lunedì 31 ottobre 2016

Roma, al Gemelli un super laboratorio di analisi: garantirà 6 milioni di prestazioni l'anno

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Un laboratorio di analisi all’avanguardia per migliorare la quantità delle prestazioni e la velocità delle risposte. Sarà attivo 24 ore su 24, completamente automatizzato e in grado di garantire  migliaia di controlli giorno, sia per il sangue che per le urine. A realizzarlo il Policlinico Gemelli di Roma e la Siemens, che lo hanno presentato oggi.  Il laboratorio, il primo nel Lazio con questa tecnologia, e' lungo 36 metri, ed effettuera' circa 6 milioni di prestazioni l'anno, il 75% di tutte le analisi dell'ospedale, con uno spazio per un aumento ulteriore.
Un macchinario moderno che abbatterà le spese dell’ospedale e ridurrà i tempi di attesa per le risposte dei pazienti ricoverati. L'utilizzo, ha spiegato il direttore generale del Policlinico Enrico Zampedri, permettera' un risparmio di circa 1,3 milioni di euro l'anno, soprattutto sulle forniture di prodotti. "Il Policlinico ha avviato una profonda riorganizzazione di tutto il processo laboratoristico - ha sottolineato Zampedri - con l'obiettivo di rendere piu' efficiente e sicura l'attivita'".

Oltre che costare meno le analisi saranno piu' veloci, anche grazie a un sistema di posta pneumatica che portera' materialmente le provette al laboratorio, grazie a cui un tragitto di dieci minuti verra' compiuto in 50 secondi. Una volta arrivati i campioni vengono smistati su un binario, che automaticamente li porta alle macchine per i test. "Normalmente per una analisi il campione passa per dieci mani 'umane' - ha sottolineato Franz Walt, presidente di Siemens Healthcare Laboratory Diagnostics -, e ogni passaggio puo' generare errore. Con questo sistema si ottiene piu' velocita' e una migliore qualita'". Oltre alla certezza e alla sicurezza delle risposte. 

FONTE: Alessandro Tittozzi (ilmessaggero.it)

domenica 30 ottobre 2016

Proteina mette il turbo alla guarigione delle ferite

Epidermide della coda di un topo vista al microscopio (fonte: Claire Cox e Michaela Frye, Wellcome Trust Centre For Stem Cell Research, University of Cambridge)

Bene i primi test sui topi

La guarigione delle ferite può mettere il 'turbo' grazie alla proteina Hsp60, una molecola già nota da tempo per il suo ruolo nella genesi dell'infiammazione e per la capacità di favorire il corretto ripiegamento di altre proteine: concentrata in un gel topico e applicata sulla pelle, velocizza la cicatrizzazione e la rigenerazione dei tessuti. Lo dimostrano i primi test sui topi condotti nei laboratori statunitensi del National Human Genome Research Institute (Nhgri) e del National Eye Institute (Nei). I risultati, pubblicati sulla rivista npj Regenerative Medicine, potrebbero aprire la strada a nuove terapie per la cura di ferite, cicatrici e ulcere da diabete anche nell'uomo.

Il gene ripara-ferite in ogni organismo

 
Il gene che contiene le istruzioni per produrre la proteina Hsp60 ''si trova in ogni organismo, dai batteri fino all'uomo'', spiegano i ricercatori. ''Con questo studio abbiamo dimostrato che nei vertebrati ricopre un ruolo sorprendente nell'immunità che è essenziale per la guarigione delle ferite''. La proteina Hsp60 viene infatti rilasciata nel sito della ferita per dare inizio alla cascata di segnali che avvia la guarigione: lo fa richiamando quelle cellule del sistema immunitario (i leucociti) che stimolano la reazione infiammatoria contro eventuali infezioni batteriche.

L'esperimento sui topi

 
"Quando abbiamo iniettato Hsp60 direttamente nel sito della ferita - raccontano i ricercatori - questa ha cominciato a rigenerarsi molto velocemente, tanto da sorprenderci". Il risultato più significativo, però, è stato ottenuto con l'applicazione di un trattamento topico contenente Hsp60 sulle ferite da puntura in topi diabetici: la guarigione è stata completa nel giro di soli 21 giorni, un arco di tempo in cui non si sono notati miglioramenti negli altri animali non curati.

Speranze per l'uomo

 
"Speriamo che il trattamento agisca nello stesso modo anche nell'uomo", commentano gli autori dello studio. "Crediamo che ce la possa fare, ma servono ulteriori studi, anche per capire se può favorire la guarigione di tutte le ferite e non solo di quelle dei diabetici".

FONTE: ansa.it 

sabato 29 ottobre 2016

Il robot senza batteria che si alimenta da solo

Il robot senza batteria che si alimenta da solo
Sviluppato presso l'Università di Bristol, grazia alla struttura morbida consuma pochissima energia. Trae sostentamento dal cibo, vale a dire materia organica assorbita dalla bocca ed elaborata in una pila combustibile biologica

UN ROBOT che può funzionare per sempre e che non ha alcuna batteria. Trova la propria energia esattamente come facciamo noi e gli altri esseri viventi: mangia ed estrae energia dal suo cibo. Lo hanno costruito alcuni scienziati all'Università di Bristol (UK), realizzandone un prototipo che per ora vive in una vasca da bagno.

Si tratta di un soft robot, vale a dire una macchina che sostituisce le strutture rigide con gel morbidi, almeno in parte. Una scelta che abbatte notevolmente l'energia necessaria per farlo funzionare. Questo robot ha una bocca da cui aspira il cibo, uno stomaco per elaborarlo e un sistema di scarico per gli scarti.

Ispirato alla salpida, è fondamentalmente un tubo. Da una parte c'è la bocca, che assorbe acqua mischiata a materiale organico. Lo stomaco è una pila a combustibile biologica (MFC), che trasforma la biomassa in energia chimica per alimentare il robot stesso. Gli scarti dell'operazione vengono eliminati, contemporaneamente all'assunzione del pasto successivo. In teoria può funzionare in eterno ed è possibile collegarne diversi in serie.

"La vera svolta è l'aver ottenuto abbastanza energia per renderlo autosufficiente" ha commentato Fumiya lida dell'Università di Cambridge. Appena sufficiente, in effetti, perché l'energia che si ottiene dalla MFC è pochissima. Basta per far funzionare il robot proprio in virtù della sua struttura morbida. Resta comunque un punto fermo nell'evoluzione della robotica: macchine basate su questo principio potrebbero avere un numero indefinito di possibili applicazioni, senza andare troppo in là nel futuro.

Basti pensare al lavoro in ambienti inospitali, come i siti di disastri nucleari o acque inquinate. Si potrebbe persino progettarli in modo tale che il loro cibo sia proprio l'elemento inquinante che vogliamo rimuovere, facendone ad esempio dei divoratori di petrolio o di plastica. O possiamo immaginarli aggirarsi tra le coltivazioni, impegnati a monitorare le piante senza bisogno che un essere umano si occupi di loro.

È lecito supporre che tra qualche anno il sistema energetico sarà più efficiente, e questo tipo di robot potrà fare di più che auto mantenersi. A quel punto di potrà parlare di integrazione con l'Intelligenza Artificiale in tutti i suoi aspetti e con gli altri tipi di robotica. "In futuro robot come questi potrebbero essere usati nell'oceano per raccogliere spazzatura", suggerisce Hemma Philamore, una ricercatrice dell'Università di Bristol che ha partecipato al progetto. "Quello che stiamo progettando è un robot che può inserirsi con naturalità in un ambiente naturale".

La cultura sci-fi ci ha abituati a robot umanoidi che non hanno bisogno né di mangiare né di respirare, perché dotati di fonti energetiche inesauribili. E questo spesso è proprio il dettaglio che permette ai personaggi umani di riconoscere un essere artificiale. Il nostro futuro, a quanto pare, potrebbe essere diverso.

FONTE: repubblica.it 

giovedì 27 ottobre 2016

Scoperto il 'motore' molecolare delle allergie

Chinesina-1 (verde) trasporta granuli secretori che contengono istamina e altri fattori infiammatori alla periferia delle cellule lungo i microtubuli (rosso). (fonte: Munoz et al., 2016)

Potenziale bersaglio per nuovi farmaci contro shock anafilattico

Identificato il 'motore' molecolare delle allergie: si tratta della chinesina-1, una proteina che controlla il rilascio delle molecole infiammatorie dalle cellule del sistema immunitario chiamate mastociti. Descritta da un gruppo di ricerca francese su Journal of Cell Biology, in futuro potrebbe diventare il bersaglio di nuovi farmaci mirati alla prevenzione dello shock anafilattico.

Tutto comincia con l'arrivo dell'allergene

 
La chinesina-1 e' una proteina cruciale per l'innesco delle reazioni allergiche, come spiegano nello studio i ricercatori del Centro di ricerca sull'infiammazione del Consiglio nazionale delle ricerche francese (Cnrs) in collaborazione con l'Istituto nazionale della salute e della ricerca medica (Inserm) a Parigi. Tutto comincia con l'arrivo dell'allergene, che viene riconosciuto e legato dagli anticorpi (IgE) presenti nel sangue: questa 'cattura' risveglia immediatamente l'attenzione dei mastociti, che hanno il compito di lanciare delle vere e proprie 'bombe' fatte di istamina e molecole infiammatorie per distruggere il nemico. Queste potentissime 'armi' sono custodite dentro a vescicole interne ai mastociti: al momento del bisogno vengono 'agganciate' dalla proteina motrice chinesina-1 e vengono trasportate lungo dei microtubuli verso la membrana esterna della cellula, con cui si fondono per poi 'sganciare' il loro contenuto.

Come bloccare questo meccanismo?

 
Bloccare questo meccanismo e' possibile: per farlo basta manomettere il motore molecolare della chinesina-1, ad esempio staccandone un pezzo, la subunità proteica chiamata Kif5b. I ricercatori lo hanno fatto mettendo a punto dei topi geneticamente modificati e privati di Kif5b: gli animali si sono dimostrati molto meno reattivi agli allergeni responsabili di anafilassi, proprio perche' i loro mastociti non riuscivano a secernere molecole infiammatorie in modo efficiente a causa della chinesina difettosa che faticava a trasportare le vescicole.

FONTE: ansa.it

mercoledì 26 ottobre 2016

Diagnosi difficile? Ci pensa il computer

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Il sistema Watson della IBM verrà utilizzato in un ospedale in Germania per aiutare nella diagnosi delle malattie rare.

Spesso la diagnosi delle malattie rare o di casi strani e inconsueti è un percorso a ostacoli lungo e faticoso per i medici, oltre che penoso per i pazienti.

In cucina e in ospedale. A partire da dicembre, al Centro per le malattie non diagnosticate e rare (ZusE, a Marburg, in Germania), il computer Watson (Ibm) verrà utilizzato nel tentativo di accelerare il riconoscimento e le diagnosi di situazioni difficili.

Watson, chiamato così dal nome del fondatore di Ibm, Thomas J. Watson, è un sistema per il cognitive computing: elabora grandi quantità di dati e in un certo qual modo impara dall’esperienza. È famoso e noto al grande pubblico dal 2011 per avere battuto un concorrente umano nel quiz televisivo Jeopardy e, più di recente, i suoi sviluppatori lo hanno fatto cimentare in cucina per mostrare che può essere capace di creatività: nello specifico, un’interpretazione (culinaria) inedita a partire da informazioni note, come una nuova ricetta, per esempio. O, per tornare alle malattie rare, come una diagnosi medica.

Sputa la sentenza! Il centro di Marburg ha una lista d’attesa di seimila pazienti, ciascuno con la documentazione clinica raccolta in mesi o anni. Due medici dell’ospedale, Jürgen Schäfer e Tobias Müller, hanno lavorato in collaborazione con gli ingegneri di Ibm per vedere se il sistema di intelligenza artificiale potesse essere d’aiuto.

I dati clinici di 500 pazienti (con diagnosi certa) sono stati prima tradotti in un formato comprensibile a Watson, poi ne sono stati selezionati in modo casuale un paio di dozzine e si è aspettata la diagnosi del computer, che l'ha elaborata confrontando i dati forniti con quelli nei database e nella letteratura medica. In tutti i casi esaminati, Watson ha fornito in pochi secondi una lista di cause per i sintomi e informazioni sui pazienti che gli erano stata fornite, in ordine di probabilità: in cima alla lista è sempre risultata la diagnosi che anche i medici avevano già fatto.

Al lavoro. Ora il computer verrà messo alla prova su casi nuovi, come assistente dei medici nelle diagnosi. I pazienti dovranno riempire un lungo e dettagliato questionario, dalle abitudini dell’infanzia all’ambiente in cui vivono fino ai sintomi più recenti, e Watson proverà a dipanare la matassa per capire che cosa c’è che non va.

FONTE: focus.it

 

martedì 25 ottobre 2016

Conservazione privata e rientro del campione in Italia: ecco perché è legale e consentito

Intraprendere la strada del prelievo e della conservazione cellule staminali, affidandole ad una biobanca estera. Una scelta che spesso comporta diversi dubbi (altrettanto frequentemente alimentati da alcune strutture pubbliche), riguardanti la possibilità di reintrodurre poi il campione in Italia in caso di necessità, per l’impiego a fine terapeutici.
In realtà, nessuna preoccupazione deve cogliere le famiglie che si apprestano ad effettuare questa scelta: sulla base della legge nazionale ed europea questi dubbi sono completamente privi di fondamento giuridico. Vediamo insieme il perché.
Il prelievo, la conservazione e la circolazione di campioni di sangue del cordone ombelicale sono sottoposti a specifiche disposizioni legislative1 all’interno dell’Unione Europea. Secondo tali norme, il prelievo del campione deve avvenire presso un’apposita struttura accreditata, attraverso il lavoro di personale qualificato e ovviamente nel rispetto della procedura idonea. Dopo la fase del prelievo, il campione va conservato in modo corretto e deve rimanere costantemente tracciabile. Ciò risulta possibile solo se inviato presso un istituto di tessuti che assicuri che il campione venga sottoposto alle giuste procedure; una biobanca dunque accreditata dall’autorità competente, che ne certifichi il rispetto delle norme. In caso di necessità per uso terapeutico poi, sarà ancora una volta l’istituto di tessuti a dover rilasciare il campione al centro di assistenza sanitaria presso il quale sarà effettuato il trapianto.
La normativa italiana2 regolamenta poi la possibilità di esportare presso biobanche estere i campioni di cellule staminali del cordone ombelicale, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da parte della Regione competente, che tra l'altro richiede spesso il pagamento di una tariffa per rilasciare i documenti necessari.
Un’altra conferma che minimizza i dubbi circa la possibilità di reintrodurre il campione di cellule staminali cordonali in Italia proviene dall’Istituto Superiore di Sanità, attraverso il Centro Nazionale Trapianti.
1Direttive 2004/23/CE e 2006/17/CE
2Decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 191 (“d.lgs. 191/2007”) e dal decreto legislativo 25 gennaio 2010, n. 16 in attuazione delle direttive 2004/23/CE e 2006/17/CE.
Rispondendo agli interrogativi sulla questione, sollevati dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il Centro Nazionale Trapianti ha infatti dichiarato che, in caso di necessità terapeutiche, non si può escludere la possibilità che un Centro di Trapianto utilizzi campioni conservati all’estero, purché essi soddisfino i requisiti stabiliti dalla legge.
Appaiono dunque vani gli interrogativi sollevati da chi sostiene che le strutture pubbliche italiane non si fiderebbero delle banche private estere, accreditate presso uno Stato membro dell’Unione europea. Seguendo tale ragionamento, verrebbe meno uno dei principi fondamentali del mercato europeo: il reciproco riconoscimento da parte di Stati membri dell’UE di autorizzazioni e certificazioni rilasciate dalle autorità pubbliche di un altro Stato membro UE.
Difficile infatti immaginare una giustificazione dal punto di vista giuridico che riguardi il divieto di reintrodurre in Italia campioni di sangue cordonale esportate tramite competenti Direzioni Sanitarie, a seguito di autorizzazione regionale e nella gran parte dei casi anche a seguito del pagamento di una tariffa.

Per maggiori informazioni: www.sorgente.com

martedì 18 ottobre 2016

Oncologi, in Manovra 500mln a nuovi farmaci, cambia lotta cancro

Le cellule T modificate con la Crispr per attaccare il cancro

Pinto (Aiom), così potremo dare risposte immediate a pazienti

Per la prima volta in Italia, con la nuova Legge di Bilancio, viene istituito un Fondo destinato ai farmaci innovativi per la cura dei tumori: ''Plaudiamo alla decisione del governo di destinare 500 mln di euro del Fondo Sanitario Nazionale all'acquisto di queste terapie che stanno cambiando la storia di molte neoplasie, garantendo ai pazienti la guarigione o sopravvivenze a lungo termine. E' un primo passo per il 'Patto contro il cancro'''. Lo afferma l'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), invitando il premier Renzi al Congresso nazionale che si svolgerà a Roma dal 28 ottobre.

''Si tratta di una scelta importante nella lotta contro i tumori, per dare risposte immediate e garantire l'acceso ai migliori trattamenti per i tutti nostri pazienti", afferma il presidente Aiom Carmine Pinto, il quale esprime "profonda soddisfazione per l'annuncio del Presidente del Consiglio non solo di aumentare con la prossima Legge di Bilancio lo stanziamento del Fondo Sanitario Nazionale da 111 a 113 mld di euro, ma di vincolarne una parte, 500 milioni, alle cure anticancro". Da tempo, sottolinea, ''l'Aiom sostiene con forza la necessità di individuare risorse dedicate per garantire a tutti i pazienti oncologici l'accesso alle molecole per cui è riconosciuto il carattere di 'innovatività'. Armi efficaci, come la chemioterapia più attiva e meglio tollerata, le terapie a bersaglio molecolare e ora l'innovazione nel campo dell'immuno-oncologia determinano un allungamento della sopravvivenza con una buona qualità di vita. Il governo Renzi ha compreso l'importanza della nostra iniziativa, che si inserisce in un progetto più ampio, decisivo per milioni di cittadini, il 'Patto contro il cancro'", ovvero "un'alleanza tra oncologi, governo e Istituzioni, capace di mobilitare risorse e di dare una risposta concreta alle richieste dei pazienti oncologici italiani, sul modello di programmi già lanciati negli Stati Uniti". Nel 2016, in Italia sono stimate oltre 365.000 nuove diagnosi di tumore: il 'Patto contro il cancro', conclude Pinto, ''costituirebbe in sanità pubblica la risposta politica alla sfida del secolo''. (ANSA).

 

lunedì 17 ottobre 2016

Degenerazione maculare, aumentano i farmaci efficaci per il trattamento

(Getty images)

Il «fondo dell’occhio» ora si può curare meglio. Resta il problema della durata variabile della terapia. Talvolta è sufficiente uno schema fisso che prevede un numero preciso di iniezioni, mentre altre volte viene preferita la somministrazione «al bisogno»

Nell’Era digitale la salute degli occhi passa anche attraverso una App. Ce n’è più d’una, scaricabile dagli store, come per esempio iVista, e tutte propongono test capaci di intercettare anomalie della visione, compresi i primi sintomi di una malattia sempre più diffusa a causa del progressivo invecchiamento della popolazione: la degenerazione maculare senile. All’inizio questo disturbo fa sì che si cominci ad avere una visione offuscata e , guardando un foglio, si vedano storte righe che, in realtà, sono diritte. Poi i sintomi peggiorano: compare una macchia scura al centro del campo visivo e, con il tempo i pazienti non riescono più a riconoscere i visi (si ha infatti una perdita della visione centrale).

Le due forme di degenerazione maculare
Identificare all’esordio questa patologia, soprattutto nella cosiddetta forma umida, significa curarla con più probabilità di successo. «Esistono due forme di degenerazione maculare — precisa Federico Ricci, oftalmologo e direttore del Centro di riferimento regionale per le patologie retiniche all’Ospedale Policlinico, Università di Tor Vergata — quella umida (caratterizzata da proliferazione di vasi sanguigni ed essudazione della retina, ndr) e quella secca (in cui, invece, si formano depositi di lipoproteine chiamati drusen, ndr ). Per la prima ci sono nuovi farmaci in grado non solo di rallentare la progressione della malattia, ma anche di migliorare l’acutezza visiva dei pazienti. Per la seconda, che progredisce più lentamente, non esistono al momento terapie, ma si stanno sperimentando». 
  
I farmaci
 
La rivoluzione nella cura della degenerazione maculare umida (che rappresenta il 20 per cento dei casi di malattia, il resto è costituito dalla forma secca) è avvenuta negli ultimi dieci anni: prima non esistevano terapie efficaci non solo nel rallentare la malattia, ma anche nel migliorare la visione. Il primo farmaco che i pazienti hanno avuto a disposizione, con una precisa indicazione per la cura di questa patologia, è stato il pazopanib (oggi poco utilizzato), poi è arrivato il ranizumab e infine l’aflibercept. Parallelamente viene usato anche il trastuzumab: è registrato come antitumorale, ma in oculistica è usato off label, cioè al di fuori delle indicazioni ufficiali; tutti sono inibitori del Vegf, un fattore di crescita dei vasi sanguigni. «Perché un farmaco venga approvato per la commercializzazione — spiega Ricci — è necessario che dimostri la sua sicurezza e la sua efficacia in una serie di studi clinici controllati (trial clinici, ndr) condotti in centri specialistici e con pazienti selezionati. Questi studi servono anche per stabilire dosaggi e tempi di somministrazione». Per il ranizumab l’indicazione è di 11 iniezioni intraoculari all’anno, per l’aflibercept è di sette, ma questo schema non è sempre rispettato nella pratica clinica (soprattutto per ragioni di costi) e i farmaci vengono utilizzati “al bisogno” (cioè a discrezione del medico quando vede che la malattia un po’ peggiora).  
 
FONTE: Adriana Bazzi (corriere.it)

venerdì 14 ottobre 2016

Riso, patate, grano e soia le prime coltivazioni su Marte

In vista dei lunghi viaggi verso Marte, si pensa alle coltivazioni in ambienti estremi (fonte: NASA/Sean Smith)

Sfrutteranno anche feci e urine dei coloni,come in 'The Martian'

Ci saranno coltivazioni di riso, soia, patate e grano a sostenere i primi coloni su Marte: scelte per il loro contenuto di proteine e carboidrati fondamentali per l'alimentazione umana, dovranno essere cresciute con tecniche di coltivazione che tengano conto delle condizioni ambientali estreme, arrivando a sfruttare perfino le feci e le urine degli astronauti opportunamente rielaborate, all'interno di un ecosistema chiuso e perfettamente sostenibile.

A tratteggiare questo scenario è Stefania De Pascale, docente di ortofloricoltura all'Università Federico II di Napoli, che da anni collabora con l'Agenzia spaziale italiana (Asi) e l'Agenzia spaziale europea (Esa) per delineare quella che sarà l'agricoltura extraterrestre del futuro. Lo ha spiegato in occasione di 'D-Nest International Inventors Exhibition', la grande fiera degli inventori, in programma fino a domenica 16 ottobre al PalaExpo di Venezia.

''Le colture di queste piante avranno una doppia funzione: fornire cibo e rigenerare aria e acqua nelle colonie'', spiega De Pascale. ''Grazie al progetto di ricerca europeo 'Melissa', stiamo lavorando da anni per selezionare le cultivar, adattare le tecniche di coltura e sviluppare metodi di raccolta e conservazione dei prodotti''. Le tecniche di coltivazione ''saranno più simili a quelle terrestri rispetto a quelle viste finora sulla Stazione spaziale internazionale, perché su Marte c'è gravità, anche se è pari al 40% di quella terrestre''.

Quello che mancherà sarà il terreno adatto alle colture. ''E' probabile che il suolo marziano ricco di regolite possa comunque essere ammendato con l'uso di residui organici, quindi scarti alimentari o delle stesse coltivazioni, ma anche feci e urine rielaborate, come abbiamo visto nel film 'The Martian''', ricorda l'esperta. ''La cosa su cui si punta, però, sono soprattutto le colture idroponiche, senza suolo e con soluzioni circolanti complete di elementi nutritivi: abbiamo già dimostrato che possono addirittura migliorare produttività e qualità della soia rispetto alla coltura in campo''.

FONTE: ansa.it 

mercoledì 12 ottobre 2016

Un chip 'vivente' per studiare l'efficacia dei farmaci



Fatto di una 'schiera' di minuscoli vermi


E' piccolo come il chip di un telefono cellulare e aiuta a studiare l'efficacia dei farmaci per le malattie neurodegenerative: si tratta di una piattaforma nella quale per la prima volta vengono 'schierati' i vermi più studiati dai genetisti, i minuscoli Caenorhabditis elegans. Descritta sulla rivista Nature Communications, è stata realizzata nell'università del Texas di Austin, dal gruppo di Adela Ben-Yakar.

Attualmente è possibile studiare gli effetti dei farmaci solo sulle cellule coltivate in laboratorio, ma questo chip 'vivente' permette per la prima volta di osservare l'effetto dei farmaci su organismi. Il chip vivente permette di osservare contemporaneamente gli effetti di 96 molecole su 3.600 C. elegans. Quest'ultimo è un organismo particolarmente adatto allo studio delle malattie neurodegenerative perchè ha un sistema nervoso completo, che comprende diversi gruppi di neuroni. E' inoltre uno dei primi organismi multicellulari dei quali è stata ottenuta la mappa completa del genoma. 

Per dimostrare l'efficienza del chip, per cui è stato richiesto il brevetto, i ricercatori hanno analizzato circa mille farmaci approvati dall'ente per il controllo dei farmaci degli Stati Uniti, la Fda (Food and Drug Administration) per la cura di diverse malattie neurodegenerative. Per ora è stato realizzato un prototipo, ma si sta sviluppando un dispositivo commerciale più economico e facile da produrre.

FONTE: ansa.it

martedì 11 ottobre 2016

Da un organismo marino la molecola efficace contro il sarcoma


È l’Ecteinascidia turbinata, un invertebrato dal quale si è ottenuta la Trabectedina attiva contro il tumore dei tessuti molli e sintetizzabile in laboratorio

Dal mare arriva un’ arma per frenare il sarcoma dei tessuti molli, un tumore che può colpire ogni parte del corpo. È l’Ecteinascidia turbinata, un piccolo organismo invertebrato, rivestito da una tunica di cellulosa, dal quale si è inizialmente ottenuta una molecola attiva contro il tumore e che oggi si sintetizza in laboratorio. Si tratta della Trabectedina, composto naturale, che agisce contro il tumore interferendo con i sistemi di riparazione del DNA e inducendo la morte cellulare programmata. Della molecola si è parlato al Congresso europeo di oncologia (ESMO). 

In particolare uno studio internazionale su 287 pazienti, coordinato dall’Italia, dimostra che la chemioterapia tradizionale è efficace nell’80% dei sarcomi ad alto rischio ma che l’impiego di un farmaco specifico come trabectedina, in un istotipo selezionato come il liposarcoma mixoide che colpisce soprattutto i giovani, permette di ottenere un grande beneficio. La molecola è inoltre meno tossica rispetto alla chemioterapia convenzionale.  

Oltre «all’efficacia della terapia, il profilo di tollerabilita’ è molto buono - spiega Alessandro Gronchi, membro del Sarcoma task force dell’ESMO e presidente della Connective Tissue Oncology Society - ad esempio non diminuiscono i globuli bianchi, non cadono i capelli, e quindi il trattamento è meno pesante per il paziente rispetto a quello tradizionale. Questo studio dimostra che l’impiego di un farmaco specifico in un istotipo selezionato dei sarcomi può avere un effetto positivo». I sarcomi sono un gruppo molto eterogeneo di tumori dei tessuti molli e quindi possono comparire in varie sedi dell’organismo, dagli arti, al torace, all’utero.  

Tra questi i Liposarcomi rappresentano il 25% dei casi al momento della diagnosi e si suddividono in 3 tipi, tra cui il `mixoide´. La trabectedina ha un tasso di controllo tumorale del 90% e in seconda linea è la molecola più ampiamente valutata. Dall’autorizzazione in Europa nel 2007, oltre 50mila pazienti in 80 Paesi hanno beneficiato di questa terapia. I sarcomi rappresentano l’1% delle neoplasie in età adulta. In Italia si contano circa 3mila diagnosi ogni anno.

FONTE: lastampa.it 




sabato 8 ottobre 2016

Quali sono le differenze tra test di screening e di diagnosi prenatale?


Una delle domande più frequenti tra le future mamme riguarda le differenze tra i test di screening e i test di diagnosi prenatale. Per tenere sotto controllo la salute della mamma e del bambino è importante che la gestante si sottoponga a diversi esami che si distinguono tra invasivi e non invasivi.

I test di screening prenatali sono esami non invasivi che hanno la caratteristica di essere svolti tramite un prelievo del sangue e/o un’ecografia.
Si tratta di test di tipo probabilistico in quanto calcolano la percentuale di probabilità che vi siano anomalie nel feto (trisomie, difetti del tubo neurale), combinando i risultati degli esami con i parametri considerati standard. Non tutti i test di screening hanno la stessa percentuale di attendibilità ma sono tutti molto sicuri e non compromettono la salute della mamma o del feto.
Vi sono esami che analizzano il valore di alcune proteine nel sangue della gestante e si uniscono alla translucenza nucale (esame ecografico che permette particolari misurazioni del feto): questi sono il Bi Test, il Tri Test e il Quadri Test, la cui attendibilità arriva all’85%1. Inoltre, vi sono dei test di screening non invasivi che analizzano il DNA fetale: da un campione ematico della gestante si individuano i frammenti di DNA del bambino, dai quali si può individuare la presenza di anomalie. Queste analisi sono in grado di rilevare anomalie cromosomiche, come la Sindrome di Down e le trisomie 18 e 13, con un tasso di attendibilità del 99,9%2.
Gli esami diagnostici, invece, sono di tipo invasivo e riescono ad individuare con certezza la presenza di anomalie cromosomiche nel feto. Fanno parte dei test diagnostici l’amniocentesi, la villocentesi e la cordocentesi. La prima consiste in un prelievo di un campione di liquido amniotico tramite un ago inserito nel ventre materno. La seconda consiste in un prelievo di tessuto della placenta inserendo un ago nella pancia della gestante. La terza consiste nel prelievo di un campione di sangue del cordone ombelicale inserendo un ago nel ventre della mamma.
Essendo esami invasivi presentano un rischio di aborto dell’1%. Questi esami, solitamente, vengono consigliati dal ginecologo quando una donna supera i 35 anni d’età o se ha familiarità con anomalie genetiche.
Se volete saperne di più sul test prenatale non invasivo di analisi del DNA fetale potete visitare il sito www.testprenataleaurora.it.

FONTE:  Dania Pedron (Responsabile Digital Communication Sorgente)

domenica 2 ottobre 2016

Sale la febbre da Nobel

Grande attesa per il Nobel per la Fisica, in pole position la scoperta delle onde gravitazionali (fonte: Werner Benger)

La fisica punta alle onde gravitazionali


Sale la febbre da Nobel. Come era accaduto dopo la scoperta del bosone di Higgs, anche quest'anno c'e' una grandissima attesa per il premio alla fisica, in particolare alla scoperta delle onde gravitazionali, le increspature dello spaziotempo generate dall'eco di fenomeni cosmici violenti, come la collisione fra due buchi neri. In pole position per il premio anche il consulente del film Interstellar.

Grandi speranze
"L'attesa e' forte e la probabilita' del Nobel alla scoperta delle onde gravitazionali e' piuttosto alta", ha detto Federico Ferrini, direttore dello European Gravitational Observatory (Ego). "E' chiaro - ha aggiunto - che e' un Nobel di quelli pesanti. Certamente tutti i Nobel sono importanti, ma ogni tanto qualcuno riveste un'importanza cultuale molto particolare perche' apre prospettive nuove, che aprono strade ampie e inesplorate".

La nuova finestra sulla fisica
Annunciata nel febbraio scorso negli Stati Uniti e in Italia, la scoperta ha aperto una nuova finestra sulla fisica. Secondo le voci sempre piu' insistenti in circolazione nel mondo scientifico, confermate anche sul sito della rivista Science, il premio andrebbe ai tre fisici americani che hanno giocato un ruolo di primo piano nella realizzazione di Ligo (Laser Interferometer Gravitational-wave Observatory) il rivelatore americano che ha catturato il primo segnale, analizzato insieme alla collaborazione Virgo, che fa capo all'Ego, fondato e finanziato da Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e Consiglio nazionale delle ricerche francese (Cnrs).

Le attese in Italia
L'attesa e' alle stelle anche in Italia, dove si trova il rivelatore Virgo, anche se sembrerebbe che nessun nome italiano sia in corsa per il Nobel. "La speranza e' poter vedere tra i nomi dei premiati anche quello di Adalberto Giazotto", ha detto Ferrini riferendosi al fisico italiano che ha dato un contributo fondamentale alla strategia di ricerca delle onde gravitazionali, dimostrando l'importanza di inseguire le vibrazioni dello spaziotempo sulle frequenze piu' basse. "E' stata questa impostazione - ha rilevato Ferrini - a permettere a Ligo di rilevare i primi segnali delle onde gravitazionali".

Americani i nomi più probabili
Tuttavia i nomi piu' probabili sono tutti americani: Rainer Weiss, del Massachusetts Institute of Technology (Mit), Ronald Drever e Kip Thorne, del California Institute of Technology (Caltech). Recentemente il nome di Thorne e' diventato celebre anche nel mondo dello spettacolo, per la sua consulenza scientifica nel film Interstellar, di Christopher Nolan. Sempre secondo voci, della rosa dei premiati potrebbe far parte un altro fisico del Caltech, Barry Barish, che non ha collaborato direttamente alla costruzione di Ligo ma che, affermano in molti, l'ha resa possibile.

FONTE: ansa.it