giovedì 29 settembre 2016

La Nasa scopre la nuvola impossibile su Titano



Gli scienziati della missione Cassini ne hanno analizzato la composizione: si tratta di una sostanza che non si trova in sufficienti quantità nell’atmosfera del satellite di Saturno

“La nuvola impossibile”. È questo il nome che gli scienziati della Nasa hanno dato all’ultima scoperta della missione Cassini (partita nel 1997): una nuvola ghiacciata nell’atmosfera di Titano, il più grande satellite naturale di Saturno nonché uno dei corpi rocciosi più massicci dell’intero sistema solare. Questa luna è stata scoperta dall’astronomo olandese Christiaan Huygens nel 1655.  

In realtà, non è la prima volta che la Nasa individua una nuvola impossibile. Formazioni del genere erano infatti state osservate dalla missione Voyager 1, decine di anni fa. Per l’identificazione, Cassini si è servita dello spettrometro a infrarossi CIRS, in grado di individuare nella stratosfera di Titano le tracce dei singoli composti chimici. È stata così riscontrata la presenza di dicianoacetilene (C4N2), un composto dell’azoto (presente per il 95% nell’atmosfera del satellite) e del carbonio che colora l’atmosfera di arancione. 

Ma perché questa nuvola è impossibile? Come ci insegnano già dalle elementari, sulla Terra la formazione delle nuvole è data dai cicli di condensazione e di evaporazione dell’acqua. Su Titano invece tutto dipende dal metano, ma il processo è analogo. Nel caso del dicianoacetilene, però, gli scienziati sono rimasti spiazzati: «La comparsa di questa nuvola ghiacciata - dichiara Carrie Anderson, prima firmataria della ricerca - contrasta con tutto ciò che conosciamo sulla formazione delle nuvole di Titano». Secondo la Nasa servirebbe una quantità cento volte superiore di vapore di C4N2 per giustificare la presenza della nuvola di ghiaccio osservata da Cassini. I ricercatori hanno così proposto una spiegazione alternativa alla condensazione, facendo riferimento a processi chimici che avverrebbero nelle stesse particelle di ghiaccio (gli stessi registrati sulla Terra al di sopra dei due poli). 

Titano è considerato simile alla Terra primordiale, ma con una temperatura molto più bassa. Il clima, che include vento e pioggia di metano, ha creato caratteristiche superficiali simili a quelle presenti sul nostro pianeta (dune, fiumi, laghi e mari). 

In poco meno di vent’anni, la missione Cassini-Huygens, ha raggiunto Saturno dopo 7 anni di viaggio, durante i quali ha percorso oltre 3 miliardi di chilometri, scoprendo 10 lune scoperte, scattando quasi 400 mila immagini e producendo oltre 3500 pubblicazioni scientifiche ricavate dai suoi dati.  

FONTE: Simone Vazzana (lastampa.it)

mercoledì 28 settembre 2016

Nato primo bambino da tre genitori

Il piccolo ha il Dna di tre persone

Il piccolo ha il Dna di due madri e un padre


E' un maschio, ha cinque mesi ed è il primo bambino nato con il Dna di tre persone. La nascita, della quale da' notizia il settimanale britannico New Scientist, aveva avuto luce verde negli Stati Uniti nel febbraio scorso da parte dell'Accademia delle Scienze. Nel 2015 lo stesso via libera era stato dato dalla Gran Bretagna.
    Interventi di questo tipo hanno l'obiettivo di evitare la trasmissione di malattie genetiche delle quali è portatrice la madre. Il piccolo ha il Dna del padre, quello della madre, mentre appartiene ad una donatrice il Dna esterno al nucleo, contenuto nelle strutture delle cellule chiamate mitocondri (Dna mitocondriale). La madre del bambino è infatti portatrice della sindrome di Leigh, una malattia che colpisce il sistema nervoso in via di sviluppo, che aveva causato la morte dei suoi primi due figli e che si trasmette attraverso il Dna mitocondriale.
    L'intervento è stato eseguito in Messico da un'equipe medica statunitense. L'obiettivo dei medici era di evitare che il bimbo potesse ereditare la malattia della madre.

FONTE: ansa.it

martedì 27 settembre 2016

Oms: 225 milioni di donne usano un metodo contraccettivo non efficace

(Archivio)

Per mancanza di scorte, barriere politiche e culturali


Secondo l'Oms 225 milioni di donne e ragazze nel mondo, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, vorrebbero ritardare o evitare una gravidanza ma non usano un metodo contraccettivo efficace. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso questa stima in occasione della giornata mondiale della contraccezione, spiegando che le ragioni di questa mancanza sono essenzialmente legate alla mancanza di scorte, a barriere politiche e culturali e a scarsa qualità dei servizi.

"Tutto questo - sottolinea l'Organizzazione Mondiale della Sanità - nonostante negli ultimi 25 anni siano stati fatti molti progressi in termini di salute sessuale e riproduttiva delle donne".

FONTE: ansa.it


lunedì 26 settembre 2016

Scoperto il gene del 'sesto senso'

Scoperto il gene del 'sesto senso' necessario per muoversi nello spazio (fonte: Nasser Nouri – Flickr)

Serve a percepire il movimento del corpo nello spazio


Individuato il gene alla base della propriocezione, ovvero quella specie di 'sesto senso' che ci consente di percepire il movimento del nostro corpo nello spazio senza l'aiuto dei tradizionali cinque sensi, permettendoci ad esempio di camminare al buio o di usare una tastiera senza guardare. 

Una mutazione 'catastrofica'
La mutazione del gene, studiata finora solo nei topi, è stata osservata per la prima volta in due persone di 9 e 19 anni, accomunate da deformità scheletriche e da un'alterato senso del tatto. La scoperta, che sembra indicare una possibile origine genetica persino per la goffaggine, è pubblicata sul New England Journal of Medicine. Lo studio porta la firma di due neurologi dei National Institutes of Health (Nih) statunitensi, Carsten Bonnemann e Alexander Chesler, che sono rimasti letteralmente a bocca aperta quando hanno appurato che le due giovani sono portatrici di una rarissima mutazione così 'catastrofica' del gene legato alla propriocezione, chiamato Piezo2. 

Una condizione incompatibile con la vita
Nei topi, infatti, una simile condizione genetica era risultata incompatibile con la vita. La rarissima malattia delle due giovani non ha ancora un nome, ma è caratterizzata da scoliosi, escursioni anomale delle articolazione, movimenti scoordinati e percezioni tattili alterate. Bendate durante l'esecuzione di alcuni test, le due giovani hanno mostrato di non avere consapevolezza della posizione dei propri arti, di non riuscire a camminare senza inciampare e cadere e perfino di non avvertire sulla pelle il tocco di una spazzola o di un diapason in vibrazione. 

Due possibilità
Queste evidenze confermano che il gene Piezo2 è coinvolto nel tatto e nella coordinazione dei movimenti, mentre rimane ancora da scoprire il legame che unisce la sua mutazione alle deformità ossee. Due le possibilità: Piezo2 potrebbe giocare un ruolo importante nelle fasi dello sviluppo, oppure la mancanza di una corretta propriocezione potrebbe determinare una postura e dei movimenti scorretti responsabili a loro volta di un'anomala evoluzione dello scheletro. I neurologi, infine, non escludono che varianti differenti del gene Piezo2 possano determinare i diversi gradi di goffaggine osservati nelle persone.

FONTE: ansa.it

domenica 25 settembre 2016

Turismo sanitario, anche l’Italia è una eccellenza

Ogni anno nel mondo sette milioni di persone si mettono in viaggio per motivi di salute, generando già oggi un volume d’affari di 100 miliardi di dollari e gli ospedali del nostro paese hanno conquistato il sigillo d’oro della qualità

Fino ad oggi i turisti li abbiamo attratti con le nostre bellezze artistiche e naturali. Domani gli stranieri potrebbero dare nuovo ossigeno alla nostra economia abbinando a mari, monti e città d’arte l’eccellenza delle cure “made in Italy”. Si perché dietro la facciata sporca della malasanità ci sono medici e strutture che spesso all’estero ci invidiano. Una riprova viene dal primato italiano nella classifica europea degli ospedali che hanno conquistato il sigillo d’oro della qualità, assegnato dalla prestigiosa Joint Commission International, che certifica l’aderenza a ben 368 Standard di sicurezza e qualità delle cure.  

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti per vincere la sfida del “turismo sanitario”, aperta dalla Schengen sanitaria che con il recepimento due anni fa di una direttiva europea consente ai cittadini dei 28 Paesi dell’Unione di curarsi anche in altri Stati Ue. 

La caccia ai turisti della salute è dunque già iniziata e la posta in gioco è altissima. Uno studio della Deloitte calcola che ogni anno nel mondo sette milioni di persone si mettono in viaggio per motivi di salute, generando già oggi un volume d’affari di 100 miliardi di dollari, che diventeranno 150 nel 2018. E I ricavi generati dal turismo sanitario ammontano già a 12 miliardi di euro in Europa, secondo le stime dell’Osservatorio OCPS-SDA Bocconi che verranno presentate domani a Roma, al Forum sull’Internazionalizzazione della sanità italiana. L’Italia ha oggi il 17% di quella quota, pari a 2 miliardi, che secondo gli osservatori internazionali potrebbero arrivare a 4, implementando l’offerta di servizi sanitari e turistici offerti agli stranieri. Del resto recenti indagini dicono che il 53% dei cittadini europei è disposto a farsi curare in altri Paesi Ue. 

Certo, oggi il saldo è tutto negativo. Con soli 5 mila stranieri che scelgono di farsi curare da noi contro i 200 mila pazienti italiani che vanno oltre confine. Anche se a varcare le Alpi non sono tanto pazienti bisognosi di interventi chirurgici delicati o cure all’avanguardia, quanto persone alla ricerca del risparmio per cure dentarie, chirurgia estetica e ricostitutiva, trapianto dei capelli, terme. 

Da noi si viene invece per prestazioni a più alto tasso di specializzazione: neurologia, cardiochirurgia, oncologia, chirurgia bariatrica e ortopedia in particolare 

A ricercare cliniche e ospedali italiani per ora sono soprattutto pazienti che provengono dai Paesi arabi, Svizzera, Russia e Albania e che spendono per cure ed interventi cifre variabili tra i 20 e i 70 mila euro. Questo senza calcolare le spese generate dal corollario turistico, perché spesso chi accompagna il proprio familiare bisognoso di cure, ma a volte il paziente stesso, finiscono poi per alloggiare in qualche bell’albergo, fare shopping e godersi arte e natura. «Il fenomeno del medical tourism è promettente sia in termini di posizionamento globale dell’Italia, sia in termini di supporto alle Finanze Pubbliche. Ora è necessaria una azione coordinata e mirata per agevolare a livello “sistema” queste forme innovative di attività», afferma il Direttore Generale del Policlinico del Campus Bio-Medico di Roma, Gianluca Oricchio. Che è tra i fondatori del netwrok non-profit Hospitaly, promosso dal Campus Bio-medico ma che raccoglie strutture sanitarie d’eccellenza e brand che operano nel turismo come Alitalia, Italo, Hilton, Sheraton, in modo da far leva sui punti di forza dell’ “Italian life style”, ossia arte, cultura e cibo. E la prossima settimana a Washington, al World Medical Tourism Congress, Hospitaly scoprirà le carte presentando il network delle strutture italiane pronte a promuovere le proprie eccellenze nel mercato internazionale.  

Intanto anche il pubblico si muove. Oltre al Rizzoli di Bologna , il Niguarda di Milano e la Città della salute di Torino hanno fatto i primi passi. La strategia è più o meno la stessa: offrire interpreti, cartelle cliniche nella lingua del paziente, infermieri a disposizione anche di notte, ma anche servizi navetta da e per l’aeroporto, stanze per i parenti, convenzioni con i grandi alberghi, tv satellitare in camera. Una formula con la quale l’Italia gioca le sue carte per conquistare il mercato in crescita dei globetrotter della salute.  
FONTE: Paolo Russo (lastampa.it)

sabato 24 settembre 2016

Dai rifiuti del caffè la spugna che pulisce le acque contaminate

La spugna fatta con i resti del caffè, capace di pulire l'acqua dai matalli pesanti (fonte: ACS, IIT)

Messa a punto in Italia, assorbe i metalli pesanti


E’ fatta con gli scarti del caffè la spugna capace di pulire le acque contaminate assorbendo i metalli pesanti, come piombo e mercurio. E’ stata ottenuta in Italia, presso l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, e i primi test indicano che riesce ad assorbire il 99% degli inquinanti quando viene lasciata in acqua per di 30 ore, se invece l’acqua fluisce attraverso la spugna i matalli catturati sono il 65%.

Un nuovo materiale
Descritta sulla rivista della Società Americana di Chimica Acs Sustainable Chemistry & Engineering, la spugna è il risultato del lavoro condotto dal gruppo di Smart Materials e nanochimica dell’iit, e in particolare da Despina Fragouli. Sebbene sia costituita per la maggior parte da qualcosa di molto familiare, come il caffè, la spugna è in realtà un nuovo materiale: un materiale poroso chiamato schiuma polimerica e composto per il 60% di polvere di scarti di caffè (un materiale disponibile in tutto il mondo in milioni di tonnellate) e per il 40% di un materiale elastico a base di silicone. 

Scarti di caffè, silicone e zucchero
I ricercatori hanno unito la polvere di vecchi fondi di caffè essiccati in una miscela con silicone e zucchero. Una volta che la miscela si è solidificata, questa è stata immersa in acqua per sciogliere lo zucchero e poi lo scioglimento dello zucchero ha generato fori nella struttura complessiva, creando la spugna-filtro finale. Il risultato è un materiale amico dell’ambiente e anche molto resistente, tanto da non essere alterato da altri possibili elementi presenti nelle acque.

FONTE: ansa.it

giovedì 22 settembre 2016

In Italia 600mila malati Alzheimer, 4 sintomi sottovalutati


21/9 giornata mondiale, perdita memoria non è unico campanello


Convegni, incontri e iniziative di sensibilizzazione: così oggi si celebra in tutto il mondo la XIII Giornata dell'Alzheimer, malattia che nel nostro Paese colpisce circa 600mila persone, ovvero circa 5 over 60 su dieci, e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l'assistenza, di cui il 73% a carico delle famiglie. Dovuta a un accumulo anormalo di alcune proteine nel cervello, questa malattia neurodegenerativa causa una progressiva perdita di memoria. Ma in molti casi questo non è, specificano gli esperti, l'unico campanello d'allarme. Attenzione infatti ad altri sintomi come perdita di inibizione, difficoltà nella lettura, nella scrittura e nel parlare. Gli italiani con Alzheimer, secondo dati Censis 2016, sono in crescita rispetto alle 520mila del 2006 e a crescere è anche l'età media, pari oggi a 78,8 anni rispetto ai 77,8 anni del 2006. Ma esistono forme precoci che riguardano circa il 5% del totale dei casi.

Mentre continuano in tutto il mondo le sperimentazioni scientifiche per mettere a punto possibili farmaci, ad oggi una terapia ancora non esiste e la diagnosi di Alzheimer è spesso complicata. Difficile infatti distinguerlo da altre forme di demenza, come quella di origine cardiovascolare o quella dei corpi di Levy, che interessano altri circa 600mila italiani, portando a oltre 1,2 milioni il numero complessivo delle persone affette da disabilità cognitive. Anche se oggi c'è maggiore consapevolezza che in passato, il tempo medio con cui si arriva a una diagnosi è ancora di quasi 2 anni, mentre spesso il trattamento precoce è la chiave per ritardare la progressione della malattia. Tra gli errori da evitare, quello di concentrarsi troppo su quello che ne è il sintomo più frequente, ovvero la perdita di memoria. Secondo un recente studio condotto dalla Northwestern University e dall'Alzheimer's Disease Center, infatti, a seconda della parte del cervello attaccata, in alcuni casi la malattia potrebbe manifestarsi con altri sintomi che dovrebbero suonare come campanelli d'allarme. 

FONTE: ansa.it

venerdì 16 settembre 2016

Dallo spazio nuove armi anticancro, grazie alle tecniche di analisi dei dati


Per la ricerca di diagnosi più precoci e nuove cure


Dalle tecniche di analisi dei miliardi di dati che arrivano ogni giorno dalla ricerca spaziale è in arrivo una rivoluzione della ricerca contro il cancro, che potrà portare a diagnosi più precoci e cure su misura. E' possibile grazie all'accordo tra il Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa e il National Cancer Institute degli Stati Uniti, attiva da 15 anni fa e rinnovato adesso per altri cinque.

Ogni giorno satelliti e telescopi spaziali inviano a Terra un'incredibile quantità di dati, un 'mare' in cui sarebbe impossibile non perdersi senza l'uso di sofisticati algoritmi capaci di mettere ordine. E' il cosiddetto problema dei Big Data e le difficoltà fondamentali sono quelle di riuscire a identificare i dati importanti in mezzo a quello che sembra un caos di numeri e mettere ordine tra i dati in arrivo da strumenti o centri di ricerca che usano metodi di catalogazione differenti. 

Analogo problema si sono trovati davanti i ricercatori del progetto Early Detection Research Network (Edrn), il cui obiettivo è raccogliere dati da vari centri e identificare le firme genetiche e molecolari dei tumori. Il muro che si sono trovati davanti era quello di uniformare i dati "e il Jpl ci ha detto: affrontiamo queste cose di continuo!", ha spiegato Sudhir Srivastava, responsabile di Edrn.

E' nata così una collaborazione che in 15 anni ha portato molti frutti, tra cui nuovi test diagnostici per il riconoscimento dell'insorgenza del cancro usati finora da un milione di pazienti negli Usa. Il nuovo accordo di collaborazione tra i due centri coincide anche con l'allargamento del progetto a Regno Unito, Cina, Giappone, Australia, Israele e Cile. "Più ci espandiamo, più dati possiamo integrare - ha spiegato Christos Patriotis, direttore del gruppo di ricerca del National Cancer Institute - al posto di essere come dei 'silos' isolati adesso i nostri partner possono integrare le loro scoperte. Ogni sistema può parlare con l'altro".

FONTE: ansa.it

martedì 13 settembre 2016

Scoperto il composto blocca-malaria: agisce con una sola dose

Lo hanno messo a punto un gruppo di ricercatori del Broad Institute of Mit and Harvard, negli Stati Uniti. Elimina i parassiti prima che si moltiplichino nel fegato e nel sangue

Un nuovo composto in grado di curare la malaria con un’unica dose e per giunta bassa, è stato testato con risultati postivi su topi. A metterlo a punto un gruppo di ricercatori del Broad Institute of Mit and Harvard, negli Stati Uniti, che hanno pubblicato i risultati del trial sull’autorevole rivista «Nature». 

Nel 2015, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono stati 214 milioni i nuovi casi di malaria e circa 438mila le persone morte a causa di questa malattia, soprattutto in Africa. A partire da un database con oltre 100mila composti chimici, i ricercatori, guidati da Stuart Schreiber, ne hanno individuato uno molto promettente: agisce su un enzima chiamato fenilalanil-tRNA ed elimina precocemente i parassiti prima che si moltiplichino nel fegato e nel sangue. Una singola dose ha impedito l’infezione per tutti i 30 giorni di durata dello studio. 

«Il parassita va al fegato, poi nel flusso sanguigno, quindi segue una fase di trasmissione. Il nostro composto colpisce tutte e tre queste fasi, cosa molto rara in una terapia», spiega Nobutaka Kato, coautore dello studio e ricercatore presso il Broad Institute.  

Potrebbe, quindi, in teoria, essere preso in qualsiasi momento prima o durante l’infezione, cancellando i parassiti prima che prolifichino nel fegato, ma anche successivamente contrastando quelli attivi durante la fase di trasmissione. Secondo i ricercatori potrebbe essere il punto di partenza per lo sviluppo di nuovi farmaci che prendano di mira nuovi target rispetto a quelli finora utilizzati. 

FONTE: lastampa.it

giovedì 8 settembre 2016

Cilento terra della longevità, dna, stile di vita e dieta

Studio italiano su super-anziani svela segreto di una lunga vita


Fattori genetici, stili di vita, attività fisica e dieta mediterranea sono fattori che notoriamente contribuiscono a una vita lunga e sana. Ma ora una squadra di ricercatori italiani, studiando i super anziani del Cilento, hanno identificato un elemento in più, ovvero una buona microcircolazione sanguigna.

Con un'aspettativa di vita media di 92 anni per le donne e 85 per gli uomini (a fronte di una media italiana rispettivamente di 84 e 79), il paese i Acciaroli, in provincia di Salerno, ha una delle più alte concentrazioni al mondo di centenari, anche superiori a Okinawa, città del Giappone nota per la longevità dei suoi abitanti. Lo studio pilota CIAO (Cilento Initiative on Aging Esito) guidato da Salvatore Di Somma, professore di Medicina Interna dell'Università La Sapienza di Roma, ha preso in considerazione 29 super anziani (età media 92 anni) e 52 parenti più giovani (età media 60 anni), con simile background genetico ed esposti allo stesso ambiente e stili di vita. I risultati degli esami del sangue sono stati confrontati con quelli di una coorte di 194 soggetti sani (età media 63,9 anni).

Come previsto, bassi valori di MR-proANP e penKid, indicatori di disfunzioni renali o del cuore, erano elevati nei 'SuperAgers', a causa del processo di invecchiamento degli organi. Lo stesso gruppo mostrava però bassi valori di adrenomedullina (bio-ADM), ormone che aumenta la quantità di sangue nella circolazione periferica e agisce come vasodilatatore. "Concentrazioni basse di questo biomarcatore indicano un sistema endoteliale e un microcircolo ben funzionante, che consenta una buona perfusione sanguigna degli organi e dei muscoli", conclude Di Somma. Un buon flusso sanguigno attraverso i piccoli vasi del sangue è ciò che assicura ai maratoneti un rendimento migliore a parità di frequenza cardiaca rispetto all'uomo medio. Permette infatti di far arrivare alle cellule di tutto il corpo ossigeno e sostanze nutritive, e di portare fuori tossine e anidride carbonica.

FONTE: ansa.it

mercoledì 7 settembre 2016

Atomi 'parlanti' per i computer del futuro


Si scambiano informazioni


Atomi 'parlanti', capaci di scambiarsi informazioni a distanza, sono i materiali alla base dei potentissimi computer del futuro, basati sulle tecnologie quantistiche che permettono di manipolare il mondo dell'infinitamente piccolo. Usarli nei primi simulatori dei computer quantistici è l'obiettivo del progetto europeo RYSQ da 4,5 milioni di euro, cui partecipano centri di ricerca di 14 Stati membri.

Presentato a Ercolano (Napoli), il progetto finanziato dall'Unione Europea è coordinato da Tommaso Calarco, dell'università tedesca di Ulm. L'obiettivo è sperimentare questi particolarissimi atomi 'parlanti', chiamati atomi di Rydberg, per realizzare i simulatori quantistici, ossia i prototipi dei computer di domani. Al momento questi atomi sono come bambini che stanno imparando a parlare e che usano quindi solo poche parole. I ricercatori vogliono 'addestrarli' per insegnare loro un linguaggio matematico. ''Gli atomi di Rydberg sperimentano uno stato nel quale i loro elettroni sono molto distanti dal nucleo. Questo li rende molto sensibili all' ambiente circostante e in grado di funzionare come antenne'', ha spiegato Francesca Ferlaino, direttore dell'Istituto di Ottica Quantistica all'università austriaca di Innsbruck.

Nei test condotti all'università di Stoccarda, per esempio, gli atomi sono posti in 'ampolle' vicine e si parlano ''nel senso che - ha spiegato Ferlaino - se uno di essi cambia stato l'altro se ne accorge e si adegua, modificando il suo stato''.

Grazie alla capacità di dialogare, ha rilevato Calarco, questi atomi potrebbero essere usati nellecomunicazioni quantistiche e nei simulatori specializzati in compiti specifici, ad esempio per sviluppare nuovi materiali. Ma perché possano essere usati in un computer quantistico, ha proseguito, ''questi atomi non devono solo sapersi scambiare informazioni, ma essere in grado di parlare un linguaggio più complesso e che renda possibile programmarli''. La sfida dei fisici, ha osservato Ferlaino, è ''cambiare le proprietà intime degli atomi in modo che imparino a parlare come vogliamo noi''. Su questo sono al lavoro laboratori in tutto il mondo, compresi quelli italiani delle università di Pisa e Firenze e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr).

FONTE: ansa.it

lunedì 5 settembre 2016

Cocaina: un farmaco antitumorale per spezzare la dipendenza

Interrompere per sempre la propensione ad assumere la cocaina. Buoni i primi risultati in modello animale

E’ una droga in grado di indurre una forte dipendenza. I suoi effetti, soprattutto a livello cerebrale, sono devastanti. Stiamo parlando della cocaina, un derivato delle foglie di coca particolarmente attivo a livello del sistema nervoso centrale.  

Oggi, grazie ad uno studio dall’Università di Cardiff e dall’Istituto Centrale di Salute Mentale di Mannheim, in collaborazione con l’Irccs Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, la dipendenza da questa sostanza potrebbe interrompersi definitivamente. A loro va il merito di aver individuato una molecola –in sperimentazione come antitumorale- che con una sola somministrazione blocca la propensione ad assumere cocaina. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista E-Life. 

COME AGISCE LA COCAINA?  
Uno dei neurotrasmettitori maggiormente presenti a livello cerebrale è la dopamina, la molecola nota per essere associata, quando non viene più prodotta in quantità adeguate, al morbo di Parkinson. Essa è implicata in molte funzioni come la sensazione di ricompensa e appagamento. Un neurotrasmettitore dunque cruciale nelle dipendenze. La dopamina, rilasciata tra un neurone e l’altro (le sinapsi), viene successivamente rimossa attraverso un trasportatore per essere «riciclata». Più tempo rimane a livello delle sinapsi e più la persona si sente appagata. La cocaina agisce proprio sul meccanismo con cui i neuroni rimuovono la dopamina. Bloccando questo processo si instaura così una forte dipendenza. Ecco perché identificare possibili sostanze che blocchino il meccanismo di dipendenza è fondamentale per spezzare la spirale. 

INTERROMPERE «IL CIRCOLO VIZIOSO»  
Una possibile soluzione potrebbe arrivare da un farmaco progettato per tutt’altro. Nello studio in questione i ricercatori –per ora in modello animale- sono riusciti nell’impresa di bloccare la propensione ad assumere cocaina con una sola somministrazione del composto PD325901, una molecola in fase di sperimentazione come molecola anti-cancro. In particolare il farmaco in questione blocca nei neuroni una serie di reazioni a cascata implicate nel circuito che porta alla dipendenza.  

«Lo studio è importante - spiega Stefania Fasano dell’Università di Cardiff e coordinatrice del progetto -perché dimostra la possibilità di un approccio terapeutico in grado di bloccare la formazione di automatismi comportamentali associati al consumo della cocaina. Automatismi che giocano un ruolo centrale nell’instaurazione della dipendenza».  

«Attualmente - aggiunge Riccardo Brambilla, sempre dell’Università di Cardiff e collaboratore dell’Istituto Mario Negri - non è disponibile un farmaco capace di bloccare la dipendenza da cocaina». 

Utilizzare un medicinale che ha già superato alcune fasi cliniche –spiegano i ricercatori- potrà consentire l’avvio di un trasferimento più rapido dal laboratorio alla clinica. 

FONTE: Daniele Banfi (lastampa.it)

venerdì 2 settembre 2016

Fertility Day: Renzi contro, Lorenzin cambia campagna

Ministro spiega, campagna è low cost, Toscani ci aiuti gratis


La campagna del Ministero della Salute sul Fertility Day cambiera': dopo una valanga di critiche, compresa quella del premier Renzi, arriva la decisione del ministro Beatrice Lorenzin di modificare l'iniziativa che aveva difeso per oltre 24 ore, da quando il web si era incendiato dopo un post di Roberto Saviano contro gli slogan che secondo le critiche 'insultano le donne'. Una sollevazione che aveva coinvolto trasversalmente la politica, con la richiesta di dimissioni, fra gli altri, dal Vice Presidente del Senato e Responsabile Organizzazione e Territorio della Lega Nord. Una decisione che la stessa Lorenzin definisce ''non un passo indietro ma un passo avanti''. La campagna sul Fertility day ''non e' piaciuta? Ne facciamo una nuova'', scrive su Twitter.

''Il Fertility Day e' piu' di due cartoline, e' prevenzione, e' la salute degli italiani''. Il ministro aveva spiegato a lungo che l'unico scopo era informare sui problemi di salute che possono compromettere la fertilita' ma le scelte degli slogan erano state bocciate senza appello. L'accusa e' stata voler fare una campagna per la natalita', cioe' contro le culle vuote, piaga che nel nostro paese nessuno nega. La percezione di chi era insorto sul web era stata quella di una iniziativa che stigmatizzava chi non ha figli. Il risultato non era piaciuto neanche a Matteo Renzi che aveva ammesso di non sapere niente della campagna del Ministero che il giorno prima aveva ricevuto cosi' tante critiche: ''non l'avevo vista, avevo problemi più importanti da seguire''. E ha aggiunto: ''Certo non conosco nemmeno un amico che fa un figlio perché ha visto un cartellone, se vuoi creare una società che scommette sul futuro devi creare le condizioni strutturali, gli asili nido, i servizi, creare lavoro. Nei paesi dove si fanno figli non credo che sia per effetto di una campagna".

Inizialmente il ministro aveva replicato convinta che la campagna doveva andare avanti, pur annunciando che sarebbe stata migliorata. Con lei, a favore della campagna, si e' schierato un coro di medici e societa' scientifiche per le quali, invece l'informazione era necessaria. Le due cartoline incriminate, quelle piu' prese di mira dagli oppositori, sono quella dove si vede una donna con il pancione e una clessidra in mano ed un'altra con la scritta 'datti una mossa'. In entrambe il richiamo al tempo che passa. Un messaggio che turba e che ora sara' rivisto integralmente. La bocciatura era arrivata anche da un maestro della pubblicita' come Oliviero Toscani che aveva detto senza mezzi termini: ''e' tutto sbagliato''. Alle molte critiche, soprattutto politiche, Lorenzin ha risposto dicendo che le scelte sulla natalita' ''sono intersettoriali e fanno parte di una visione da statista del Paese, però - ha specificato - io faccio il Ministro della Salute e mi occupo di questi temi, il resto lo facciano il Presidente del Consiglio e gli altri ministri''.

La campagna per il Fertility Day che ora sara' rivista costa in tutto 28 mila euro per sei eventi. ''Le nostre sono campagne a basso costo, se Toscani vuole siamo felici di accogliere il suo aiuto gratuitamente per fare meglio. Siamo certi che ci aiutera' a trasformare questa campagna in qualche cosa di cui si parlera' per un anno e non solo tre giorni. Lo aspetto''. A favore dell'iniziativa era arrivata la dichiarazione del compagno di partito e di governo, Angelino Alfano per il quale la campagna ''era condivisibile nel merito. E ha anche centrato l'obiettivo: tutti ne parlano ed è diventata elemento di dibattito. Missione compiuta''.

FONTE: ansa.it

giovedì 1 settembre 2016

Dai birrifici alle sartorie: ecco dove sono finiti i fondi Ue per la ricerca

Dai birrifici alle sartorie: ecco dove sono finiti i fondi Ue per la ricerca
Sette miliardi in sette anni per "ridurre il divario tra Regioni". L'accusa: "Non si sa con quali criteri si sono scelti i progetti"

SETTE miliardi in sette anni. È un fiume di soldi arrivato in Italia dall'Unione europea per alimentare "ricerca e competitività" delle regioni del nostro Sud nel periodo 2007-2013, e poi suddiviso in migliaia di misteriosi rivoli secondo i cosiddetti progetti Pon (Programma operativo nazionale). Si tratta di finanziamenti assegnati dal Consiglio dell'Unione ai diversi Stati, che li dovrebbero usare per ridurre il divario tra regioni ricche e povere, e nel nostro caso sono stati affidati in gestione al Miur insieme col Mise (Ministero dello sviluppo economico).

Oggi però è difficile seguirne la storia: la rendicontazione è ancora in corso, ha spiegato il Miur, quindi non si commenta né si rilasciano interviste. Così quello che si può fare per capire dove siano finiti quei sette miliardi di euro, riferiti a un settennato teoricamente conclusosi tre anni fa, è seguire il fiume di denaro dalla sorgente in poi, in una giungla di numeri e burocrazie. Lo abbiamo fatto per il numero di settembre di Le Scienze (in edicola oggi), ed ecco la sorpresa.

Molti di questi soldi sono finiti ad abbeverare "ricerca e competitività" di aziende produttrici di materassi, imballaggi o scocche per automobili. Ci sono due case di riposo, cinque autolavaggi, trentadue negozi di abbigliamento, sette impianti sportivi, cinque negozi di abiti da sposa. E poi ancora, birrifici, bed & breakfast e campi di beach volley, pastifici, panifici e oleifici, iniziative di bike sharing e social network per il turismo. A volte, gli enti beneficiari hanno nomi a cui non corrisponde un sito internet, o indirizzi ai quali Google maps ti fa vedere una strada provinciale polverosa e deserta.

In altri casi si tratta di università ed enti di ricerca, di consorzi e start up ad alta tecnologia. O di industrie grandi, molto grandi, piccole e piccolissime. Comunque a volte sono fluiti solo in parte, perché i finanziamenti si sono interrotti in più circostanze. Come nel gennaio scorso, in seguito agli interventi della magistratura che ha cominciato a chiedersi se in tutta questa irrigazione per "ricerca e competitività" non ci fosse qualcosa di strano.

E qualcosa di strano ci deve essere davvero tanto che districarsi in questa storia ha richiesto un paio di mesi di lavoro e l'aiuto di Gaetano Salina, fisico dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, che si è dedicato a una certosina operazione di data mining scavando nei quasi 4mila progetti finiti sotto l'etichetta Pon. Tutti i numeri e i dati che la riguardano, infatti, si trovano liberamente in rete sul portale OpenCoesione istituito dal governo Monti nel 2012. Non per questo però la loro lettura è priva di insidie giuridiche, semantiche, tecnologiche.

Avere le risposte del Miur avrebbe aiutato. Restano perciò aperte le domande. Per esempio: la targa di "ricerca e competitività" è così generica che può non essere sbagliato riferirvi anche interventi di miglioramento industriale o turistico o comunque di sviluppo di un territorio disagiato. Ma il problema è più ampio. Lo sottolinea il fisico teorico Giorgio Parisi. Cioè "non si sa come siano stati scelti i progetti ammessi al finanziamento, secondo quale idea generale". Insomma, c'è un problema strutturale, che se non configura un reato comunque non fa dormire tranquilli: "Il sospetto è che una gran parte di questi soldi sia stata buttata via". Quanta? Quale? "Può darsi che non lo sapremo mai".

Non si tratta quindi soltanto di investigare sulla miriade di piccoli rivoli, quelli da dieci o cinquantamila euro per imprese minuscole e difficilmente controllabili. Ma più in generale di chiedersi che Paese vogliamo. E dopo esserselo chiesto, capire se è così che possiamo costruirlo.

Anche perché i grandi beneficiari dei finanziamenti Pon sono in prima battuta i ministeri stessi: Miur e Mise, e loro agenzie, che, si legge, hanno a loro volta usato quei soldi per altri progetti di sviluppo e innovazione. Poi ci sono il Cnr e le università di Puglia, Sicilia, Calabria, Campania, che con questi soldi hanno pagato corsi e docenze, laboratori e strumenti. Poco sotto, gli enti di ricerca come Enea, Infn, Ingv e così via. Sembra che molto di questo fiume di soldi sia stato quindi effettivamente destinato a università ed enti di ricerca, ed è plausibile che sia stato impiegato in maniera opportuna. Ma chi controlla?

Il caveat, prosegue Parisi, "è sempre il solito. Cioè la cosiddetta accountability che in Italia non esiste. Chi è responsabile di come vengono spesi i soldi? Nell'università italiana sembra che non lo sia mai nessuno. Non ci sono vere valutazioni a valle, nessuno va mai a vedere come funzionano le cose". Perciò se c'è poca chiarezza sui criteri a monte, e nessuna verifica a valle, il fiume di denaro non può far altro che scorrere senza una direzione precisa.La questione precede i Pon. "Anzi, è una vecchissima tradizione - racconta Parisi - anni fa ci fu una ditta che propose anche a me di accedere insieme a un finanziamento pubblico. Ci saremmo divisi i soldi, tanto nessuno avrebbe controllato". In più, però, nella storia dei Pon c'è da mandare giù il confronto coi finanziamenti ordinari alla ricerca pubblica. È la conclusione di Parisi, che osserva come "a
leggere quei numeri si scopre che l'ospedale privato di San Giovanni Rotondo ha ricevuto 12 milioni di euro. Cioè più o meno quanto il Miur dà, in un anno, a tutta la ricerca in biologia. Beh, con quei soldi è stata fatta davvero ricerca di qualità?".

FONTE: Silvia Bencivelli (repubblica,it)