono 23 mesi tra comparsa dei primi sintomi e decisione di rivolgersi a un medico, mentre il tempo prima di ricevere una diagnosi è di 25,5 mesi. Diversi studi, in passato, hanno suggerito un collegamento fra genetica e patologia. Un anno fa un'altro
studio pubblicato su Nature ha messo in evidenza il collegamento tra due varianti genetiche e i disturbi depressivi. Mentre una ricerca del 2013 della Johns Hopkins University School of Medicine a Baltimora, aveva individuato i geni collegati alla depressione post-partum.

mercoledì 10 agosto 2016

Nastri adesivi colorati sulla pelle degli atleti Tutte le risposte sulla kinesio taping

Una tecnica che aiuta i muscoli nata da bendaggio e fasciature degli anni ‘60. Non è dimostrata la sua efficacia ma il professor Gianfranco Beltrami, specialista in Medicina dello Sport, ci spiega perché per chi gareggia alle Olimpiadi può fare la differenza

Per i pochi che ancora non li conoscessero questi nastri adesivi colorati che fanno bella mostra di sé su alcuni atleti olimpici sono chiamati kinesio taping, o meglio, kinesio tapingè il termine che indica questa tecnica, introdotta dai trainer Usa che si occupano di riequilibrio posturale a partire perlomeno dalle Olimpiadi del 2008. Il “Kinesio Tex Tape” è stato sviluppato però da un chiropratico giapponese nel 1979 e deriva a sua volta dalla lunga esperienza di taping (semplice bendaggio bianco non adesivo) presente in fisioterapia fin dagli anni ‘60.

Abbiamo chiesto al professor Gianfranco Beltrami, presidente della Commissione Medica e Antidoping IBAF (International Baseball Federation), professore a contratto all’Università degli Studi di Parma e specialista in Medicina dello Sport, come funziona esattamente la kinesio taping.

La maggior parte delle ricerche scientifiche non hanno trovato però vantaggi significativi nel l’uso della tecnica. Una recente revisione sul British Journal of Sports Medicine ha dimostrato che il suo beneficio è superiore solo a “un lieve intervento che venga effettuato per alleviare il dolore”. Altri studi hanno riscontrato come effetto un aumento della gamma dei movimenti.

Le gare si vincono o si perdono per frazioni di secondo e anche un guadagno di prestazioni dello 0,5% potrebbe fare la differenza. È facile capire allora perché anche un lieve effetto calmante su un dolore muscolare o un piccolo ampliamento della gamma di movimento diventano fondamentali per un atleta olimpico. «Sicuramente nell’atleta di vertice anche una migliore funzionalità di un singolo muscolo può fare la differenza, oppure non sentire uno stimolo doloroso, un fastidio… questo anche dal punto di vista psicologico è importante», conferma Beltrami.

FONTE: corriere.it

lunedì 8 agosto 2016

I 5 posti più radioattivi del mondo

In Iran, India e Brasile le località dove è più alto il livello naturale di radioattività. E dove la gente continua a vivere senza particolari problemi. E in Italia...

Viviamo immersi nelle radiazioni. Fanno parte del «fondo di radioattività naturale» (Frn) che, secondo il rapporto Uscear 2000 (United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiations) presentato all’Assemblea generale dell’Onu, sulla Terra è in media di 2,4 millisievert (mSv) all’anno. Il sievert è l’unità di misura della dose equivalente di radiazione utilizzata nel Sistema internazionale. Per dare un’idea, una radiografia all’addome o una mammografia comportano una dose di radiazioni inferiore a 1 mSv, una Tac addominale a circa 8 mSv. Circa il 12% della radioattività naturale è dovuta ai raggi cosmici, dai quali però siamo protetti (in parte) dall’atmosfera e dal campo magnetico terrestre. A livello del mare i raggi cosmici hanno intensità pari a 0,3 mSv/anno, sulla vetta del monte Bianco a oltre 4.800 metri di altezza è di sei volte maggiore. La maggior parte dell’Frn è dovuta perciò alle radiazioni emesse dai materiali radioattivi che si trovano naturalmente nelle rocce e nei suoli. In particolare dal potassio-40 (K-40), dal rubidio-87 (Rb-87), dall’uranio e dal torio che generano il gas radioattivo radon (Rn). Quindi l’Frn dipende soprattutto dal tipo di rocce che si trovano in un determinato luogo e in misura minore dall’altitudine e dalla latitudine (all’equatore lo schermo del campo magnetico terrestre è maggiore).

Nello Stato indiano sudoccidentale del Kerala, Karunagappalli ha una popolazione che supera i 25 mila abitanti. Nella sabbia della spiaggia si trovano granuli di monazite che provengono dai vicini depositi di Terre rare. La monazite è un fosfato che oltre alle Terre rare contiene impurità di uranio e torio.

Le spiagge di Guarapari, nello Stato di Espirito Santo in Brasile, sono simili a quelle di Karunagappalli: contengono monazite. Sono stati misurati livelli massimi di 175 mSv/anno.

Le sorgenti di Paralana, ad Arkaroola nello Stato di South Australia (700 km a nord di Adelaide), raccolgono la radioattività rilasciata da rocce ricche in uranio risalenti a oltre 1 miliardo di anni fa.

Si trova nella provincia di Guangdong. Le case sono costruite con sabbia e argilla della zona. La sabbia contiene monazite. Si stima che gli abitanti di Yangjiang assumano una dose annua di radiazioni tre volte superiore alla media mondiale.

Secondo il rapporto Onu a Orvieto la radioattività è di 5 mSv/ann0. Tutta l’area del Viterbese al confine con la Maremma e del basso Ternano ha un’alta radioattività naturale a causa delle particolari rocce vulcaniche presenti.

FONTE: corriere.it